Eva Cassidy: che ne sai tu di un campo di grano?

«Avevo un locale ad Alexandria (in Virginia, n.d.r.), che era la zona in cui Eva Cassidy viveva», ha raccontato Mick Fleetwood (Fleetwood Mac), «La prima cosa che ho fatto, quando sono arrivato lì, per farmi un’idea della sensibilità della città, è stato organizzare degli incontri con i musicisti locali ed è così che l’ho conosciuta. Da sempre è la passione a muovermi, non sono uno che ha dei preconcetti tecnici. Mi ha commosso? È qualcosa di dolce e di drammatico? La voce di Eva era uno strumento magico, ma soprattutto lei era la componente ideale di una band. Era una persona cristallina, candida come la neve e nello stesso tempo ostinata. Voleva ottenere un contratto discografico, quindi provava a farsi notare, ma soprattutto stava cercando qualcuno in grado di comprenderla. Era già stata a un meeting con alcune grosse case discografiche, avevano apprezzato la sua musica e visto in lei del potenziale, ma si trattava del loro potenziale, non della sua visione. Così era tornata da quel viaggio con un niente di fatto. Il loro obiettivo era prendere l’essenza di Eva e renderla più accessibile. Quello che i discografici volevano cambiare era proprio la sua unicità: lei non aveva alcun interesse a “gonfiare” le cose, quello che voleva era solamente cantare. E aveva così tanto potere e così tanta sicurezza in se stessa da essere in grado di interpretare anche canzoni ormai di dominio pubblico. “Perché fare una cover di quel pezzo? L’hanno già fatto tutti.” “Perché è un gran pezzo e so di poterne fare qualcosa di speciale”. E aveva ragione».

Quella di Eva Marie Cassidy è una storia che commuove almeno quanto la sua musica. Per due motivi: è morta di cancro che aveva soltanto 33 anni (il 2 novembre del 1996) e, finché ha campato, non ha mai davvero trovato quella comprensione che cercava. Nessuna grossa etichetta ha deciso di produrla e le sue interpretazioni hanno fatto ben poca strada, rimanendo confinate perlopiù nell’area di Washington.
Finché un bel giorno, due anni dopo la sua scomparsa, BBC 2 radio manda in onda un paio di sue cover, tra cui quella di Fields of Gold di Sting e la voce di Eva riemerge proprio da quei campi di grano come una fenice dalle ceneri. L’oro dell’ex Police finalmente le regala quello che in vita non ha mai avuto: una popolarità internazionale.

Songbird (1998), la compilation postuma che comprende anche le interpretazioni che la Cassidy ha fatto di brani di Peete Seger, Curtis Mayfield e la succitata Fields of Gold, raggiunge la vetta delle charts inglesi e americane e nel 2001, negli States, viene certificata disco d’oro.

Sting, che, al contrario di Mick Fleetwood, Eva non l’ha mai incontrata, in un’intervista ha commentato così: «Seppur triste e tragica, quella della Cassidy è una storia estremamente poetica. Aveva una delle voci più belle e versatili di sempre. Raramente ne ho sentite di così pure e in grado di disegnare ogni piccola sfumatura di emozione e significato di un testo. Continuo a domandarmi perché non fosse più famosa».

Karen Dalton e la canzone dell’amore perduta


(Karen Dalton fuori dalla sua casa di Summerville, Colorado, 1966)

Karen Dalton è una delle voci che più amo. In assoluto.

This Is Our Love una delle canzoni che non ha mai inciso. Ci è rimasto soltanto il testo (lo scrivo sotto. In rete non si trova). Della melodia, di come l’avesse immaginata, ahimé, non sappiamo nulla. Un brano orfano che non avrà mai voce, non la sua perlomeno: Karen è morta di AIDS il 19 marzo del 1993, a 55 anni. Non ha avuto una vita facile: la dipendenza da alcol e droghe, l’allontanamento dei suoi due figli, diversi anni vissuti per strada. Nel 2015, parole originali alla mano, Diane Cluck ha composto una struggente interpretazione di questa canzone dell’amore tormentato. L’ha registrata per Remembering Mountains: Unheard Songs by Karen Dalton, album tributo.

Karen Dalton è stata (ri)scoperta non molti anni fa. Non si trovano interviste, soltanto testimonianze altrui. Quella della figlia (Abralyn Baird) per esempio: “Voleva il suo suono. Arrivava in studio e il più delle volte i produttori le dicevano: ‘Bene, aggiungeremo giusto un paio di tracce qui’. ‘No!’, gridava lei furiosa e poi faceva a modo suo. Mia madre era il tipo di persona che urlava dietro ai cassieri in banca.”

Quando cantava, accompagnandosi con il banjo o con la sua Gibson 12 corde, Karen però non urlava affatto. “Funky, lanky and sultry“, la definì Bob Dylan, suo grande estimatore, dopo averla ascoltata dal vivo. Disse che cantava come Billie Holiday e suonava la chitarra come Jimmy Reed.

