sunglasses playlist

La primavera è in fiore. Le calze spariscono, le gonne si accorciano e appena il vento soffia un po’, da lontano arriva l’odore dell’estate. Anche la luce è cambiata: ora più decisa e abbagliante, fa la felicità di chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.).

La sottoscritta dunque non poteva esimersi dal cogliere la palla al balzo e confezionare una playlist di musica per gli occhi, anzi, per gli occhiali.

Loom (Ani Difranco)
Apre le danze lei, la ragazzaccia con la chitarra. E sfacciata canta: “Se mi prometti di levarti quegli occhiali scuri, non farò nulla che tu non possa raccontare a tua moglie.” (Quelli che… prima di provarci, voglio guardarti negli occhi. Non sarai mica strabico?)

Shades (Iggy Pop)
Prima dei comunisti col Rolex, c’era lui, il punk con un debole per gli occhiali da sei milioni di dollari. “Questi sono gli occhiali più belli che abbia mai visto. Puoi essere la mia ragazza per l’eternità! Non credevo di valere così tanto.” (Quelli che… per arrivare al cuore di un uomo a volte basta un paio d’occhiali. Costosissimo però.)

Cheap Sunglasses (ZZ Top)
Per loro gli occhiali da sole sono uno status symbol. Non c’è scatto o live in cui non li abbiano addosso. “Aveva un’andatura dolce come melassa, ma quello che mi ha conquistato davvero erano i suoi occhiali a buon mercato.” (Quelli che… se ne fregano delle griffe, perché sanno essere cheap and chic.)

Sunglasses After Dark (The Cramps)
“Ora vi spiego come essere davvero cool: occhiali da sole quando fa buio!”. Che detto da uno che si faceva chiamare Lux… (Quelli che… – per stravolgere Allan Poe – noi che mettiamo gli occhiali da sole di notte sappiamo molte cose che sfuggono a chi li mette soltanto di giorno.)

Dark Sunglasses (Chrissie Hynde)
Anche lei, che passava il sabato sera in lavanderia e lavorava sodo per racimolare qualche quattrino, non bada a spese quando si tratta dell’accessorio fashion per eccellenza. (Quelli che… niente è più glamourous di un paio d’occhiali scuri.)

Outlaw Blues (Bob Dylan)
Dylan ha sempre amato nascondersi e ha fatto degli occhiali neri il suo dettaglio di stile, un’indispensabile barriera tra il suo personaggio e il resto del mondo. “I miei occhiali scuri e il mio dente cariato come porta fortuna.” Del resto, che altro serve nella vita? (Quelli che… ritiro il Nobel solo se riesco a comprarmici un bel paio di Ray-Ban nuovi di zecca.)

Shades (Dean Martin)
Non hai mai visto un uomo piangere? (cit.) Continuerai a non vederlo, perché Dean le lacrime le nasconde dietro un bel paio di occhialoni da sole. Anche se “dietro a questi occhiali posso nascondere i miei occhi rossi, ma il mio cuore spezzato no”. (Quelli che… boys don’t cry.)

Take Off Your Sunglasses (Ezra Furman and the Harpoons)
E, per chiudere, una vivace canzonetta con tanto di armonica e paragone ardito: “Non chiedermi di levarmi gli occhiali, è come se chiedessi a te di togliere i lacci delle scarpe.”
(Quelli che… toglietemi tutto, ma non i miei occhiali da sole.)

La playlist la ritrovate tutta qui (quasi tutta, a dire il vero. la canzone di Dean Martin su Spotify non l’hanno proprio considerata. “povero Martin, meglio ripartire”.).
Buon sole e occhio agli occhiali!

nella mente di David Lynch

Entrare nella mente di David Lynch richiede una buona dose di coraggio (se avete visto anche soltanto un paio dei suoi film, ne converrete con me) e i registi di The Art Life (Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm) mi piacciono, perché sono dei temerari.

