il cinema e le bugie su Joni Mitchell

Era un po’ che volevo farlo. Ne sentivo tremendamente il bisogno. “Fare cosa?”, vi starete chiedendo. Raccogliere le scene dei film in cui viene citata Joni Mitchell e raccontare gli stereotipi legati alla sua musica.

Lo so, molti di voi probabilmente non sanno nemmeno chi sia Joni Mitchell (mi riferisco a quelli che hanno avuto poco a che fare con la sottoscritta, dato che gli altri sono stati prontamente evangelizzati) (beh, che aspettate? googlatela immediatamente!), ma sono quasi certa che tutti abbiate visto almeno uno dei film che sto per citare qui sotto. Ecco perché non posso permettere che viviate nella menzogna. Schiavi di sceneggiature tendenziose e colme di fake news. Questo è un post per farvi aprire gli occhi.

“Sieeeeti caaaldi?” Ok, let’s start!

1. Joni Mitchell è complicata

“Io non potrei mai stare con qualcuno a cui piaccia Joni Mitchell. ‘Son nuvole false, se non sbaglio. Io le nuvole non le conosco.’ Cosa vuol dire? È un pilota, per caso? Dev’essere una metafora, ma non so cosa voglia dire.”

Lo dice Tom Hanks in You’ve Got Mail (concedetemi di lasciare soltanto il titolo originale. tanto ci siamo capiti. la traduzione si è troppo defilippizzata per i miei gusti), mentre una Meg Ryan piuttosto basita, che più volte fa riferimento alle canzoni di Joni nel film (qui, per esempio, cita River), sembra pensare “questo è proprio un cretino presuntuoso”.

Troppe metafore, signora Mitchell. Perché servirsi di tutti quei sottotesti, quando si potrebbe parlare forte, chiaro e a tutti indistintamente?
A Pascoli e a Montale avreste detto la stessa cosa forse? Ah, no? Sessisti!

2. Joni Mitchell è triste

Il film in questione è Love Actually (L’amore davvero). Marito (Alan Rickman) e moglie (Emma Thompson) stanno scartando i regali di Natale assieme ai figli. Premessa: in una scena precedente a questa, tra i due c’è già stato lo scambio verbale che segue: “Cos’è che stiamo ascoltando?”, chiede lui. “Joni Mitchell.” “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” “La amo… e il vero amore dura tutta la vita. Joni Mitchell è la donna che ha insegnato alla tua gelida moglie inglese cos’è un’emozione.” “Davvero? Ah… bene, un giorno o l’altro le scriverò per ringraziarla.” (fa anche lo spiritoso…). Già la povera Joni non partiva proprio benissimo. “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” suona come “dai, è musica da ragazzine. Sei una donna adesso.”

Ma torniamo ai regali di Natale. Emma scarta il dono che le ha fatto il marito e cosa trova nel pacchetto? Both Sides Now, disco orchestrale di Joni del 2000. A quel punto si allontana, fa partire il cd in camera da letto e si ritrova in lacrime (la canzone incriminata, quella che dà il titolo al cd, peraltro è la stessa delle nuvole che infastidivano Tom Hanks). Le canzoni di Joni Mitchell sono tristi. Joni Mitchell vi farà piangere. Eh, no! La verità è che Emma si aspettava un gioiello che invece è finito al collo di un’altra donna, l’amante del marito. Quindi, mettetevi il cuore in pace, avrebbe pianto comunque. Anche su un pezzo di Elio E Le Storie Tese, per dire.

3. Se sei un uomo e ti piace Joni Mitchell, sei gay

Agli uomini, quelli alfa dominanti, Joni Mitchell non può piacere. Lo sostiene senza troppi giri di parole la pellicola The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene). Anche se, come abbiamo visto nei filmati precedenti, si tratta di una teoria gettonatissima.

Ma vediamo che succede in questo film. Annette Bening trova Blue tra i vinili di Mark Ruffalo, padre biologico dei suoi figli, e se ne compiace (lei e Julianne Moore interpretano una coppia lesbo che è ricorsa appunto a un donatore per procreare). A dire il vero, Annette rimane piuttosto sorpresa, dato che, come dice, “è difficile trovare ragazzi etero a cui piaccia Joni Mitchell”. L’emozione di aver figliato con un animale raro è talmente grande, che si mette subito a cantare dalla gioia. Intona All I Want, il pezzo che apre proprio quel disco del 1971. E Julianne Moore, pur essendo lesbica, per l’entusiasmo ci va a letto (con l’animale in via di estinzione). Morale: alla stragrande maggioranza dei “veri uomini” Joni Mitchell non piace, anche se quei tre gatti che invece l’apprezzano potranno trasformare l’acqua in vino e moltiplicare pani e pesci. E ho detto tutto.

Decisamente, mi sento autorizzata ad affermarlo, tra Joni Mitchell e il grande schermo non è mai corso buon sangue.

“Nico, 1988” non è (solo) un film su Nico

Dopo averci dormito sopra sono giunta alla seguente conclusione: Nico, 1988 è un film splendido, penalizzato dal fatto che sia appunto (considerato) “un film su Nico” (un po’ anche dai pregiudizi – onestamente comprensibili, di ‘sti tempi – legati al cinema italiano).

