chiedi chi era Astrid Lindgren


(Astrid Lindgren, 1952 – Foto: Karl Werner Gullers)

Leggevo spesso Pippi Calzelunghe da bambina. Mia figlia va matta per Lotta e per Emil (ce li ha consigliati Francesca di Edufrog). Che li avesse scritti Astrid Lindgren lo sapevo. Chi fosse realmente questa donna, no. Conoscevo poco e nulla della sua vita, dell’indole ribelle, delle battaglie politiche e della sua forza straordinaria. Poi, un paio di settimane fa, al Teatro Franco Parenti ho visto Astrid, un documentario emozionante e davvero ben fatto che mi ha aperto un mondo.

Cose che sono rimaste

– La sua emancipazione: fu tra le prime ragazze di Vimmerby (sua città natale) a tagliare i capelli corti e, appena diciannovenne, incinta del primo figlio, dato che si rifiutava di sposare l’uomo che non amava, lasciò la famiglia e si trasferì a Stoccolma.

– Il suo rapporto con una giovane lettrice che le rivolse critiche ferocissime sulla scelta degli attori per i film tratti da Pippicalzelunghe e da Emil. La Lindgren intrattenne per anni una corrispondenza con lei, aiutandola a superare anche molti momenti difficili.

– Il parallelismo tra Pippi Calzelunghe e alcuni film muti del 1920 con Mary Pickford.

Approfondimenti

Astrid di Kristina Lindström

Astrid Lindgren’s legacy di Birgitta Steene (docente di letteratura e cultura scandinava all’Università di Washington)

A World Gone Mad: The Diaries of Astrid Lindgren, 1939-45

“Io non voglio scrivere per gli adulti. Voglio scrivere per quei lettori che possono attuare miracoli. E solo i bambini fanno miracoli quando leggono.” (Astrid Lindgren)


(Astrid e il figlio Lasse a Stoccolma, 1930)

connessioni

connessioni (Jenny Holzer)

Ogni cosa è illuminata, secondo Jonathan Safran Foer. Ok. Ma soprattutto ogni cosa è in qualche modo collegata ad altre, aggiungo io. Esistono fili sottilissimi (spesso impercettibili) che uniscono oggetti, parole, pensieri, persone. E Jenny Holzer per me lo dice benissimo: “All things are delicately interconnected”.

Per quanto mi riguarda, ormai ne ho la certezza: fili invisibili legano le cose che ascolto, guardo e amo. E quando alcuni di questi decidono di palesarsi, mi ritrovo in qualche modo a pensare che nel (mio) caos tutto abbia il suo bel posticino predefinito.

Per esempio, sono ragazzetta, Lou Reed già lo adoro, ma nella mia stanza ascolto ossessivamente anche la Strambelli e rimango di stucco quando scopro questa:

(Che poi Patty ha cantato anche la sua versione di Walk on the wild side. Ma si tratta di un pezzo decisamente più inflazionato.)

Poi c’è quella volta di Jenny Holzer. Me ne innamoro dopo aver visto alcune sue opere a Siena, accompagnata da un cicerone d’eccezione. Qualche anno dopo guardo un film di Dennis Hopper (altro mio punto di riferimento artistico), Ore contate, in cui Jodie Foster fa la parte di un’artista concettuale che crea “scritte elettroniche”. Una su tutte richiama la mia attenzione: “Protect me from what I want”. E indovinate chi è la vera autrice? Jenny Holzer ovviamente.

E di nuovo. È il 2006, sono a Parigi, tappa obbligata al Pompidou. C’è una mostra che sembra interessante, Los Angeles 1955-1985 – Naissance d’une capitale artistique. Di chi è la foto della locandina? Di Dennis Hopper naturalmente.


Dennis Hopper, Double Standard, 1961.

Un caso che anche una delle mie primissime interviste io l’abbia fatta proprio a lui? I don’t think so.