Anche se probabilmente (come la sottoscritta) si sogneranno di notte un paio di cosette:
1. La donna completamente nuda, con la bocca insanguinata, che David racconta di aver visto camminare davanti a casa sua quand’era bambino e viveva con la famiglia nell’Idaho.
2. Il racconto delle numerose vivisezioni che faceva (insetti, pesci, topi…), preoccupandosi di annotare minuziosamente le caratteristiche e la texture di ogni singolo frammento recuperato, viscere incluse.

[se la parentesi splatter vi ha turbato, non preoccupatevi: da qui in avanti è tutta discesa. mettetevi comodi, fate partire questa e rilassatevi]

Quello che mi ha colpito della regia

In questo documentario Lynch non parla, pensa. I suoi discorsi non hanno alcuna connessione col labiale (no, non è come negli urticanti fuori sincrono di Ghezzi), la bocca lui non la muove per nulla. La sua voce, registrata in altre circostanze, fa da tappeto sonoro alle sequenze in cui fuma (e quanto fuma!), a quelle in cui crea, mettendo mano a colla, vernici, smerigliatrice e gommapiuma. Fa da sottofondo ai vecchi filmati della sua infanzia e alle inquietanti animazioni dei suoi dipinti. Non siamo di fronte a una semplice intervista insomma (come quella a Iggy Pop in Gimme Danger, per intenderci), ma a un vero e proprio flusso di coscienza.

C’è molta luce in questa pellicola, una luce ostentata, spesso accecante. Tutta quella che non abbiamo (quasi) mai visto nei suoi film, qui trova spazio nel presente (nelle immagini di casa e nei giochi con sua figlia Lula) e fa da contrasto all’oscurità che avvolge il passato, le tele, le visioni e i sogni. Anzi, gli incubi.

Cose che sono rimaste

Un libro: The Art Spirit (Robert Henri). Consigliato a Lynch dall’artista e suo mentore Bushnell Keeler. Resterà per molti anni il suo testo guida.

Un fattaccio: Quando Lynch è studente, Peter Wolf, suo coinquilino per un breve periodo, una sera lo porta a un concerto di Bob Dylan e lui a un certo punto, nel bel mezzo dell’esibizione, prende e se ne va. “Nobody walks out on Dylan”, gli fa notare Peter. “I walk out on Dylan. Get the fuck out of here.”, risponde lui. Fine di una convivenza.

Le mie citazioni preferite

“The only thing that was important is what happened outside of school and that had a huge impact on me. People and relationships, slow dancing parties, big, big love and dreams, dark, fantastic dreams.”

“Accident or destroying something can lead you to something good.”

chiedi chi era Astrid Lindgren


(Astrid Lindgren, 1952 – Foto: Karl Werner Gullers)

Leggevo spesso Pippi Calzelunghe da bambina. Mia figlia va matta per Lotta e per Emil (ce li ha consigliati Francesca di Edufrog). Che li avesse scritti Astrid Lindgren lo sapevo. Chi fosse realmente questa donna, no. Conoscevo poco e nulla della sua vita, dell’indole ribelle, delle battaglie politiche e della sua forza straordinaria. Poi, un paio di settimane fa, al Teatro Franco Parenti ho visto Astrid, un documentario emozionante e davvero ben fatto che mi ha aperto un mondo.

Cose che sono rimaste

– La sua emancipazione: fu tra le prime ragazze di Vimmerby (sua città natale) a tagliare i capelli corti e, appena diciannovenne, incinta del primo figlio, dato che si rifiutava di sposare l’uomo che non amava, lasciò la famiglia e si trasferì a Stoccolma.

– Il suo rapporto con una giovane lettrice che le rivolse critiche ferocissime sulla scelta degli attori per i film tratti da Pippicalzelunghe e da Emil. La Lindgren intrattenne per anni una corrispondenza con lei, aiutandola a superare anche molti momenti difficili.

– Il parallelismo tra Pippi Calzelunghe e alcuni film muti del 1920 con Mary Pickford.