Mi spiego meglio. Ieri sera al Cinema Beltrade, qui a Milano, saremo stati in 10 a dir tanto a vedere il film di Susanna Nicchiarelli. Una manciata di duri e puri, musicofili incalliti, nostalgici dei Velvet Underground, della Factory di Andy Warhol e di Lou Reed naturalmente. Probabilmente nemmeno così consapevoli di chi fosse davvero Christa Päffgen, che per tutto il film cerca invano di scrollarsi di dosso un nome d’arte diventato scomodo: “Don’t call me Nico, call me by my real name: Christa”.

Se, prima della proiezione, avessi intervistato uno qualunque dei presenti in sala e gli avessi chiesto di dirmi un paio di titoli dei suoi pezzi, probabilmente mi avrebbe risposto All Tomorrow’s Parties o Femme Fatale, il più attento magari avrebbe citato anche These Days, ma queste non sono canzoni sue. Non portano la firma di una professionista che in qualche modo vuole sia resa giustizia al suo lavoro: “My life started after the experience with the Velvet Underground. I started making my own music.”.

E rendere giustizia a questa pellicola, significa dire che Nico, 1988 non è soltanto il docufilm su una cantante “rock”, ma è la storia di una donna bellissima eppure infelice. “Am I ugly?”, chiede in una scena al suo manager. E quando lui, scherzando, risponde di sì, lei replica così: “I want to be ugly, I wasn’t happy when I was beautiful”. È il ritratto di una madre che non essendo in grado di prendersi cura del proprio figlio (il padre, Alain Delon, non ha mai voluto riconoscerlo), lo affida ai suoceri e lo ritrova soltanto anni dopo, non proprio in ottime condizioni (Ari Päffgen, come lei, è passato da una droga all’altra, oltre ad aver tentato più volte il suicidio). Nico, 1988 racconta il punto di vista di un’artista che non ha mai voluto essere amata da chiunque indistintamente, ma che ha sempre cercato il consenso di quelli davvero in grado di comprenderla. (E qui mi è tornata in mente Sylvia Plath: “Of wanting, in a juvenile way, […] to be loved by a man who admired me, who understood me as much as I understood myself”.)

Non fraintendetemi però, Nico è un film denso di musica. La scena del concerto di Praga in cui, in piena crisi d’astinenza, Trine Dyrholm (straordinaria attrice protagonista su cui tornerò tra poco) canta My Heart Is Empty, credo sia una delle più intense rappresentazioni di live mai viste sul grande schermo. Ci sono anche pezzi che non ti aspetti: Big in Japan e Nature Boy, per esempio. E ci sono i suoni che Nico cercherà di catturare un po’ ovunque con l’inseparabile registratore. Ma sopra ogni cosa, c’è il timbro particolarissimo della sua voce (Trine riesce a renderla in maniera quasi impeccabile), che Warhol una volta definì così: “an IBM computer doing an impression of Greta Garbo”.

Quello che voglio dire è che Nico, 1988 è innanzitutto una storia, appassionata e struggente, che merita di essere vista indipendentemente da Nico, anche per i motivi elencati qui sotto.

Cose che sono rimaste

La fotografia, con questa tonalità di verde cupo che permane in tutta la pellicola, ad eccezione soltanto dell’apertura e della scena finale (entrambe ambientate a Ibiza), in cui tutto esplode nella luce.

Il volto di Trine Dyrholm e l’infinità di espressioni su di esso. Un’interpretazione davvero fuori dal comune.

I titoli di coda che vorresti non finissero mai, perché li accompagna una splendida versione di Big in Japan cantata sempre da lei.

Un libro: le poesie di William Wordsworth, da cui Nico ha tratto il titolo di un album del 1968.

“Of moon or favouring stars, I could behold
The antechapel where the statue stood
Of Newton with his prism and silent face,
The marble index of a mind for ever
Voyaging through strange seas of Thought, alone.”

Restano anche gli inserti della Factory di Warhol (filmati originali), gli scorci di Manchester, le immagini di lei bambina tra le macerie. E, mio malgrado, resteranno anche le camicie improponibili dell’impresario di Nico.

Le mie citazioni preferite

“I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both places are empty”. Lo dice Nico, mentre mangia un piatto di spaghetti al pomodoro, a proposito della sua carriera e del suo desiderio di normalità.

Noel Gallagher odia il rock

Noel Gallagher

Quando qualche anno fa ho fatto una chiacchierata con Noel Gallagher (era il 2012, per Riders), ho scoperto una cosa che non avrei mai immaginato, vista la fama di burberi che ha sempre aleggiato sugli Oasis: lui fa davvero molto ridere. Nel senso buono del termine, intendiamoci. L’altra cosa che ho imparato è che se ti trovi in una stanza con Noel, sentirai più “fuckin'” in un paio d’ore lì, di quelli che hai sentito nel corso di tutta la tua esistenza.

Oltre a essere particolarmente simpatico, c’è da aggiungere che il “ragazzo” non le manda a dire e anche stamattina, durante la conferenza stampa di presentazione del suo nuovo album, Who Built The Moon?, ha regalato diverse perle.

Per esempio, ecco cosa pensa del rock: “Il rock ha ucciso il rock’n’roll. Oggi c’è troppa gente coi capelli colorati e piena di tatuaggi che urla. Questo cosa c’entra col rock? Che cazzo urlate a fare? Datevi una cazzo di calmata! Shhhhhhh!”. Ovviamente non si è trattenuto dal fare nomi e cognomi: Dave Grohl, Green Day e Queens Of The Stone Age in prima linea. “Per me urlano troppo.”