Negli ultimi anni ho sviluppato dipendenza per il suo timbro blues malinconico che sa di terra bruciata e ascoltando Diane Cluck non riesco a fare a meno di chiedermi che sapore avesse This Is Our Love quando Karen la suonava, magari con la sigaretta in bocca, passeggiando sul prato di fronte a casa.

Questo è il testo. Leggetelo in silenzio un paio di volte e soltanto dopo ascoltate Diane Cluck.

A typewriter smashed upon a rock
A Shepard leading his faithful flock
This is our love

A morning spent waiting for the sun
A nasty thief left for to run
This is our love, this is our love

A flower blooming in barren ground
A silent word that makes no sound
This is our love, this is our love

An island in an angry storm
A summer breeze sweet and warm
This is our love, this is our love

Bad news in a time of need
New root from a paceful seed
This is our love, this is our love

A full moon in an open sky
A wounded dove that cannot fly
This is our love, this is our love

A choir of angels with no song
A winding road steep and long
This is our love, this is our love

A saint of honor with lands concealed
A bird loose in a barley field
This is our love, this is our love

A summer spent barefoot and free
A foolish soul who fails to see
This is our love, this is our love

A saint of honor with lands concealed
Knows nothing but his prayers and dreams
His vision soon will be revealed
His tattered rags redeemed
Walking always never rides
His speech it soundly crashes
A poor lost soul to him confides
That in a lonely sea he thrashes
This is our love

Hannah e il talento di Charlotte

Può un film reggersi a tal punto sulla bravura dell’attore che lo interpreta da far pensare che se al suo posto ce ne fosse un altro, magari anche solo un po’ meno straordinario, tutto l’impianto forse si sgretolerebbe?

È questa la domanda che mi ha accompagnato all’uscita della sala dopo la visione di Hannah, il film di Andrea Pallaoro interamente costruito su Charlotte Rampling. No, non è una mia illazione, lo ha dichiarato lui stesso poco prima della proiezione del film. A presentarlo a Milano c’erano proprio il regista e l’attrice (quella straordinaria).

“Sin dall’inizio ho voluto prendermi cura di Hannah, perché quello che è successo a lei può capitare a tutti nella vita. Certo, magari non una situazione così angosciante, ma si può provare lo stesso senso di totale smarrimento. (Charlotte Rampling)

E la cura che la Rampling ha per il proprio personaggio si percepisce sin dai primi fotogrammi che hanno per protagonista il suo volto inquadrato in primissimo piano. Hannah si regge su di lei, sull’andatura composta e incessante, sul corpo molle e sincero. Si regge sui suoi occhi spioventi, sul suo pianto strozzato e soprattutto sui suoi silenzi (non a caso la pellicola le ha fatto guadagnare la Coppa Volpi come migliore attrice alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia).

Quanto al film, l’ho lasciato decantare un po’, di proposito non ne ho scritto a caldo. Poi, ispirata dallo stile del regista, ho deciso di sospendere il giudizio, lasciare a lui la parola e di conseguenza a ognuno di voi la possibilità di rispondere in maniera personale al quesito iniziale. Andando a vedere anche il film, certo. Perché un film che lascia con buone domande va visto sempre e comunque.

Segue il botta e risposta post proiezione tra gli spettatori in sala e il regista Andrea Pallaoro.

Il fatto che il titolo sia palindromo è casuale?
Assolutamente no. All’inizio avrebbe dovuto chiamarsi The Whale, ma poi non volevo fosse un invito a ricercare significati che avrebbero distolto l’attenzione dalla protagonista. Il nome palindromo rappresenta perfettamente il desiderio che il film venga penetrato da punti di vista differenti.

Sbaglio o c’è stata una cura estrema del suono?
Il suono doveva essere il più oggettivo possibile per fare in modo che arrivasse allo spettatore esattamente come lo sentiva Charlotte. Ecco perché non esiste una colonna sonora. È stato fatto un lavoro di diffusione a trecentosessanta gradi per far immergere completamente lo spettatore nella storia.

C’è stata un’ispirazione artistica in particolare?
Henri Cartier-Bresson per me è stata l’ispirazione visiva forse più forte per questo film. Soprattutto la sua capacità di dar vita a immagini che eccitano lo spettatore più nascondendo che mostrando. Tra i punti di riferimento cinematografici ci sono sicuramente Antonioni, Tsai Ming-liang, Béla Tarr e Carlos Reygadas.

Non esistono indicazioni geografiche nel film. Come mai?
Inizialmente avremmo dovuto girare a San Francisco, ma poi abbiamo girato in Belgio, a Bruxelles. Non si vedono cartelli, nessuna pubblicità. Abbiamo scelto di non dare alcun indizio specifico del luogo delle riprese: quello che è importante è la storia di Hannah, che potrebbe svolgersi in qualsiasi luogo.

La Rampling nel film non viene quasi mai inquadrata in maniera convenzionale…
Sì, è vero. Spesso viene vista riflessa negli specchi, di spalle, oppure attraverso primissimi piani e dettagli di parti del corpo. C’è stato uno studio molto scrupoloso sulla frammentazione del personaggio.