Di recente ho scovato altre connessioni leggendo l’autobiografia di Diane Keaton. Non avrei mai pensato di trovarci dentro Amelia Earhart, che ha dato il nome a mia figlia (“I’ll never forget the day our next-door neighbor Laurel Bastendorf said, ‘Diane, you know who you look like?’ ‘Doris Day?’ I asked. ‘Oh no, this is far better. You look like Amelia Earhart, the famous woman pilot whose plane went down over the Pacific – you know, the national heroine? You could be mistaken for her daughter.'”), e Joni Mitchell, la mia cantautrice di riferimento (“During the early 1970s, Joni Mitchell’s ‘A case of you’ told me the story I wanted to hate but loved to hear. The story of goodbye. The perfect goodbye. The perfect loss. The perfect ache. Nothing does words better than music.”).

Ho scoperto dopo che Diane Keaton ha interpretato proprio la Earhart sul grande schermo. Per non parlare del fatto che uno dei pezzi che preferisco di Joni Mitchell fa riferimento proprio all’aviatrice statunitense.

E così via. Potrei andare avanti all’infinito, ma ne andrebbe del mio pranzo e della vostra pazienza.

slamming doors (fai come Clint)

slamming doors (fai come Clint)

Sbattere la porta è lo sport preferito dei miei dirimpettai. Se esistessero dei campionati mondiali (esistono?), loro sarebbero senza dubbio i detentori del record assoluto. La sequenza sonora, ormai da quattro anni a questa parte, è sempre la stessa: piedi che salgono la rampa di scale, scatto della porta a vetri, chiavi nella serratura, porta che cigolando si apre e poi… “SBAM!”. Secco, energico, definitivo. I miei vetri tremano, i soprammobili vacillano: qualcuno di molto importante è tornato a casa. E ci tiene a farlo sapere al mondo. Sia mai che per sbaglio non se ne accorga tutto il condominio.

Una routine consolidata ormai, che ogni volta però mi fa tornare in mente uno dei miei film preferiti, I ponti di Madison County. La faccio breve, per chi non lo conosce: Francesca (Meryl Streep), casalinga sposata con figli, che vive in the middle of nowhere, “incappa” in Robert (Clint Eastwood), fotografo del National Geographic, e perde la testa per lui. E sapete perché se ne innamora perdutamente? Forse perché lui è l’uomo inafferrabile per antonomasia, facile-da-avere-difficile-da-tenere? Assolutamente no! Perché si offre di aiutarla a pelare le carote? No (anche se effettivamente è una buona mossa)!

Ve lo spiego io perché non riesce a resistergli: perché Robert, una delle prime volte che lei lo invita a casa, chiude la dannata porta d’ingresso con delicatezza. Non la fa sbattere come i miei vicini. No. Lui prima la accosta e poi fa scattare piano la serratura. Lei, se non ricordo male, commenta anche con un “che carino…”. Lo dice sospirando e con un’espressione in volto che già dice tutto (foto esplicativa sopra): è cotta.

(Ri)guardate attentamente il film e ditemi se non ho ragione. Ma, si sa, Clint è Clint, lui ha già vinto tutto. I miei dirimpettai invece sono ancora alle prese con i campionati mondiali.

(soundtrack: Creedence Clearwater Revival, Lookin’ Out My Back Door)

musica tra il buio e il silenzio

Scrivo che è quasi notte. Il momento che preferisco, da sempre. Quello in cui mi riesce meglio qualunque cosa (o almeno così pare a me). Adoro camminare in bilico sul filo della mezzanotte per poi allungare il passo e andare oltre. Mi piace restare sospesa tra il buio e il silenzio.

Quand’ero ragazzina era la situazione ideale per studiare. Oggi è molto di più: è un varco interdimensionale, la porta per accedere al mio spazio senza tempo. Posso leggere, ascoltare, guardare e scrivere senza interruzioni, con la sensazione che i minuti che mi separano dalla mattina siano infiniti.

Stasera su consiglio di uno che (di musica) ne sa, sto ascoltando Leoš Janáček e dalla mia dimensione parallela voglio condividere la buonanotte perfetta.