Noel Gallagher - press conference

Quando si tratta di musica insomma, Noel ha le idee chiare: sì a Kasabian, ma anche a U2 e Primal Scream. Poi naturalmente ci sono gli amici del cuore, Paul Weller (è anche suo vicino di casa) e Johnny Marr, che hanno partecipato all’album. E consiglia di ascoltare i Jungle: “il loro è uno dei dischi migliori degli ultimi anni”.

Alle liti di famiglia ormai siamo abituati: “L’altro tizio (Liam Gallagher, n.d.r.) sembra davvero arrabbiato. Non ho ancora capito per quale motivo. Se lo scoprite prima di me, per favore fatemelo sapere. Credo abbia bisogno di una terapia psichiatrica.”
Questa volta però non si è salvata nemmeno la regina Elisabetta e a chi gli ha chiesto un commento sui Paradise Papers, ha risposto ironico: “Ah, la regina non paga le tasse? Cazzo, questa sì che è una sorpresa!”.

Who Built The Moon? è il frutto della collaborazione col produttore e compositore di Belfast David Holmes. “All’inizio David mi tirava scemo: ogni volta che i pezzi che gli facevo ascoltare si avvicinavano in qualche modo allo stile Oasis o alle prime cose degli High Flying Birds, me li cassava e mi faceva rifare tutto. In realtà poi ho capito che è stata una gran fortuna lavorare insieme a lui. Il risultato è un sound diverso da tutto quello che ho fatto in passato, è cosmic pop.”
E già dal singolo Holy Mountain, con l’intro che potrebbe essere un mash-up di Let’s Stick Together (Bryan Ferry) e Who Said (Planet Funk), questa diversità effettivamente si sente.

Battute a parte, il più “vecchio” dei Gallagher diventa serissimo quando si parla di musica: “Deve combattere le brutture del mondo. Oggi tutti non fanno altro che gridare le notizie del giorno. Che noia! Io invece faccio musica per dare speranza e in questo mi ritengo un rivoluzionario.”
Una positività che traspare anche dai testi di Who Built The Moon?: “It’s a beautiful dream. It’s a beautiful night. It’s a beautiful world when we dance in the light. All that is real and all that is mine is right.”

Cesare Cremonini e i tortelli

Cremonini (GQ, agosto 2006)

Siamo sempre nell’ambito ripescaggi e questa intervista a Cesare Cremonini è uno dei primi pezzi di musica che scrivo per GQ (a rileggerla oggi, mi viene da dire che si vede…). Corre l’anno 2006 (agosto, se non ricordo male) e deve passare ancora parecchia acqua sotto i ponti prima di Poetica (il singolo uscito oggi, n.d.r.). Per farla, l’intervista, mi mandano in Emilia e mi costringono persino a mangiare crescentine e tortelli. Che s’ha da fa’ pe’ campa’…

La verità è che io Cesare vorrei intervistarlo di nuovo. Per chiedergli come diavolo si chiamava la trattoria sui colli bolognesi dove mi ha portato quella volta. Non mi sono mai più ricordata il nome e vorrei tanto, ma tanto, tornarci.

Fine dei preamboli. Ecco l’intervista.


Ore 12.30 – LO STUDIO

L’appuntamento è fissato presso lo studio di registrazione di Cesare, a Casalecchio di Reno. Obiettivo: trascorrere 5 ore nel cuore dell’universo di Cremonini (enfant prodige del pop italiano, un milione di copie vendute col primo album, Squerez), il che farebbe sicuramente gola a molte ragazzine. (Non solo: ho un’amica che va per i 30 e una collega vicina ai 40 che farebbero carte false per incontrare l’ex leader dei Lùnapop). Cosa generi questa “dipendenza” sarà la materia di studio delle prossime ore.
Le porte del 40 Special Studio (il nome omaggia la più grossa hit dei Lùnapop, anno 1999) si aprono su un enorme appartamento, dalle pareti rosso fuoco, «arredato Ikea», spiegherà poi Cesare. Lui, seduto al pianoforte, si alza per fare gli onori di casa, con Ballo, fidato amico e musicista, e dopo una breve visita dello studio, confessa di avere fame: «conosco un’antica trattoria dove si mangia come dalla nonna».

Ore 13.30 – LA TAVOLA
La prima cosa che bisogna sapere di Cesare, oltre al fatto che è davvero alto (tanto da doversi chinare per entrare al ristorante), è che gli piace mangiare (anche se dalla linea non si direbbe). Inizialmente un po’ schivo, si scioglie immediatamente davanti a crescentine con salumi misti e tortelloni di magro. Dall’antipasto alla chiacchierata il passo è breve.
Come stai trascorrendo questa estate?
«Faccio un po’ di concerti in giro, sto scaldando il motore per l’autunno. Si tratta di concerti elettrici, molto energici e in location spartane: piazze, spiagge, campi sportivi».
Concerti diversi da quelli di primavera.
«Quella nei teatri è stata una scommessa, una sfida. Non credevo che sarei riuscito a fare concerti che non ti fanno sudare. Eppure tutto è andato bene, con un pubblico molto variegato. Dai ragazzini ai 50enni. Non mi piace ragionare in termini di target: si dice che Biagio Antonacci sia ascoltato dalle shampiste, io dalle ragazzine ecc: sono tutte stronzate».
Quindi niente vacanze?
«In realtà per me il tour è la vera vacanza. Significa rilassarmi, divertirmi e soprattutto uscire dal mio studio, che ormai è praticamente diventato una casa-prigione».
Quali sono le tue sensazioni sul palco?
«Una volta salito, la sensazione è grandiosa. Ma ti confesso che prima di ogni concerto faccio entrare in camerino un paio di amici fidati e di solito me ne esco con un “io-mollo-tutto-e-me-ne-vado”. Certe volte mi rendo conto che mi sono infilato in qualcosa che è più grande di me. Poi questa certezza mi sprona ad andare avanti. Come dire: ormai ci sono dentro…».