In 45 anni Charlotte Rampling interpreta un’altra storia di forte destabilizzazione. Ha preso qualche spunto per Hannah?
In realtà no, perché l’idea di Hannah è nata prima. Poi per motivi economici abbiamo dovuto posticipare le riprese del film e nel frattempo a Charlotte è stato proposto di girare 45 anni. Si tratta di un’affinità puramente casuale.

(un)Faithfull: le confidenze troppo poco intime di Marianne

– “Cosa pensi del fatto che stiamo facendo un film su di te?”
– “Non mi piace affatto, ma sarò sincera.”

Si apre con questo scambio tra la regista (e attrice) Sandrine Bonnaire e Marianne Faithfull il documentario che ha per titolo il cognome di quest’ultima. A dire il vero apre con lei che recita il primo canto dell’Inferno dantesco, ma questo primo dialogo tra le due ci dice molto della direzione che prenderà la pellicola.

Seduta su una sedia, sul sedile di un’automobile o in una poltrona accanto a un caminetto, Marianne potrebbe essere Anna di Confidenze troppo intime (Patrice Leconte, 2004), il film in cui la Bonnaire recita la parte di una donna che prende appuntamento con uno psicanalista, ma poi sbaglia porta e si ritrova a raccontare la sua vita privata a un consulente finanziario. La Faithfull qui racconta la sua a una regista (la Bonnaire appunto), ma lo fa con una certa riluttanza.

“È dura parlare del passato e non voglio farlo. È passato ormai.”

Nel mezzo scorrono filmati in bianco e nero e scatti degli anni Sessanta/Settanta, estratti di live più recenti e vecchie registrazioni in cui la sua voce e il suo modo di cantare erano indubbiamente diversi. “Non voglio rinnegare i miei primi lavori”, commenta, “vado molto fiera anche di quelli.” E qui vorremmo sentirle spiegare un po’ la Marianne di quel periodo, ma niente, si passa oltre.

Seguono i racconti dell’esordio. Aveva soltanto 17 anni, Andrew Loog Oldham le diede da incidere As Tears Go By e le presentò Keith Richards e Mick Jagger. Di quando più avanti con loro scrisse Sister Morphine, che fu, a suo dire, la prima vera lezione musicale.

Naturalmente non mancano i riferimenti alla relazione con Jagger (per il quale confessa di aver messo completamente da parte la sua carriera) e al figlio che aspettavano, ma hanno perso. “Per Mick è stato uno shock. Voleva tanto un figlio”. Poi però la butta sul ridere: “Direi che oggi sappiamo tutti che i figli gli piacciono molto” (il cantante al momento ne ha 8). Dice di averlo lasciato poco prima che fosse lui a farlo e di essersi trasferita da sua madre per superare il momento particolarmente difficile (altro discorso che però non approfondisce).

Racconta anche di come la lettura de Il pasto nudo di Burroughs le cambiò la vita, ma non in meglio. “Lo presi un po’ troppo alla lettera: decisi che sarei diventata una drogata e avrei vissuto per strada. Diversi anni dopo incontrai Borroughs e gli dissi: ‘Lo vedi cosa mi hai fatto?’ E lui: ‘Non l’avevo mica scritto per te. E comunque è finzione.”
Un periodo da homeless e l’unica cosa di cui noi spettatori veniamo a conoscenza è che non fu mai costretta a prostituirsi.

Faithfull vorrebbe essere fedele a Marianne. Alla persona, più che all’artista, alla donna, più che alla sua musica. Ma non ci riesce.

“Potrei dire di aver recitato tutta la vita, ma ora sono stufa. Amo i miei fan, ma non voglio più vivere per loro. Non più.”

Effettivamente non sembra una pellicola recitata, con contenuti concordati a tavolino, ma in alcuni momenti si ha la netta impressione che sia davvero un po’ troppo improvvisata. Non decolla. La Bonnaire non va mai davvero a fondo. La protagonista non le permette di entrare e lei si accontenta di fermarsi sulla soglia.

C’è poesia in Faithfull, sta nei primissimi piani del volto di Marianne, nei sorrisi bambini, negli occhi ancora lucenti, ma non trova mai forma nei dialoghi con la regista, che rimangono il più delle volte sospesi e, in quanto a capacità rivelatoria, fanno soltanto rimpiangere la sua musica. Persino l’amore, quello per cui in passato ha sacrificato anche se stessa, qui viene fuori come un accrocchio di luoghi comuni: “Il punto è l’amore, il vero amore”.

Soltanto sul finale, quando ormai ci si era dati per vinti, arriva una piccola scintilla. Marianne racconta la genesi di There’s no moon in Paris (una delle canzoni che faranno parte del nuovo album) e lo fa mentre in sottofondo Ed Harcourt suona e canta una versione demo del pezzo.

“L’ho scritta a Natale. Ero completamente sola, lontano dalla mia famiglia e Parigi mi è sembrata così triste.”