Approfondimenti

Astrid di Kristina Lindström

Astrid Lindgren’s legacy di Birgitta Steene (docente di letteratura e cultura scandinava all’Università di Washington)

A World Gone Mad: The Diaries of Astrid Lindgren, 1939-45

“Io non voglio scrivere per gli adulti. Voglio scrivere per quei lettori che possono attuare miracoli. E solo i bambini fanno miracoli quando leggono.” (Astrid Lindgren)


(Astrid e il figlio Lasse a Stoccolma, 1930)

connessioni

connessioni (Jenny Holzer)

Ogni cosa è illuminata, secondo Jonathan Safran Foer. Ok. Ma soprattutto ogni cosa è in qualche modo collegata ad altre, aggiungo io. Esistono fili sottilissimi (spesso impercettibili) che uniscono oggetti, parole, pensieri, persone. E Jenny Holzer per me lo dice benissimo: “All things are delicately interconnected”.

Per quanto mi riguarda, ormai ne ho la certezza: fili invisibili legano le cose che ascolto, guardo e amo. E quando alcuni di questi decidono di palesarsi, mi ritrovo in qualche modo a pensare che nel (mio) caos tutto abbia il suo bel posticino predefinito.

Per esempio, sono ragazzetta, Lou Reed già lo adoro, ma nella mia stanza ascolto ossessivamente anche la Strambelli e rimango di stucco quando scopro questa:

(Che poi Patty ha cantato anche la sua versione di Walk on the wild side. Ma si tratta di un pezzo decisamente più inflazionato.)

Poi c’è quella volta di Jenny Holzer. Me ne innamoro dopo aver visto alcune sue opere a Siena, accompagnata da un cicerone d’eccezione. Qualche anno dopo guardo un film di Dennis Hopper (altro mio punto di riferimento artistico), Ore contate, in cui Jodie Foster fa la parte di un’artista concettuale che crea “scritte elettroniche”. Una su tutte richiama la mia attenzione: “Protect me from what I want”. E indovinate chi è la vera autrice? Jenny Holzer ovviamente.

E di nuovo. È il 2006, sono a Parigi, tappa obbligata al Pompidou. C’è una mostra che sembra interessante, Los Angeles 1955-1985 – Naissance d’une capitale artistique. Di chi è la foto della locandina? Di Dennis Hopper naturalmente.


Dennis Hopper, Double Standard, 1961.

Un caso che anche una delle mie primissime interviste io l’abbia fatta proprio a lui? I don’t think so.

Di recente ho scovato altre connessioni leggendo l’autobiografia di Diane Keaton. Non avrei mai pensato di trovarci dentro Amelia Earhart, che ha dato il nome a mia figlia (“I’ll never forget the day our next-door neighbor Laurel Bastendorf said, ‘Diane, you know who you look like?’ ‘Doris Day?’ I asked. ‘Oh no, this is far better. You look like Amelia Earhart, the famous woman pilot whose plane went down over the Pacific – you know, the national heroine? You could be mistaken for her daughter.'”), e Joni Mitchell, la mia cantautrice di riferimento (“During the early 1970s, Joni Mitchell’s ‘A case of you’ told me the story I wanted to hate but loved to hear. The story of goodbye. The perfect goodbye. The perfect loss. The perfect ache. Nothing does words better than music.”).

Ho scoperto dopo che Diane Keaton ha interpretato proprio la Earhart sul grande schermo. Per non parlare del fatto che uno dei pezzi che preferisco di Joni Mitchell fa riferimento proprio all’aviatrice statunitense.