Cremonini (GQ, agosto 2006) - 2

Che sia stato costretto a crescere piuttosto in fretta, è un’altra cosa che Cesare non nasconde. E fa capire di aver pagato la popolarità anche a caro prezzo. Quello di una automobile, tanto per cominciare…
«Diventare famoso a 20 anni ha avuto i suoi pro, ma anche i suoi contro. Mi ricorderò sempre di quella volta in cui ho posteggiato la macchina per andare dal tabaccaio e, quando sono uscito, l’ho trovata distrutta. Di questo genere di “scherzi” ne ho subiti parecchi».
Il flusso di parole viene interrotto dal caffè. È giunto il momento di ritornare al 40 Special.

Ore 15.00 – LA POLTRONA
Di nuovo a “casa”, Cesare si siede sulla sua poltrona in pelle nera, accanto al piano.
Nel tuo futuro cosa vedi?
«Coltivo un progetto, anche se ancora non so quando si realizzerà esattamente. La mia idea è quella di tornare a fare il leader di una band. Nei panni di cantautore mi trovo bene, ma in un certo senso ho voglia di levarmi un po’ di peso dalle spalle. La formula della band potrebbe darmi anche un po’ di tregua, da quel punto di vista».
Che musica ascolti in questo periodo?
«I punti di riferimento sono sempre stati Freddie Mercury, Bob Dylan e Francesco De Gregori. È colpa di Dylan se ho cominciato a cantare come De Gregori. In un certo senso De Gregori è stato rovinato da Dylan. Dylan è De Gregori».
Sei proprio sicuro?
«Forse sto esagerando un po’. Tra le band recenti, trovo interessanti i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys. Purtroppo sono gruppi che rimarranno sempre intrappolati in quel genere. Di solito sfornano un ottimo album d’esordio, ma poi difficilmente quello successivo soddisfa le aspettative».
E del tuo nuovo album cosa racconti?
«Sul nuovo album mi è stato chiesto espressamente di non spifferare troppo, visto che sono noto per essere uno che difficilmente sa tenere un segreto».
Quindi è tutto già pronto?
«I nuovi brani li ho scritti già da tempo, anzi, mi toccherà scartarne alcuni. Per me scrivere musica è un modo di comunicare, che attinge da ciò che vivo, dalle mie emozioni. Se fai musica in questo modo, l’ispirazione può venir meno soltanto quando non hai più niente da dire».
Come ti sei sentito sul set fotografico?
«Stare davanti all’obiettivo mi piace, mi diverte molto. In fondo sono un vanesio. Sono abituato a fare servizi fotografici e la macchina fotografica non mi spaventa, anzi, m’intriga questo gioco di pose e di scatti».
Che rapporto hai con il mondo della moda e delle mode?
«Quand’ero coi Lùnapop, in cui mi vestivo in maniera molto eccentrica e mi ispiravo a Freddie Mercury, andavo pazzo per paillettes e lustrini. Poi, da solista, il look è passato in secondo piano. Non m’interessava più. Mi vestivo come capitava e andavo in giro trasandato e con la barba incolta. Ora sto attraversando una fase intermedia: mi curo, perché mi fa sentire meglio, ma non sono certo fissato con la moda».

Ore 17.00 – L’ADDIO
Le prove devono ricominciare e Ballo, nella stanza accanto, ha già imbracciato il banjo. È ora di rientrare. Tra me e me penso che amica e collega non hanno tutti i torti.

Tori Amos, l’intervista (quasi) inedita

Tori American Doll Posse

La mattina del 12 aprile 2007, in una suite del Principe di Savoia (a Milano), mi ritrovo faccia a faccia con Tori Amos. Parte di quella chiacchierata esce poi sul numero di maggio di GQ. Il grosso però, come spesso accade, rimane in una registrazione che conservo gelosamente. Dato che ormai l’intervista è ampiamente caduta in prescrizione (e soprattutto devo togliere un po’ di polvere da questo blog), direi che è giunto il momento di riproporla in versione integrale.

Prima di partire in quarta però, vediamo di inquadrare un po’ meglio quel preciso momento storico. Al cinema, qui da noi, è un periodo di gran bei film: Le vite degli altri, Io non sono qui, La promessa dell’assassino, per citare i miei preferiti. La musica è donna: Patti Smith sta per pubblicare un disco di cover (Twelve) e Charlotte Gainsbourg, vent’anni dopo il suo debutto discografico, ha deciso di riprovarci con 5:55, facendo parlare parecchio di sé questa volta. Sul fronte editoriale invece è l’inizio della fine: in libreria stanno facendo il botto Fabio Volo e Federio Moccia. Ma torniamo a Tori. È in giro per presentare il suo nuovo album, American Doll Posse. Ne è passata di acqua sotto i ponti da Little Earthquakes (1992), Under The Pink (1994) e Boys For Pele (1996), il trittico che l’ha consacrata alla storia come talentuosa cantautrice, nonché sexy divinità del pianoforte e nel frattempo è diventata anche mamma (una bimba che – all’epoca dell’intervista – ha sei anni). Per concludere, se American Doll Posse fosse stato un libro, visto il panorama generale, avrebbe fatto un figurone. Se fosse stato un film, beh, le avrebbe prese. Siccome è un disco, io lo collocherei nel girone dei #benemanonbenissimo (anche detti #sipuòdaredipiù). [da estimatrice della rossa, ritengo abbia fatto di meglio. forse però questo è stato anche il disco dei suoi ultimi picchi creativi. da lì in poi francamente io e lei ci siamo un po’ perse di vista. senza rancore s’intende]

Ora passiamo a cose più serie. Signore e signori, l’intervista.