Per un attimo Marianne, da dentro casa, sembra tenderci la mano, ma è un vero peccato che lo faccia proprio ora che la porta sta per chiudersi sui titoli di coda.

Cose che sono rimaste

Love More Or Less (da Give My Love To London, 2014). Una struggente ballata arpeggiata a cui non avevo mai dato l’attenzione che meritava. (vale la pena riprendere l’intero album che porta le firme, tra gli altri, di Steve Earle, Roger Waters, Nick Cave e Leonard Cohen)

Il modo in cui descrive quella volta che con Jagger e gli altri fu arrestata nella tenuta che Richards aveva comprato nel Sussex: “Doveva essere un tranquillo weekend di acidi con i miei amici, quando arrivarono 24 poliziotti a rovinare tutto.”

Le mie citazioni preferite

– “Cos’hai imparato dal matrimonio?” – “Che non fa per me.”

“La vita mi ha travolto con una tale rapidità che ho avuto appena il tempo di fare un figlio.”

“Se non avessi lasciato Mick sarei morta. Era troppo per me, non potevo farcela.”

“Non sono una vittima, non sono una ragazzina stupida. Sono Marianne Faithfull.”

“Sono cambiata. Ecco perché non sono più una ribelle. Mi sono arresa.”

#Sanremo2018: la mia triade

Lascerò da parte noiose premesse sul perché ieri sera alla fine io abbia acceso la tv, sintonizzandomi proprio su Rai1 e farò parlare Tenco al mio posto: ho guardato Sanremo perché non avevo niente da fare. (pur di non incappare in A dangerous method su Rai5 poi avrei guardato anche la Santa Messa).

1. Imparare ad amarsi (Ornella Vanoni, Bungaro, Pacifico)
L’esibizione: impeccabile, per quanto mi riguarda. Il pezzo è perfetto per le corde della Vanoni (“❤️” al suo inconfondibile vibrato cosmico) e lei non sbaglia una virgola.
L’errore: far cantare (anche) Bungaro. Nonostante la lampada, la sua interpretazione risulta più pallida dell’abito di Ornella.
La frase: “Conservo l’infanzia, la pratico ancora.”
La social-cattiveria: su twitter è pioggia di commenti di questo genere. Io, come direbbe Ron, a voi che fate i ggggiovani, vorrei incontrarvi tra cent’anni.

2. Almeno pensami (Ron)
L’esibizione: qui siamo di fronte a Dalla che fa Rosalino, che a sua volta fa un po’ Concato. Ma cosa vuoi dirgli? Il pezzo c’è e la buonanima pure.
L’errore: aver portato sul palco Lucio più che la canzone di Lucio. Ma chi sono io per contestare il giudizio dei giudizi, che, a proposito di questo pezzo, sentenzia con sicumera “Un connubio spaziale. Da piangere rannicchiati sul divano, sperando non finisca”. (mi cospargo il capo di cenere e vado subito a rannicchiarmi)
La frase: “Ma come si fa a tenere un cuore, se ho le mani sempre sporche di carbone?”
La social-cattiveria: è anche il commento più twittato (ne ho contati almeno una decina). Ma che volete farci, lì tocca fare i “simpatici” a tutti i costi.

3. Lettera dal Duca (Decibel)
L’esibizione: io dico Neo, Morpheus e Cypher (che Bowie l’avete già citato tutti). Una performance composta (“sbracciamento” di Fortu Sacka a parte), aristocratica, ma decisamente rock. Il trionfo della musica dal vivo.
L’errore: “Ognuno in cuor suo pensa di essere andato a Sanremo con una canzone non sanremese”, ha dichiarato Ruggeri meno di dieci giorni fa. Pensava giusto, mi sa, e ora ne paga le conseguenze (fascia rossa).
La frase: “I see the towns, I see the mountains. Here in my heart, fuori dal tempo”.
La social-cattiveria: strano ma vero, ho dovuto spulciare tutto il socialino per trovarne una, ma finalmente ce l’ho fatta. (trattasi di un giornalista. a cui è piaciuta “SOLO #Nina Zilli”)

il Washington Post inchioda “il mostro” Woody Allen. #scoop

Tocca svegliarsi il giorno della Befana e invece del cioccolato mangiare carbone amaro leggendo uno degli articoli più tendenziosi di sempre: quello del Washington Post su Woody Allen. Naturalmente lo hanno ripreso tutti i principali quotidiani nostrani, ma nessun giornalista si è preso la briga di darne un’analisi un minimo critica.

Quanto a me, di solito non amo fare pubblicità a certa robaccia, ma siccome si sta scatenando il putiferio (“finalmente smascherato il porco!” è il tenore dei commenti su twitter), ritengo che l’articolo vada letto – in originale e per intero – per capire con quanta minuzia questo signor Richard Morgan, autore del pezzo, si sia impegnato a orchestrare un falso scoop – guarda caso proprio in epoca post Weinstein – in grado di attirare l’attenzione su di lui e di fruttare al Washington Post un’esagerata dose di click.