E così via. Potrei andare avanti all’infinito, ma ne andrebbe del mio pranzo e della vostra pazienza.

slamming doors (fai come Clint)

slamming doors (fai come Clint)

Sbattere la porta è lo sport preferito dei miei dirimpettai. Se esistessero dei campionati mondiali (esistono?), loro sarebbero senza dubbio i detentori del record assoluto. La sequenza sonora, ormai da quattro anni a questa parte, è sempre la stessa: piedi che salgono la rampa di scale, scatto della porta a vetri, chiavi nella serratura, porta che cigolando si apre e poi… “SBAM!”. Secco, energico, definitivo. I miei vetri tremano, i soprammobili vacillano: qualcuno di molto importante è tornato a casa. E ci tiene a farlo sapere al mondo. Sia mai che per sbaglio non se ne accorga tutto il condominio.

Una routine consolidata ormai, che ogni volta però mi fa tornare in mente uno dei miei film preferiti, I ponti di Madison County. La faccio breve, per chi non lo conosce: Francesca (Meryl Streep), casalinga sposata con figli, che vive in the middle of nowhere, “incappa” in Robert (Clint Eastwood), fotografo del National Geographic, e perde la testa per lui. E sapete perché se ne innamora perdutamente? Forse perché lui è l’uomo inafferrabile per antonomasia, facile-da-avere-difficile-da-tenere? Assolutamente no! Perché si offre di aiutarla a pelare le carote? No (anche se effettivamente è una buona mossa)!

Ve lo spiego io perché non riesce a resistergli: perché Robert, una delle prime volte che lei lo invita a casa, chiude la dannata porta d’ingresso con delicatezza. Non la fa sbattere come i miei vicini. No. Lui prima la accosta e poi fa scattare piano la serratura. Lei, se non ricordo male, commenta anche con un “che carino…”. Lo dice sospirando e con un’espressione in volto che già dice tutto (foto esplicativa sopra): è cotta.

(Ri)guardate attentamente il film e ditemi se non ho ragione. Ma, si sa, Clint è Clint, lui ha già vinto tutto. I miei dirimpettai invece sono ancora alle prese con i campionati mondiali.

(soundtrack: Creedence Clearwater Revival, Lookin’ Out My Back Door)

musica tra il buio e il silenzio

Scrivo che è quasi notte. Il momento che preferisco, da sempre. Quello in cui mi riesce meglio qualunque cosa (o almeno così pare a me). Adoro camminare in bilico sul filo della mezzanotte per poi allungare il passo e andare oltre. Mi piace restare sospesa tra il buio e il silenzio.

Quand’ero ragazzina era la situazione ideale per studiare. Oggi è molto di più: è un varco interdimensionale, la porta per accedere al mio spazio senza tempo. Posso leggere, ascoltare, guardare e scrivere senza interruzioni, con la sensazione che i minuti che mi separano dalla mattina siano infiniti.

Stasera su consiglio di uno che (di musica) ne sa, sto ascoltando Leoš Janáček e dalla mia dimensione parallela voglio condividere la buonanotte perfetta.

Bonne nuit!

(music: Sur un sentier recouvert – Bonne nuit!, Leoš Janáček, Sarah Lavaud. photo: Bus stop, Astrid Kruse Jensen)

donne, motori e donne motrici

Poco fa, ascoltando in auto un vecchio disco di Prince, l’orecchio mi è cascato su Little Red Corvette. Diciamolo, suona sempre dannatamente bene nello stereo. L’avrò cantata a squarciagola diverse volte, ma senza mai fare particolare attenzione al testo.

Oggi invece riflettevo sulla prospettiva ribaltata: il latin lover, colui che seduce e abbandona ignare fanciulle in una quantità spropositata di canzoni (italiane, inglesi, francesi, ostrogote…), questa volta lascia spazio a una donna supercar, con molti cavalli a disposizione. Lei accelera a tal punto che il malcapitato TAFKAP si ritrova a supplicarla: “honey, you got to slow down”.

Al di là del fatto che la maggior parte della musica di Prince, come ben sappiamo, trasuda sesso da tutti i pori, ma non è questo il punto, ho cominciato a pensare ad altri pezzi (non suoi), che hanno messo l’uomo in ginocchio e (me lo dico da sola) ne è venuta fuori una playlist (tra il serio e il faceto) niente male. Al grido di “non di sole Florence Nightingale è fatto il mondo!”.