Ascoltando il tuo nuovo album, salta immediatamente all’orecchio l’incredibile varietà di suoni e di stili musicali. È come se le canzoni fossero state scritte davvero da donne diverse. Che nesso c’è tra il modo in cui sono nate e la scelta di creare cinque personaggi per rappresentarle?
Dopo aver ascoltato così tanta musica per anni, forse era arrivato il momento di allargare i miei orizzonti di compositrice. Ho sempre creduto che siano le canzoni ad arrivare da te quando sei pronto per farne qualcosa e questa volta ho capito subito che non si sarebbe trattato di un disco da cantautrice. Sta volta avrei fatto parte di una band. Sono state le singole canzoni a delineare il loro stile, io mi sono fatta un po’ da parte, allontanandomi anche dai miei gusti musicali personali.

Viene naturale il parallelismo tra le Strange Little Girls e le bambole americane della posse. Cosa ti ha spinto a creare degli alter ego proprio per questi due album?
Se non avessi fatto Strange Little Girls, non sarei mai stata in grado di affrontare la complessità di quest’ultimo progetto. Quello è stato l’inizio di un lavoro con più personaggi, proprio perché si trattava di un disco di canzoni scritte da altri. La sfida in quel caso è stata presentare nel modo migliore del materiale che non mi apparteneva, cercando di lasciarne intatta l’essenza. Anni dopo mi sono resa conto che le canzoni a cui avevo reso omaggio avevano generato cinque forze energetiche distinte e American Doll Posse è un po’ il prodotto di queste forze.

Mentre lavoravi al disco, stavi leggendo o ascoltando qualcosa in particolare che ti ha influenzato e ispirato?
Sono tornata indietro agli anni sessanta e settanta, a Jim Morrison e i Doors, a Jimi Hendrix. Per Teenage Hustling ho preso spunto da The Damned e dai Sex Pistols. Quello che mi ha influenzato maggiormente è stata l’energia dei Public Image Ltd. Jon Evans, il bassista, è appassionato di blues e jazz. Mac Aladdin è decisamente più punk e il suo influsso si sente soprattutto in Big Wheel. Con questo intendo dire che non è un album in cui dei musicisti accompagnano una cantautrice, anche a livello di produzione è completamente diverso da tutto quello che ho fatto prima, questo è a tutti gli effetti un lavoro in gruppo.

Leggendo alcuni testi di American Doll Posse, ho ritrovato un po’ dell’energia, delle cicatrici e della passione che caratterizzavano Little Earthquakes. Mentre da Scarlet’s Walk in poi mi eri sembrata più concentrata su tematiche politiche e sociali, oggi sei tornata ad occuparti di Tori?
I due dischi prima di questo (Scarlet’s Walk, 2002 e The Beekeeper, 2005, n.d.r.) sono stati i miei primi da mamma e quando diventi madre, se sei abbastanza “grande”, cominci a pensare al mondo in cui hai fatto nascere tuo figlio. Prima di avere figli hai moltissimo tempo da dedicare a te stessa, tempo necessario per comprendere chi sei, ma quando diventi madre il cambiamento non è piccolo, è enorme se ci metti dell’impegno. Certo, se tuo figlio è un accessorio, come una borsa, probabilmente nella tua vita non cambierà assolutamente nulla. Continuerai a fare tutto quello che facevi prima. Lo lascerai alla nonna e alla bisnonna e saranno loro a crescerlo. Se invece ascolti tuo figlio, se comunichi con lui e te ne prendi cura in prima persona, non puoi non domandarti come sarà il mondo quando lui sarà grande. Potrebbe essere uno scenario spaventoso, se continuiamo a vivere con i paraocchi. Ecco perché, come dici, quegli album trattano tematiche più sociali. Oggi Tash (la figlia Natashya, n.d.r.) sta crescendo e so che è in grado di capire che esistono ferite e cicatrici che noi donne ci portiamo dietro. Prima sarebbe stato durissimo per lei rendersi conto che anche sua madre ha sofferto e può soffrire. In qualche modo ho voluto proteggerla e io stessa ero molto concentrata sul mio compito di “allevatrice”. Poi due anni fa l’America ha preso una decisione (riconfermare il mandato di George W. Bush, n.d.r.), non mettendo fine a un governo assolutamente irresponsabile. Quando è successo io vivevo in America e per me è stato come se un tomahawk (accetta da battaglia dei nativi americani, n.d.r.) fosse venuto fuori dal suolo e fosse caduto direttamente sui miei fianchi. Ho sentito che le mie antenate mi stavano parlando: “Tori, è giunto il momento di chiamare a raccolta le donne. Dovete ricordarvi chi siete. La vostra discendenza è fatta di donne forti”.