L’unica spiegazione che riesco a darmi di questo colossale misunderstanding è che i più si siano fermati al titolo (forse al primo paragrafo i più temerari), altrimenti si sarebbero resi conto di come Morgan presenti quelle che sono palesi battute come le confessioni di un pervertito al suo psicanalista.

“Occasionally I was forced to make love to her to get a decent performance. I did what I had to but in a businesslike way.”

Vi ricordate di chi stiamo parlando, vero? Di Woody Allen. Uno che ha fatto della battuta e della comicità la sua cifra stilistica. Davvero pensiamo di poter prendere sul serio affermazioni come queste?

“I pulled a contract out of my pocket and we both signed, but not until I told her about the sexual obligation that was a part of the job of any actress who worked with me.”

Beh, certo, perché il mostro Allen, non solo le ha scritte nei suoi appunti, ma ha anche consegnato personalmente questi ultimi all’università di Princeton nel 1980, sperando inconsciamente che prima o poi qualche illuminato decidesse di leggerli e lo salvasse dai suoi demoni. Ha dovuto aspettare quasi quarant’anni, poveretto, ma finalmente, grazie a Richard Morgan, potrà trovare la sua redenzione… Una perfetta sceneggiatura per uno dei suoi film, non trovate?

Morgan comunque ha davvero la faccia come il “chiurlo”. Prima, dall’alto della sua penna, definisce il lavoro di Allen “flatly boorish” (piattamente rozzo), poi, sicuro del fatto che nessuno oggigiorno clicchi più sui link negli articoli, rigira a suo piacimento anche le dichiarazioni che Mariel Hemingway fa a proposito di Manhattan in una vecchia intervista video. Scrive il “giornalista”: “She ran over to cinematographer Gordon Willis and cried, ‘I don’t have to do that again, do I?'”. Io che sono pignola e pure rompiscatole però il video l’ho guardato tutto. Per favore, fatelo anche voi.

Innanzitutto la Hemingway non parla in alcun modo di lacrime (licenza poetica?), poi a me sembra tutt’altro che traumatizzata, anche se ricorda l’esperienza del bacio (il suo primo?) come parecchio surreale. Dice che era talmente nervosa che faceva le prove baciandosi il braccio allo specchio. Lo dice ridendo, controllate pure. Alla fine poi chiude l’intervista con “I mean, it was very funny”. Non credo che la vittima di una violenza, seppure a distanza di anni, troverebbe in essa anche solo un pizzico di divertimento.

Infine una delle cose che Morgan ripete più spesso nel pezzo è che “tizia” non ha voluto commentare l’articolo e “caio” nemmeno. E lo scrive tutto fiero, come fosse la prova schiacciante da aggiungere alla sua arringa finale nel processo contro Woody Allen. La verità è che tutti quelli chiamati in causa secondo me non avevano tempo da perdere. Soltanto io potevo aver voglia di perdere un’ora della mia giornata per scrivere questo post. Del resto le calze le ho già consegnate tutte stanotte, ora posso tornare a dormire.

2017: la playlist mai datata

“Io non appartengo a un periodo storico. I problemi su cui rifletto possono essere comuni a certe persone, ma mai a tutti, e non sono mai questioni sociali. Sono sempre questioni psicologiche, romantiche o esistenziali. Sono immutabili. Se il film è brutto, lo sembrerà sempre. E se il film è bello, non sembrerà mai datato.” (Woody Allen)

Lo stesso vale per la musica. Da sempre, quella che amo non ha né stagione, né età. Ecco perché contravvengo alla regola ferrea dei post musicali di fine anno: nella mia playlist non troverete pezzi usciti nel 2017 (a parte qualche rara eccezione), ma 20 canzoni di qualsiasi anno e provenienza che hanno attirato la mia attenzione proprio nell’anno che sta per finire.

Brani che non avevo mai ascoltato prima, scovati nei film, citati in qualche libro, pescati da nuove serie tv, o che magari mi avete fatto conoscere voi condividendoli sui social. Pezzi che per qualche oscuro motivo non mi avevano colpito a tempo debito, ma si sono rifatti vivi al momento giusto. La triste verità è che non vivrò mai abbastanza per scoprire tutta la musica bella davvero, però ogni anno che passa regala sorprese sonore in grado di farmi battere il cuore.

Per farla breve, vi auguro un intenso 2018 con questa playlist che, un po’ come i film di Allen, è fatta di suoni psicologici, romantici o esistenziali. Se la trovate brutta, ahimé, sarà brutta sempre. Ma se vi piace, vi farà compagnia anche per i prossimi vent’anni e non sarà mai datata.

Fairytale of New York: la (non) canzone di Natale compie 30 anni

Non parla di neve, di slitte o di sorprese sotto l’albero, ha ben poco di sentimentale, eppure, da quando è uscita, è una delle canzoni in assoluto più associate al Natale.

Fairytale of New York è venuta alla luce il 23 novembre di un ormai lontano 1987, ma ogni dicembre che Dio manda in terra, l’ormai trentenne “canzoncina”, scala diligentemente le classifiche per fare di nuovo capolino nelle nostre vite e venire a strapparci il cuore.