Bonne nuit!

(music: Sur un sentier recouvert – Bonne nuit!, Leoš Janáček, Sarah Lavaud. photo: Bus stop, Astrid Kruse Jensen)

donne, motori e donne motrici

Poco fa, ascoltando in auto un vecchio disco di Prince, l’orecchio mi è cascato su Little Red Corvette. Diciamolo, suona sempre dannatamente bene nello stereo. L’avrò cantata a squarciagola diverse volte, ma senza mai fare particolare attenzione al testo.

Oggi invece riflettevo sulla prospettiva ribaltata: il latin lover, colui che seduce e abbandona ignare fanciulle in una quantità spropositata di canzoni (italiane, inglesi, francesi, ostrogote…), questa volta lascia spazio a una donna supercar, con molti cavalli a disposizione. Lei accelera a tal punto che il malcapitato TAFKAP si ritrova a supplicarla: “honey, you got to slow down”.

Al di là del fatto che la maggior parte della musica di Prince, come ben sappiamo, trasuda sesso da tutti i pori, ma non è questo il punto, ho cominciato a pensare ad altri pezzi (non suoi), che hanno messo l’uomo in ginocchio e (me lo dico da sola) ne è venuta fuori una playlist (tra il serio e il faceto) niente male. Al grido di “non di sole Florence Nightingale è fatto il mondo!”.

Little Red Corvette (Prince)
“I guess I must be dumb, ‘cause you had a pocket full of horses.” Una che, per parafrasare uno dei nostri, ha più clienti di un consorzio alimentare.

Femme Fatale (Velvet Underground)
“You’re put down in her book, you’re number thirty seven, have a look!” Quella che, per tenere il conto dei suoi incontri galanti, addirittura gira con l’agendina.

Cactus Tree (Joni Mitchell)
“There’s a lady in the city and she thinks she loves them all.” Tra le mie preferite, l’intellettuale con un uomo per ogni stagione.

Malafemmena (Totò)
“Si dolce come ‘o zucchero, però sta faccia d’angelo te serve pe’ngannà.” Naturalmente non poteva mancare la femme fatale partenopea.

Contessa (Decibel)
“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te. Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.” E, dulcis in fundo, la donna egocentrica piuttosto golosa che ha fatto arrabbiare Enrico Ruggeri.

(ne avrei molte altre da aggiungere, ma il mio tempo dedicato al cazzeggio per oggi finisce qui). Buon ascolto!

il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

buon compleanno, nonna

buon compleanno, nonna

quando qualcuno che ami se ne va, restano miriadi di piccole (grandi) cose: gli spazi che avete condiviso, quello in cui metteva cuore e anima, il modo in cui si prendeva cura di te…

mia nonna amava tanto la sua casa. la custodiva come un gioiello, ché fosse sempre pulita, in ordine e pronta per ospitarci (in questo, ahimè, io non ho preso da lei…).

mia nonna era una buona forchetta (e qui invece le somiglio parecchio). le piaceva moltissimo mangiar bene, ma ancora di più preparare prelibatezze. quello era il suo modo di coccolarci, ci stringeva tutti in un grosso abbraccio culinario. ogni vigilia di Natale si presentava a cena da noi con la sua memorabile teglia di cardi al burro e parmigiano. mentre a pranzo da lei i pezzi forti erano vincisgrassi, involtini e fegato alla veneziana. ricordo ancora perfettamente profumi e sapori. finché gli occhi e le mani gliel’hanno permesso, ha cucinato con amore per sé e per noi, apparecchiando scrupolosamente la tavola e versando generosamente vino rosso.

mia nonna amava leggere. c’è stato un periodo in cui mi chiedeva spesso consigli di lettura. tra gli altri le avevo prestato La diva Giulia, Il mondo secondo Garp e I ponti di Madison County. poi le avevo portato anche i film e li avevamo guardati assieme.

la cosa che più mi rimprovero da quando se n’è andata lo scorso maggio è di non averle mai raccontato molto di me, ma soprattutto di non averle chiesto di più di lei, del nonno e degli anni in cui io non ero nemmeno un pensiero.