Little Red Corvette (Prince)
“I guess I must be dumb, ‘cause you had a pocket full of horses.” Una che, per parafrasare uno dei nostri, ha più clienti di un consorzio alimentare.

Femme Fatale (Velvet Underground)
“You’re put down in her book, you’re number thirty seven, have a look!” Quella che, per tenere il conto dei suoi incontri galanti, addirittura gira con l’agendina.

Cactus Tree (Joni Mitchell)
“There’s a lady in the city and she thinks she loves them all.” Tra le mie preferite, l’intellettuale con un uomo per ogni stagione.

Malafemmena (Totò)
“Si dolce come ‘o zucchero, però sta faccia d’angelo te serve pe’ngannà.” Naturalmente non poteva mancare la femme fatale partenopea.

Contessa (Decibel)
“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te. Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.” E, dulcis in fundo, la donna egocentrica piuttosto golosa che ha fatto arrabbiare Enrico Ruggeri.

(ne avrei molte altre da aggiungere, ma il mio tempo dedicato al cazzeggio per oggi finisce qui). Buon ascolto!

il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

buon compleanno, nonna

buon compleanno, nonna

quando qualcuno che ami se ne va, restano miriadi di piccole (grandi) cose: gli spazi che avete condiviso, quello in cui metteva cuore e anima, il modo in cui si prendeva cura di te…

mia nonna amava tanto la sua casa. la custodiva come un gioiello, ché fosse sempre pulita, in ordine e pronta per ospitarci (in questo, ahimè, io non ho preso da lei…).

mia nonna era una buona forchetta (e qui invece le somiglio parecchio). le piaceva moltissimo mangiar bene, ma ancora di più preparare prelibatezze. quello era il suo modo di coccolarci, ci stringeva tutti in un grosso abbraccio culinario. ogni vigilia di Natale si presentava a cena da noi con la sua memorabile teglia di cardi al burro e parmigiano. mentre a pranzo da lei i pezzi forti erano vincisgrassi, involtini e fegato alla veneziana. ricordo ancora perfettamente profumi e sapori. finché gli occhi e le mani gliel’hanno permesso, ha cucinato con amore per sé e per noi, apparecchiando scrupolosamente la tavola e versando generosamente vino rosso.

mia nonna amava leggere. c’è stato un periodo in cui mi chiedeva spesso consigli di lettura. tra gli altri le avevo prestato La diva Giulia, Il mondo secondo Garp e I ponti di Madison County. poi le avevo portato anche i film e li avevamo guardati assieme.

la cosa che più mi rimprovero da quando se n’è andata lo scorso maggio è di non averle mai raccontato molto di me, ma soprattutto di non averle chiesto di più di lei, del nonno e degli anni in cui io non ero nemmeno un pensiero.

poco prima di partire per le vacanze, ho passato un intero pomeriggio a casa sua, a frugare tra vecchie foto. ce n’erano di bellissime, ma la mia preferita è quella che ho postato qui sopra. è datata 8 agosto 1943, stava per compiere 23 anni.

proprio oggi avrebbe spento 96 candeline e la torta questa volta avrei proprio voluto preparargliela io.

buon compleanno, nonna!

infanzia: parliamoci chiaro

Lo scorso sabato, all’interno del festival Family Care, organizzato da Emmi’s Care, da Edufrog e curato dalla comunità di pratiche [mi+t]3, si è parlato di infanzia e di famiglia.
La vera differenza tra le chiacchiere a cui siamo molto spesso abituati e quello che è stato detto in quel particolare contesto, per me l’ha fatta il modo in cui se n’è parlato: in poco più di tre ore si è andati al sodo davvero. A un sodo scomodo, irritante, a tratti persino angosciante. Eppure è stato un incontro importante e bellissimo.
Provo a spiegarmi meglio.