Di cosa parla veramente? Racconta la storia di due immigrati irlandesi, arrivati in America in cerca di fortuna. E qui si apre un bivio: potete scegliere di continuare a credere a Babbo Natale, chiudere questa pagina e tornare a fare quello che stavate facendo prima di aprirla, oppure potete andare avanti a leggere, squarciando il velo di Maya che avvolge questo brano meraviglioso. E secondo me vi piacerà ancora di più. (sono chiaramente esclusi quelli che sanno benissimo di che si tratta e stanno già facendo spallucce. vi vedo!) (seguono anche curiosità. mangari quelle vi mancano)

Occorre premettere che Shane MacGowan, leader dei Pogues e autore del pezzo in questione, nonostante sia nato il 25 dicembre (forse proprio per quello), sul genere umano una volta si è pronunciato in questa maniera: “La gente è a tanto così dall’ammazzarsi, stuprarsi, accoltellarsi, spararsi, massacrarsi, strangolarsi. È quello che vogliono fare e lo faranno comunque, indipendentemente da quanto cazzo frignate.” Lo scrive James Fearnley, membro della band, nella sua autobiografia (Here Comes Everybody).

Pensieri “natalizi” a parte, Jem Finer, coautore (e banjo player) di Fairytale of New York, inizialmente cercò di scrivere una canzone su un marinaio che a Natale sente la mancanza della moglie, ma fu proprio la moglie di Finer, Marcia Farquhar, a cassare immediatamente l’idea, etichettandola come banale. “Va bene, allora trova tu una storia più originale”, replicò lui. E così fu. Il grosso della trama (ispirata alla relazione di due amici newyorchesi) venne proprio da Marcia: una coppia attraversa un momento difficile, ma poi in qualche modo trova la redenzione. MacGowan all’epoca non aveva nemmeno mai visto New York e forse è per questo che ci ha messo due anni a scrivere la perfetta favola di Natale americana, che, per farla più semplice, è un po’ un litigio in tre atti.

C’è il ricordo della magia dei primi tempi:

“You were handsome. You were pretty
Queen of New York City
when the band finished playing, they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
we kissed on a corner
then danced through the night.”

(eri bello. eri carina, regina di New York. quando la band smise di suonare, ne chiesero ancora. Sinatra dondolava, gli ubriachi cantavano. ci baciammo in un angolo e ballamo nella notte)

C’è la rabbia nel constatare che ormai quella magia è svanita per sempre:

“You’re a bum, you’re a punk
you’re an old slut on junk
lying there almost dead on a drip in that bed
you scumbag, you maggot
you cheap lousy faggot
happy Christmas your arse, I pray God it’s our last.”

(sei un mantenuto, sei un teppista. sei una vecchia puttana drogata, lì sdraiata quasi morta con la flebo in quel letto. tu feccia, tu verme, tu piccolo frocio da quattro soldi. Buon Natale coglione, prego Dio che sia il nostro ultimo)

E infine c’è la resa e l’incapacità di lasciarsi, nonostante tutto:

“I could have been someone
well so could anyone
you took my dreams from me
when I first found you
I kept them with me babe
I put them with my own
can’t make it all alone
I’ve built my dreams around you.”

(avrei potuto essere qualcuno. chiunque potrebbe esserlo. mi togliesti i sogni quando all’inizio ti trovai. li ho presi con me, piccola, li ho messi con ciò che mi appartiene. non posso farcela da solo, ho costruito i miei sogni attorno a te)

La prima versione era ambientata in Irlanda: “It was a wild Christmas Eve on the West coast of Clare. I looked ‘cross the ocean, asked what’s over there?”. E per Shane, a quanto pare, è stato un vero e proprio parto:

“È la canzone in assoluto più complicata che mi sia mai trovato a dover scrivere e cantare. Il bello è che invece sembra semplicissima.”

Elvis Costello, che nel 1985 aveva prodotto il loro Rum, Sodomy & the Lash, suggerì di chiamarla Christmas Day in the Drunk Tank, ma a MacGowan il titolo pareva poco accattivante e siccome Finer proprio in quel periodo stava leggendo il romanzo di James Patrick Donleavy, A Fairy Tale of New York, chiesero allo scrittore il permesso di utilizzare il suo.

A febbraio del 1986 i Pogues sbarcarono a New York per il loro primo tour americano e Shane si innamorò perdutamente della Grande Mela. La sera stessa del concerto, nel backstage si presentarono Peter Dougherty, che poi diresse il video della canzone, e Matt Dillon, che nello stesso video recitò la parte del poliziotto che arrestava MacGowan.

Ai tempi, Fairytale of New York si è fatta soffiare il primo posto della classifica dalla versione di Always on My Mind dei Pet Shop Boys, ma Shane non se n’è mai fatto un cruccio: “L’importante per me era arrivare al primo posto in Irlanda. Del resto non ho mai pensato che gli inglesi avessero buon gusto.”