poco prima di partire per le vacanze, ho passato un intero pomeriggio a casa sua, a frugare tra vecchie foto. ce n’erano di bellissime, ma la mia preferita è quella che ho postato qui sopra. è datata 8 agosto 1943, stava per compiere 23 anni.

proprio oggi avrebbe spento 96 candeline e la torta questa volta avrei proprio voluto preparargliela io.

buon compleanno, nonna!

infanzia: parliamoci chiaro

Lo scorso sabato, all’interno del festival Family Care, organizzato da Emmi’s Care, da Edufrog e curato dalla comunità di pratiche [mi+t]3, si è parlato di infanzia e di famiglia.
La vera differenza tra le chiacchiere a cui siamo molto spesso abituati e quello che è stato detto in quel particolare contesto, per me l’ha fatta il modo in cui se n’è parlato: in poco più di tre ore si è andati al sodo davvero. A un sodo scomodo, irritante, a tratti persino angosciante. Eppure è stato un incontro importante e bellissimo.
Provo a spiegarmi meglio.

Che familiarità abbiamo con frasi tipo queste?
1. “Sai cosa facciamo di bello oggi, piccolino? Andiamo all’Ikea!”
2. “Avete un libro che mi aiuti a far togliere rapidamente il pannolino a mio figlio?”
3. “Santo tablet! Un paio di puntate di Masha e guarda come sta a tavola tranquillo.”

Parecchia, vero? Un paio le ho pronunciate anch’io non molto tempo fa.
E cosa diciamo a noi stessi (genitori), (ma soprattutto cosa ci raccontano) per (farci) stare tranquilli?
1. I bambini all’Ikea e nei centri commerciali in generale si divertono molto più che ai giardini. Non rischiano di prendersi germi giocando con la terra, non si sporcano e che meraviglia tutte quelle cose da guardare.
2. Dev’esserci una ricettina facile facile e veloce per semplificarsi la vita. Certo che c’è: glielo spiega il libro.
3. D’altra parte uno deve pur mangiare in pace, è una questione di sopravvivenza. Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno.

“Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno”. Già. Un’espressione che in qualche modo ci assolve tutti, accomunandoci in una leggerezza rassicurante, che in parte giustifica anche il modo in cui noi stessi siamo stati cresciuti e gli adulti che siamo diventati oggi. E ci può stare. Per tutte quelle volte in cui non abbiamo tempo, per quelle in cui siamo ridotti ai minimi termini. Per carità, la levità è importante, spesso necessaria, ma si può essere davvero in grado di misurare e sperimentare leggerezza quando si è sempre viaggiato senza bagaglio? Io credo di no. Penso che questo bagaglio in qualche modo dovremmo averlo (avuto) tutti. Dobbiamo averlo portato sulle spalle almeno una volta per poter decidere consapevolmente cosa tenerci dentro, cosa togliere e persino di lasciarlo a casa, qualche volta, a seconda del tipo di viaggio e del percorso che vogliamo/dobbiamo intraprendere. Tenendo sempre a mente che abbiamo tutto il diritto, nonché il dovere, di prendere personalmente le decisioni che riguardano i nostri figli, ma anche che nella stragrande maggioranza dei casi sono le decisioni che prendono alla sprovvista noi. E no, non (sempre) “fa lo stesso”.

Ecco. Sabato sono venuta via dal Family Care con molte informazioni preziose da aggiungere al mio bagaglio di persona e di mamma. Spunti interessanti ma soprattutto utili. Appunti sparsi che voglio fermare anche online, qui a casa mia.

Paola Tonelli, formatrice e pubblicista, ha parlato di adulti, bambini e oggetti della natura.