A proposito di Bush, la prima canzone dell’album (Yo George) è dedicata a lui.
George W. Bush è soltanto un dito del braccio che si estende fino ai media, alla propaganda e a ogni sfaccettatura dell’America e questo braccio è il cristianesimo, che zittisce le donne e chiede loro di essere remissive. Contempla solo due tipologie di donne: Maria Vergine e la Maddalena, la madre sacra e la puttana attraente. Ma tutte noi sappiamo che la questione è molto più complessa di così e nella mitologia greca per esempio esistevano più sfumature della femminilità. Ecco perché ho deciso di dare vita a questa banda di donne differenti, per contrapporla a un patriarcato imperante. In qualche modo sono riusciti a convincerci che la bugia è migliore di qualsiasi altra scelta e anche cambiare presidente non porterà a una soluzione finché non prenderemo coscienza del problema. La consapevolezza non può arrivare dall’esterno, ma deve arrivare da ognuna di noi e una madre che lavora e si occupa dei figli, quando torna a casa, non ha materialmente il tempo di guardare dentro se stessa. Ecco perché è nato questo disco: volevo che la mia musica fosse un ricostituente, volevo regalare un po’ di forza alle donne. Non sono una cospiratrice, ma sono certa che è più facile mettere a tacere una donna se la spingi a combattere una guerra interiore tra la sua razionalità e le sue passioni.

Il mio tempo sta per scadere. Mio malgrado tocca tornare ad argomenti più leggeri per così dire. Sento molto anche i Beatles in quest’ultimo tuo lavoro. Penso a Mr. Bad Man, Girl Disappearing, Programmable Soda. Dal vivo fai spesso cover delle loro canzoni. C’è un loro disco a cui sei più affezionata?
Sin da quando ero bambina, li ho ascoltati tantissimo e per me significa davvero molto vedere che te ne sei resa conto. Se devo coinvolgere degli uomini nel mio lavoro, loro sono sicuramente tra i più importanti. Assieme ai Led Zeppelin per You Can Bring Your Dog, i Doors per Father’s Son, David Bowie per Digital Ghost, i T. Rex per Body And Soul. Una lista che potrebbe continuare all’infinito. Avevo soltanto tre anni quando mio fratello mi faceva ascoltare tutti i dischi dei Beatles e mio marito suona continuamente la loro musica a nostra figlia. Lei li adora. Questa è la cosa incredibile: dagli anni sessanta fino ad oggi, i Beatles mettono d’accordo grandi e piccini, giovani e vecchi. Una delle canzoni che mia figlia preferisce di American Doll Posse è proprio Girl Disappearing e credo sia perché le ricorda quel genere di suono.

Come sarà il tour di un disco così complesso e pieno di donne?
Sarà una vera e propria esplosione rock. Ogni data inizierà con una delle donne della posse, che non sono io, ma poi a un certo punto verrà fuori anche Tori. L’idea è quella di raccontare una storia, non di portare tante ragazze sul palco. Non è una performance di bambole sexy, è una posse. È molto diverso.

sunglasses playlist

La primavera è in fiore. Le calze spariscono, le gonne si accorciano e appena il vento soffia un po’, da lontano arriva l’odore dell’estate. Anche la luce è cambiata: ora più decisa e abbagliante, fa la felicità di chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.).

La sottoscritta dunque non poteva esimersi dal cogliere la palla al balzo e confezionare una playlist di musica per gli occhi, anzi, per gli occhiali.

Loom (Ani Difranco)
Apre le danze lei, la ragazzaccia con la chitarra. E sfacciata canta: “Se mi prometti di levarti quegli occhiali scuri, non farò nulla che tu non possa raccontare a tua moglie.” (Quelli che… prima di provarci, voglio guardarti negli occhi. Non sarai mica strabico?)

Shades (Iggy Pop)
Prima dei comunisti col Rolex, c’era lui, il punk con un debole per gli occhiali da sei milioni di dollari. “Questi sono gli occhiali più belli che abbia mai visto. Puoi essere la mia ragazza per l’eternità! Non credevo di valere così tanto.” (Quelli che… per arrivare al cuore di un uomo a volte basta un paio d’occhiali. Costosissimo però.)

Cheap Sunglasses (ZZ Top)
Per loro gli occhiali da sole sono uno status symbol. Non c’è scatto o live in cui non li abbiano addosso. “Aveva un’andatura dolce come melassa, ma quello che mi ha conquistato davvero erano i suoi occhiali a buon mercato.” (Quelli che… se ne fregano delle griffe, perché sanno essere cheap and chic.)

Sunglasses After Dark (The Cramps)
“Ora vi spiego come essere davvero cool: occhiali da sole quando fa buio!”. Che detto da uno che si faceva chiamare Lux… (Quelli che… – per stravolgere Allan Poe – noi che mettiamo gli occhiali da sole di notte sappiamo molte cose che sfuggono a chi li mette soltanto di giorno.)

Dark Sunglasses (Chrissie Hynde)
Anche lei, che passava il sabato sera in lavanderia e lavorava sodo per racimolare qualche quattrino, non bada a spese quando si tratta dell’accessorio fashion per eccellenza. (Quelli che… niente è più glamourous di un paio d’occhiali scuri.)

Outlaw Blues (Bob Dylan)
Dylan ha sempre amato nascondersi e ha fatto degli occhiali neri il suo dettaglio di stile, un’indispensabile barriera tra il suo personaggio e il resto del mondo. “I miei occhiali scuri e il mio dente cariato come porta fortuna.” Del resto, che altro serve nella vita? (Quelli che… ritiro il Nobel solo se riesco a comprarmici un bel paio di Ray-Ban nuovi di zecca.)