Riferimenti:
Fairytale of a fairytale (BBC, 21 dicembre 2007)
Here Comes Everybody by James Fearnley – review, Alexis Petridis (The Guardian, 14 giugno 2012)
Fairytale of New York: the story behind the Pogues’ classic Christmas anthem, Dorian Lynskey (The Guardian, 6 dicembre 2012)
The making of Irish Christmas song “Fairytale of New York” by The Pogues, Niall O’Dowd (Irish Central, 12 dicembre 2016)

il cinema e le bugie su Joni Mitchell

Era un po’ che volevo farlo. Ne sentivo tremendamente il bisogno. “Fare cosa?”, vi starete chiedendo. Raccogliere le scene dei film in cui viene citata Joni Mitchell e raccontare gli stereotipi legati alla sua musica.

Lo so, molti di voi probabilmente non sanno nemmeno chi sia Joni Mitchell (mi riferisco a quelli che hanno avuto poco a che fare con la sottoscritta, dato che gli altri sono stati prontamente evangelizzati) (beh, che aspettate? googlatela immediatamente!), ma sono quasi certa che tutti abbiate visto almeno uno dei film che sto per citare qui sotto. Ecco perché non posso permettere che viviate nella menzogna. Schiavi di sceneggiature tendenziose e colme di fake news. Questo è un post per farvi aprire gli occhi.

“Sieeeeti caaaldi?” Ok, let’s start!

1. Joni Mitchell è complicata

“Io non potrei mai stare con qualcuno a cui piaccia Joni Mitchell. ‘Son nuvole false, se non sbaglio. Io le nuvole non le conosco.’ Cosa vuol dire? È un pilota, per caso? Dev’essere una metafora, ma non so cosa voglia dire.”

Lo dice Tom Hanks in You’ve Got Mail (concedetemi di lasciare soltanto il titolo originale. tanto ci siamo capiti. la traduzione si è troppo defilippizzata per i miei gusti), mentre una Meg Ryan piuttosto basita, che più volte fa riferimento alle canzoni di Joni nel film (qui, per esempio, cita River), sembra pensare “questo è proprio un cretino presuntuoso”.

Troppe metafore, signora Mitchell. Perché servirsi di tutti quei sottotesti, quando si potrebbe parlare forte, chiaro e a tutti indistintamente?
A Pascoli e a Montale avreste detto la stessa cosa forse? Ah, no? Sessisti!

2. Joni Mitchell è triste

Il film in questione è Love Actually (L’amore davvero). Marito (Alan Rickman) e moglie (Emma Thompson) stanno scartando i regali di Natale assieme ai figli. Premessa: in una scena precedente a questa, tra i due c’è già stato lo scambio verbale che segue: “Cos’è che stiamo ascoltando?”, chiede lui. “Joni Mitchell.” “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” “La amo… e il vero amore dura tutta la vita. Joni Mitchell è la donna che ha insegnato alla tua gelida moglie inglese cos’è un’emozione.” “Davvero? Ah… bene, un giorno o l’altro le scriverò per ringraziarla.” (fa anche lo spiritoso…). Già la povera Joni non partiva proprio benissimo. “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” suona come “dai, è musica da ragazzine. Sei una donna adesso.”

Ma torniamo ai regali di Natale. Emma scarta il dono che le ha fatto il marito e cosa trova nel pacchetto? Both Sides Now, disco orchestrale di Joni del 2000. A quel punto si allontana, fa partire il cd in camera da letto e si ritrova in lacrime (la canzone incriminata, quella che dà il titolo al cd, peraltro è la stessa delle nuvole che infastidivano Tom Hanks). Le canzoni di Joni Mitchell sono tristi. Joni Mitchell vi farà piangere. Eh, no! La verità è che Emma si aspettava un gioiello che invece è finito al collo di un’altra donna, l’amante del marito. Quindi, mettetevi il cuore in pace, avrebbe pianto comunque. Anche su un pezzo di Elio E Le Storie Tese, per dire.

3. Se sei un uomo e ti piace Joni Mitchell, sei gay

Agli uomini, quelli alfa dominanti, Joni Mitchell non può piacere. Lo sostiene senza troppi giri di parole la pellicola The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene). Anche se, come abbiamo visto nei filmati precedenti, si tratta di una teoria gettonatissima.

Ma vediamo che succede in questo film. Annette Bening trova Blue tra i vinili di Mark Ruffalo, padre biologico dei suoi figli, e se ne compiace (lei e Julianne Moore interpretano una coppia lesbo che è ricorsa appunto a un donatore per procreare). A dire il vero, Annette rimane piuttosto sorpresa, dato che, come dice, “è difficile trovare ragazzi etero a cui piaccia Joni Mitchell”. L’emozione di aver figliato con un animale raro è talmente grande, che si mette subito a cantare dalla gioia. Intona All I Want, il pezzo che apre proprio quel disco del 1971. E Julianne Moore, pur essendo lesbica, per l’entusiasmo ci va a letto (con l’animale in via di estinzione). Morale: alla stragrande maggioranza dei “veri uomini” Joni Mitchell non piace, anche se quei tre gatti che invece l’apprezzano potranno trasformare l’acqua in vino e moltiplicare pani e pesci. E ho detto tutto.