Che familiarità abbiamo con frasi tipo queste?
1. “Sai cosa facciamo di bello oggi, piccolino? Andiamo all’Ikea!”
2. “Avete un libro che mi aiuti a far togliere rapidamente il pannolino a mio figlio?”
3. “Santo tablet! Un paio di puntate di Masha e guarda come sta a tavola tranquillo.”

Parecchia, vero? Un paio le ho pronunciate anch’io non molto tempo fa.
E cosa diciamo a noi stessi (genitori), (ma soprattutto cosa ci raccontano) per (farci) stare tranquilli?
1. I bambini all’Ikea e nei centri commerciali in generale si divertono molto più che ai giardini. Non rischiano di prendersi germi giocando con la terra, non si sporcano e che meraviglia tutte quelle cose da guardare.
2. Dev’esserci una ricettina facile facile e veloce per semplificarsi la vita. Certo che c’è: glielo spiega il libro.
3. D’altra parte uno deve pur mangiare in pace, è una questione di sopravvivenza. Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno.

“Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno”. Già. Un’espressione che in qualche modo ci assolve tutti, accomunandoci in una leggerezza rassicurante, che in parte giustifica anche il modo in cui noi stessi siamo stati cresciuti e gli adulti che siamo diventati oggi. E ci può stare. Per tutte quelle volte in cui non abbiamo tempo, per quelle in cui siamo ridotti ai minimi termini. Per carità, la levità è importante, spesso necessaria, ma si può essere davvero in grado di misurare e sperimentare leggerezza quando si è sempre viaggiato senza bagaglio? Io credo di no. Penso che questo bagaglio in qualche modo dovremmo averlo (avuto) tutti. Dobbiamo averlo portato sulle spalle almeno una volta per poter decidere consapevolmente cosa tenerci dentro, cosa togliere e persino di lasciarlo a casa, qualche volta, a seconda del tipo di viaggio e del percorso che vogliamo/dobbiamo intraprendere. Tenendo sempre a mente che abbiamo tutto il diritto, nonché il dovere, di prendere personalmente le decisioni che riguardano i nostri figli, ma anche che nella stragrande maggioranza dei casi sono le decisioni che prendono alla sprovvista noi. E no, non (sempre) “fa lo stesso”.

Ecco. Sabato sono venuta via dal Family Care con molte informazioni preziose da aggiungere al mio bagaglio di persona e di mamma. Spunti interessanti ma soprattutto utili. Appunti sparsi che voglio fermare anche online, qui a casa mia.

Paola Tonelli, formatrice e pubblicista, ha parlato di adulti, bambini e oggetti della natura.

Problematiche
I bambini delle grandi città sono poco autonomi, passivi e virtuali e l’invasione tecnologica massiva e senza criterio ha provocato danni che oggi si quantificano proprio sulla loro pelle. Dora Kalff, allieva e paziente di Jung, sosteneva che l’allontanamento dalla natura fosse anche un allontanamento dalle emozioni. Oggi i bambini vivono in scatole: passano dalla scatola casa alla scatola macchina, dalla scatola macchina alla scatola asilo/scuola, da quest’ultima di nuovo alla scatola casa dove vengono messi davanti alla scatola televisione. E nel fine settimana? Spesso si preferisce il centro commerciale al parco.

Cosa possiamo fare
Guardare le facce dei bambini. Fare un passo indietro e osservarli attentamente, come fossimo antropologi al lavoro. Cosa leggiamo sui loro volti? Spesso noia e apatia. Non dobbiamo mai dimenticare che hanno il sacrosanto diritto di oziare e di trascorrere del tempo non programmato. Devono poter affondare le mani nella terra e sporcarsi. Sì, anche e soprattutto in città. Cosa possono e possiamo imparare in questo modo? A sviluppare sguardi, cogliere quanto la vita ci regala e a tessere progetti con quanto viene raccolto e osservato.