Problematiche
I bambini delle grandi città sono poco autonomi, passivi e virtuali e l’invasione tecnologica massiva e senza criterio ha provocato danni che oggi si quantificano proprio sulla loro pelle. Dora Kalff, allieva e paziente di Jung, sosteneva che l’allontanamento dalla natura fosse anche un allontanamento dalle emozioni. Oggi i bambini vivono in scatole: passano dalla scatola casa alla scatola macchina, dalla scatola macchina alla scatola asilo/scuola, da quest’ultima di nuovo alla scatola casa dove vengono messi davanti alla scatola televisione. E nel fine settimana? Spesso si preferisce il centro commerciale al parco.

Cosa possiamo fare
Guardare le facce dei bambini. Fare un passo indietro e osservarli attentamente, come fossimo antropologi al lavoro. Cosa leggiamo sui loro volti? Spesso noia e apatia. Non dobbiamo mai dimenticare che hanno il sacrosanto diritto di oziare e di trascorrere del tempo non programmato. Devono poter affondare le mani nella terra e sporcarsi. Sì, anche e soprattutto in città. Cosa possono e possiamo imparare in questo modo? A sviluppare sguardi, cogliere quanto la vita ci regala e a tessere progetti con quanto viene raccolto e osservato.

Approfondimenti
Usciamo all’aperto, Paola Tonelli.
L’ultimo bambino nei boschi, Richard Louv.


(foto © Spazio B**K, Milano)

Fausta Orecchio, editore (Orecchio Acerbo), ha intitolato il suo intervento I grandi contro i bambini.

Problematiche
Quando si tratta di libri per l’infanzia, due sono le tendenza principali cavalcate dagli editori:
– pubblicare per categorie e grandi temi (rabbia, “capricci”…)
– selezionare soltanto la poesia (bandito ogni riferimento a dolore, tristezza e crudeltà).
Si presuppone che tutti i bambini siano uguali, che facciano parte di un insieme perfettamente omogeneo. E si considerano i libri alla stregua di ricettari e di strumenti che educatori e genitori possono usare per far crescere il più rapidamente possibile. Dunque non esistono più libri DI qualcuno, ma soltanto libri SU un determinato argomento.

Cosa possiamo fare
Dare valore al potere salvifico dei libri, importanti anche per esorcizzare piccole e grandi paure (il libro che ci piaceva leggere e rileggere da bambini spesso ci dice chi siamo stati). Scegliere con attenzione le letture che proponiamo ai nostri figli, cercando in esse domande invece che facili risposte. Offrire il più ampio spettro di emozioni possibile.

Approfondimenti
Aprite quella porta di Benoît Jacques. E l’importanza dell’umorismo.
Hänsel e Gretel di Lorenzo Mattotti. E il senso del bello.
L’isola di Armin Greder. E il senso del NOI.
A una stella cadente di Mara Cerri. E il senso di SÉ.

Il sociologo Stefano Laffi (Codici Ricerche Sociali), nel suo intervento Se le cose parlano per noi, ha riportato l’attenzione sugli oggetti che oggi circondano i bambini.

Problematiche
Non ce ne rendiamo conto, ma gli oggetti hanno un potere fortissimo. Sono imperativi, non rispondono. Cosa insegnano? Rendono capaci o inetti? La resa al tablet è spesso considerata l’unica via per tenere impegnati i bambini, per distrarli mentre mangiano, per rendere più silenziosi i viaggi in treno o in automobile. La società in cui viviamo sponsorizza continuamente oggetti seriali, seduttivi e tecnologi. Come se fosse diventato impossibile giocare senza il tasto PLAY. Con questo tipo di giocattoli la fatica dell’apprendimento si riduce a zero e c’è un’inversione del senso del tempo, che non scorre, scade. Ecco quindi che l’attesa perde completamente senso.

Cosa possiamo fare
Anche se la nostra società ha privilegiato la vista, dobbiamo ricordarci che questa non ci restituisce i 360°. I bambini devono avere l’opportunità di sentire, annusare e toccare, non soltanto di vedere.

Approfondimenti
La congiura contro i giovani, Stefano Laffi.
Libro d’ombra, Junichiro Tanizaki.
L’infra-ordinario, Georges Perec.