Decisamente, mi sento autorizzata ad affermarlo, tra Joni Mitchell e il grande schermo non è mai corso buon sangue.

“Nico, 1988” non è (solo) un film su Nico

Dopo averci dormito sopra sono giunta alla seguente conclusione: Nico, 1988 è un film splendido, penalizzato dal fatto che sia appunto (considerato) “un film su Nico” (un po’ anche dai pregiudizi – onestamente comprensibili, di ‘sti tempi – legati al cinema italiano).

Mi spiego meglio. Ieri sera al Cinema Beltrade, qui a Milano, saremo stati in 10 a dir tanto a vedere il film di Susanna Nicchiarelli. Una manciata di duri e puri, musicofili incalliti, nostalgici dei Velvet Underground, della Factory di Andy Warhol e di Lou Reed naturalmente. Probabilmente nemmeno così consapevoli di chi fosse davvero Christa Päffgen, che per tutto il film cerca invano di scrollarsi di dosso un nome d’arte diventato scomodo: “Don’t call me Nico, call me by my real name: Christa”.

Se, prima della proiezione, avessi intervistato uno qualunque dei presenti in sala e gli avessi chiesto di dirmi un paio di titoli dei suoi pezzi, probabilmente mi avrebbe risposto All Tomorrow’s Parties o Femme Fatale, il più attento magari avrebbe citato anche These Days, ma queste non sono canzoni sue. Non portano la firma di una professionista che in qualche modo vuole sia resa giustizia al suo lavoro: “My life started after the experience with the Velvet Underground. I started making my own music.”.

E rendere giustizia a questa pellicola, significa dire che Nico, 1988 non è soltanto il docufilm su una cantante “rock”, ma è la storia di una donna bellissima eppure infelice. “Am I ugly?”, chiede in una scena al suo manager. E quando lui, scherzando, risponde di sì, lei replica così: “I want to be ugly, I wasn’t happy when I was beautiful”. È il ritratto di una madre che non essendo in grado di prendersi cura del proprio figlio (il padre, Alain Delon, non ha mai voluto riconoscerlo), lo affida ai suoceri e lo ritrova soltanto anni dopo, non proprio in ottime condizioni (Ari Päffgen, come lei, è passato da una droga all’altra, oltre ad aver tentato più volte il suicidio). Nico, 1988 racconta il punto di vista di un’artista che non ha mai voluto essere amata da chiunque indistintamente, ma che ha sempre cercato il consenso di quelli davvero in grado di comprenderla. (E qui mi è tornata in mente Sylvia Plath: “Of wanting, in a juvenile way, […] to be loved by a man who admired me, who understood me as much as I understood myself”.)

Non fraintendetemi però, Nico è un film denso di musica. La scena del concerto di Praga in cui, in piena crisi d’astinenza, Trine Dyrholm (straordinaria attrice protagonista su cui tornerò tra poco) canta My Heart Is Empty, credo sia una delle più intense rappresentazioni di live mai viste sul grande schermo. Ci sono anche pezzi che non ti aspetti: Big in Japan e Nature Boy, per esempio. E ci sono i suoni che Nico cercherà di catturare un po’ ovunque con l’inseparabile registratore. Ma sopra ogni cosa, c’è il timbro particolarissimo della sua voce (Trine riesce a renderla in maniera quasi impeccabile), che Warhol una volta definì così: “an IBM computer doing an impression of Greta Garbo”.

Quello che voglio dire è che Nico, 1988 è innanzitutto una storia, appassionata e struggente, che merita di essere vista indipendentemente da Nico, anche per i motivi elencati qui sotto.

Cose che sono rimaste

La fotografia, con questa tonalità di verde cupo che permane in tutta la pellicola, ad eccezione soltanto dell’apertura e della scena finale (entrambe ambientate a Ibiza), in cui tutto esplode nella luce.

Il volto di Trine Dyrholm e l’infinità di espressioni su di esso. Un’interpretazione davvero fuori dal comune.

I titoli di coda che vorresti non finissero mai, perché li accompagna una splendida versione di Big in Japan cantata sempre da lei.

Un libro: le poesie di William Wordsworth, da cui Nico ha tratto il titolo di un album del 1968.

“Of moon or favouring stars, I could behold
The antechapel where the statue stood
Of Newton with his prism and silent face,
The marble index of a mind for ever
Voyaging through strange seas of Thought, alone.”

Restano anche gli inserti della Factory di Warhol (filmati originali), gli scorci di Manchester, le immagini di lei bambina tra le macerie. E, mio malgrado, resteranno anche le camicie improponibili dell’impresario di Nico.

Le mie citazioni preferite

“I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both places are empty”. Lo dice Nico, mentre mangia un piatto di spaghetti al pomodoro, a proposito della sua carriera e del suo desiderio di normalità.