Approfondimenti
Usciamo all’aperto, Paola Tonelli.
L’ultimo bambino nei boschi, Richard Louv.


(foto © Spazio B**K, Milano)

Fausta Orecchio, editore (Orecchio Acerbo), ha intitolato il suo intervento I grandi contro i bambini.

Problematiche
Quando si tratta di libri per l’infanzia, due sono le tendenza principali cavalcate dagli editori:
– pubblicare per categorie e grandi temi (rabbia, “capricci”…)
– selezionare soltanto la poesia (bandito ogni riferimento a dolore, tristezza e crudeltà).
Si presuppone che tutti i bambini siano uguali, che facciano parte di un insieme perfettamente omogeneo. E si considerano i libri alla stregua di ricettari e di strumenti che educatori e genitori possono usare per far crescere il più rapidamente possibile. Dunque non esistono più libri DI qualcuno, ma soltanto libri SU un determinato argomento.

Cosa possiamo fare
Dare valore al potere salvifico dei libri, importanti anche per esorcizzare piccole e grandi paure (il libro che ci piaceva leggere e rileggere da bambini spesso ci dice chi siamo stati). Scegliere con attenzione le letture che proponiamo ai nostri figli, cercando in esse domande invece che facili risposte. Offrire il più ampio spettro di emozioni possibile.

Approfondimenti
Aprite quella porta di Benoît Jacques. E l’importanza dell’umorismo.
Hänsel e Gretel di Lorenzo Mattotti. E il senso del bello.
L’isola di Armin Greder. E il senso del NOI.
A una stella cadente di Mara Cerri. E il senso di SÉ.

Il sociologo Stefano Laffi (Codici Ricerche Sociali), nel suo intervento Se le cose parlano per noi, ha riportato l’attenzione sugli oggetti che oggi circondano i bambini.

Problematiche
Non ce ne rendiamo conto, ma gli oggetti hanno un potere fortissimo. Sono imperativi, non rispondono. Cosa insegnano? Rendono capaci o inetti? La resa al tablet è spesso considerata l’unica via per tenere impegnati i bambini, per distrarli mentre mangiano, per rendere più silenziosi i viaggi in treno o in automobile. La società in cui viviamo sponsorizza continuamente oggetti seriali, seduttivi e tecnologi. Come se fosse diventato impossibile giocare senza il tasto PLAY. Con questo tipo di giocattoli la fatica dell’apprendimento si riduce a zero e c’è un’inversione del senso del tempo, che non scorre, scade. Ecco quindi che l’attesa perde completamente senso.

Cosa possiamo fare
Anche se la nostra società ha privilegiato la vista, dobbiamo ricordarci che questa non ci restituisce i 360°. I bambini devono avere l’opportunità di sentire, annusare e toccare, non soltanto di vedere.

Approfondimenti
La congiura contro i giovani, Stefano Laffi.
Libro d’ombra, Junichiro Tanizaki.
L’infra-ordinario, Georges Perec.

E, proprio ascoltando quest’ultimo intervento, mi è venuto in mente un episodio di qualche settimana fa. Sono ai giardinetti con mia figlia. Lei sta giocando sul prato con una macchinina. Si avvicina un bimbo più grande (avrà 4/5 anni), le toglie la macchinina dalle mani e comincia a osservarla, rivoltandola ossessivamente: “Come funziona? Dov’è il pulsante per farla andare?”. Mia figlia riprende la macchinina e la muove avanti e indietro sull’erba: “Va così, guarda!”. Di nuovo lui: “Si, ma come si accende?”.

Cos’ha determinato il pensiero di quel bambino? Una predisposizone naturale oppure quello che gli è stato dato in mano e messo attorno mentre cresceva? Possiamo ancora far finta che gli oggetti che sono nelle camerette (e nelle nostre case), e che spesso rimpiazzano completamente libri e natura, non influenzino in alcun modo l’immaginazione e il loro (e nostro) modo di guardare il mondo?