Shades (Dean Martin)
Non hai mai visto un uomo piangere? (cit.) Continuerai a non vederlo, perché Dean le lacrime le nasconde dietro un bel paio di occhialoni da sole. Anche se “dietro a questi occhiali posso nascondere i miei occhi rossi, ma il mio cuore spezzato no”. (Quelli che… boys don’t cry.)

Take Off Your Sunglasses (Ezra Furman and the Harpoons)
E, per chiudere, una vivace canzonetta con tanto di armonica e paragone ardito: “Non chiedermi di levarmi gli occhiali, è come se chiedessi a te di togliere i lacci delle scarpe.”
(Quelli che… toglietemi tutto, ma non i miei occhiali da sole.)

La playlist la ritrovate tutta qui (quasi tutta, a dire il vero. la canzone di Dean Martin su Spotify non l’hanno proprio considerata. “povero Martin, meglio ripartire”.).
Buon sole e occhio agli occhiali!

nella mente di David Lynch

Entrare nella mente di David Lynch richiede una buona dose di coraggio (se avete visto anche soltanto un paio dei suoi film, ne converrete con me) e i registi di The Art Life (Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm) mi piacciono, perché sono dei temerari.

Anche se probabilmente (come la sottoscritta) si sogneranno di notte un paio di cosette:
1. La donna completamente nuda, con la bocca insanguinata, che David racconta di aver visto camminare davanti a casa sua quand’era bambino e viveva con la famiglia nell’Idaho.
2. Il racconto delle numerose vivisezioni che faceva (insetti, pesci, topi…), preoccupandosi di annotare minuziosamente le caratteristiche e la texture di ogni singolo frammento recuperato, viscere incluse.

[se la parentesi splatter vi ha turbato, non preoccupatevi: da qui in avanti è tutta discesa. mettetevi comodi, fate partire questa e rilassatevi]

Quello che mi ha colpito della regia

In questo documentario Lynch non parla, pensa. I suoi discorsi non hanno alcuna connessione col labiale (no, non è come negli urticanti fuori sincrono di Ghezzi), la bocca lui non la muove per nulla. La sua voce, registrata in altre circostanze, fa da tappeto sonoro alle sequenze in cui fuma (e quanto fuma!), a quelle in cui crea, mettendo mano a colla, vernici, smerigliatrice e gommapiuma. Fa da sottofondo ai vecchi filmati della sua infanzia e alle inquietanti animazioni dei suoi dipinti. Non siamo di fronte a una semplice intervista insomma (come quella a Iggy Pop in Gimme Danger, per intenderci), ma a un vero e proprio flusso di coscienza.

C’è molta luce in questa pellicola, una luce ostentata, spesso accecante. Tutta quella che non abbiamo (quasi) mai visto nei suoi film, qui trova spazio nel presente (nelle immagini di casa e nei giochi con sua figlia Lula) e fa da contrasto all’oscurità che avvolge il passato, le tele, le visioni e i sogni. Anzi, gli incubi.

Cose che sono rimaste

Un libro: The Art Spirit (Robert Henri). Consigliato a Lynch dall’artista e suo mentore Bushnell Keeler. Resterà per molti anni il suo testo guida.

Un fattaccio: Quando Lynch è studente, Peter Wolf, suo coinquilino per un breve periodo, una sera lo porta a un concerto di Bob Dylan e lui a un certo punto, nel bel mezzo dell’esibizione, prende e se ne va. “Nobody walks out on Dylan”, gli fa notare Peter. “I walk out on Dylan. Get the fuck out of here.”, risponde lui. Fine di una convivenza.

Le mie citazioni preferite

“The only thing that was important is what happened outside of school and that had a huge impact on me. People and relationships, slow dancing parties, big, big love and dreams, dark, fantastic dreams.”

“Accident or destroying something can lead you to something good.”

chiedi chi era Astrid Lindgren


(Astrid Lindgren, 1952 – Foto: Karl Werner Gullers)

Leggevo spesso Pippi Calzelunghe da bambina. Mia figlia va matta per Lotta e per Emil (ce li ha consigliati Francesca di Edufrog). Che li avesse scritti Astrid Lindgren lo sapevo. Chi fosse realmente questa donna, no. Conoscevo poco e nulla della sua vita, dell’indole ribelle, delle battaglie politiche e della sua forza straordinaria. Poi, un paio di settimane fa, al Teatro Franco Parenti ho visto Astrid, un documentario emozionante e davvero ben fatto che mi ha aperto un mondo.

Cose che sono rimaste

– La sua emancipazione: fu tra le prime ragazze di Vimmerby (sua città natale) a tagliare i capelli corti e, appena diciannovenne, incinta del primo figlio, dato che si rifiutava di sposare l’uomo che non amava, lasciò la famiglia e si trasferì a Stoccolma.

– Il suo rapporto con una giovane lettrice che le rivolse critiche ferocissime sulla scelta degli attori per i film tratti da Pippicalzelunghe e da Emil. La Lindgren intrattenne per anni una corrispondenza con lei, aiutandola a superare anche molti momenti difficili.

– Il parallelismo tra Pippi Calzelunghe e alcuni film muti del 1920 con Mary Pickford.

Approfondimenti

Astrid di Kristina Lindström

Astrid Lindgren’s legacy di Birgitta Steene (docente di letteratura e cultura scandinava all’Università di Washington)

A World Gone Mad: The Diaries of Astrid Lindgren, 1939-45

“Io non voglio scrivere per gli adulti. Voglio scrivere per quei lettori che possono attuare miracoli. E solo i bambini fanno miracoli quando leggono.” (Astrid Lindgren)


(Astrid e il figlio Lasse a Stoccolma, 1930)

connessioni

connessioni (Jenny Holzer)

Ogni cosa è illuminata, secondo Jonathan Safran Foer. Ok. Ma soprattutto ogni cosa è in qualche modo collegata ad altre, aggiungo io. Esistono fili sottilissimi (spesso impercettibili) che uniscono oggetti, parole, pensieri, persone. E Jenny Holzer per me lo dice benissimo: “All things are delicately interconnected”.

Per quanto mi riguarda, ormai ne ho la certezza: fili invisibili legano le cose che ascolto, guardo e amo. E quando alcuni di questi decidono di palesarsi, mi ritrovo in qualche modo a pensare che nel (mio) caos tutto abbia il suo bel posticino predefinito.

Per esempio, sono ragazzetta, Lou Reed già lo adoro, ma nella mia stanza ascolto ossessivamente anche la Strambelli e rimango di stucco quando scopro questa:

(Che poi Patty ha cantato anche la sua versione di Walk on the wild side. Ma si tratta di un pezzo decisamente più inflazionato.)

Poi c’è quella volta di Jenny Holzer. Me ne innamoro dopo aver visto alcune sue opere a Siena, accompagnata da un cicerone d’eccezione. Qualche anno dopo guardo un film di Dennis Hopper (altro mio punto di riferimento artistico), Ore contate, in cui Jodie Foster fa la parte di un’artista concettuale che crea “scritte elettroniche”. Una su tutte richiama la mia attenzione: “Protect me from what I want”. E indovinate chi è la vera autrice? Jenny Holzer ovviamente.

E di nuovo. È il 2006, sono a Parigi, tappa obbligata al Pompidou. C’è una mostra che sembra interessante, Los Angeles 1955-1985 – Naissance d’une capitale artistique. Di chi è la foto della locandina? Di Dennis Hopper naturalmente.


Dennis Hopper, Double Standard, 1961.

Un caso che anche una delle mie primissime interviste io l’abbia fatta proprio a lui? I don’t think so.

Di recente ho scovato altre connessioni leggendo l’autobiografia di Diane Keaton. Non avrei mai pensato di trovarci dentro Amelia Earhart, che ha dato il nome a mia figlia (“I’ll never forget the day our next-door neighbor Laurel Bastendorf said, ‘Diane, you know who you look like?’ ‘Doris Day?’ I asked. ‘Oh no, this is far better. You look like Amelia Earhart, the famous woman pilot whose plane went down over the Pacific – you know, the national heroine? You could be mistaken for her daughter.'”), e Joni Mitchell, la mia cantautrice di riferimento (“During the early 1970s, Joni Mitchell’s ‘A case of you’ told me the story I wanted to hate but loved to hear. The story of goodbye. The perfect goodbye. The perfect loss. The perfect ache. Nothing does words better than music.”).

Ho scoperto dopo che Diane Keaton ha interpretato proprio la Earhart sul grande schermo. Per non parlare del fatto che uno dei pezzi che preferisco di Joni Mitchell fa riferimento proprio all’aviatrice statunitense.

E così via. Potrei andare avanti all’infinito, ma ne andrebbe del mio pranzo e della vostra pazienza.

slamming doors (fai come Clint)

slamming doors (fai come Clint)

Sbattere la porta è lo sport preferito dei miei dirimpettai. Se esistessero dei campionati mondiali (esistono?), loro sarebbero senza dubbio i detentori del record assoluto. La sequenza sonora, ormai da quattro anni a questa parte, è sempre la stessa: piedi che salgono la rampa di scale, scatto della porta a vetri, chiavi nella serratura, porta che cigolando si apre e poi… “SBAM!”. Secco, energico, definitivo. I miei vetri tremano, i soprammobili vacillano: qualcuno di molto importante è tornato a casa. E ci tiene a farlo sapere al mondo. Sia mai che per sbaglio non se ne accorga tutto il condominio.

Una routine consolidata ormai, che ogni volta però mi fa tornare in mente uno dei miei film preferiti, I ponti di Madison County. La faccio breve, per chi non lo conosce: Francesca (Meryl Streep), casalinga sposata con figli, che vive in the middle of nowhere, “incappa” in Robert (Clint Eastwood), fotografo del National Geographic, e perde la testa per lui. E sapete perché se ne innamora perdutamente? Forse perché lui è l’uomo inafferrabile per antonomasia, facile-da-avere-difficile-da-tenere? Assolutamente no! Perché si offre di aiutarla a pelare le carote? No (anche se effettivamente è una buona mossa)!

Ve lo spiego io perché non riesce a resistergli: perché Robert, una delle prime volte che lei lo invita a casa, chiude la dannata porta d’ingresso con delicatezza. Non la fa sbattere come i miei vicini. No. Lui prima la accosta e poi fa scattare piano la serratura. Lei, se non ricordo male, commenta anche con un “che carino…”. Lo dice sospirando e con un’espressione in volto che già dice tutto (foto esplicativa sopra): è cotta.

(Ri)guardate attentamente il film e ditemi se non ho ragione. Ma, si sa, Clint è Clint, lui ha già vinto tutto. I miei dirimpettai invece sono ancora alle prese con i campionati mondiali.

(soundtrack: Creedence Clearwater Revival, Lookin’ Out My Back Door)