E, proprio ascoltando quest’ultimo intervento, mi è venuto in mente un episodio di qualche settimana fa. Sono ai giardinetti con mia figlia. Lei sta giocando sul prato con una macchinina. Si avvicina un bimbo più grande (avrà 4/5 anni), le toglie la macchinina dalle mani e comincia a osservarla, rivoltandola ossessivamente: “Come funziona? Dov’è il pulsante per farla andare?”. Mia figlia riprende la macchinina e la muove avanti e indietro sull’erba: “Va così, guarda!”. Di nuovo lui: “Si, ma come si accende?”.

Cos’ha determinato il pensiero di quel bambino? Una predisposizone naturale oppure quello che gli è stato dato in mano e messo attorno mentre cresceva? Possiamo ancora far finta che gli oggetti che sono nelle camerette (e nelle nostre case), e che spesso rimpiazzano completamente libri e natura, non influenzino in alcun modo l’immaginazione e il loro (e nostro) modo di guardare il mondo?

Fluidoflusso: che villaggio a Milano!

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Dice più o meno così un antico proverbio africano e chi ne ha cresciuto anche uno soltanto (di bambino), sa quanto un’affermazione di questo tipo sia sacrosanta. Oddio, forse quelli che se ne sono resi conto davvero sono stati più i nostri nonni, bisnonni, trisavoli. Tutti coloro che per retaggio culturale, ma soprattutto per necessità, si sono ritrovati a condividere spazi e quotidianità. Quelli che hanno accolto i propri figli e sono stati accolti a loro volta da un’intera comunità. Famiglie fatte di figlie madri e nonne figlie in cui presenza e supporto sono stati parte integrante del naturale evolversi delle cose.

Certo, non sarà stato così per tutte le mamme e in tutte le famiglie, ma sicuramente il contesto era assai diverso da quello odierno. Oggi le porte blindate dei nostri appartamenti racchiudono nuclei familiari più ristretti e per quanto nonni, zii e “balie” si adoperino per alleggerire il carico, quasi sempre non lo fanno insieme ai genitori, ma al loro posto.

Un concetto che spiega benissimo il pediatra spagnolo, ormai diventato il mio guru, Carlos González nel suo Genitori e figli insieme (ed. Il Leone Verde):
«I genitori di oggi, in genere, sono più soli rispetto a un tempo. Soli nello spazio, cioè lontani da chi potrebbe aiutarli nell’accudimento dei figli, e soli nel tempo, lontani dalle generazioni di genitori che li hanno preceduti… Appena una o due generazioni fa era ancora frequente la convivenza con altre persone, nonni o zii… C’era sempre qualcuno in casa, in modo che la madre potesse entrare e uscire senza problemi e sensi di colpa, e il bambino che trovava la madre momentaneamente assente o occupata poteva ricorrere facilmente a un’altra persona. C’erano più persone disponibili a raccontare una storia, prendere in braccio, rispondere a un “perché?”… Quello che è cambiato molto negli ultimi decenni è la struttura della comunità… Queste nuove figure di cura si differenziano dalle vecchie in due aspetti importanti: innanzitutto non stanno a fianco della madre, sostenendola, ma la sotituiscono quando è assente. In secondo luogo, rimangono insieme al bambino per un tempo molto breve. Non c’è dubbio che una volta i bambini ricchi fossero allevati molto spesso da bambinaie o nutrici. Queste persone in genere rimanevano a lungo in famiglia e i bambini stabilivano con loro un vincolo affettivo stabile, una relazione di attaccamento…»

FluidoFlusso

Ecco perché da mamma, ma soprattutto da amica di tante neo o future mamme ho deciso di parlarvi di un nuovo progetto milanese messo in opera da un’associazione che ho scoperto soltanto sabato scorso. Lo spazio si chiama Fluidoflusso (via Melchiorre Gioia 41, Milano), un gran bel nome per definire una realtà in continua mutazione, in cui promotori e fruitori insieme contribuiscono al suo scorrere e crescere. Lo spazio culturale esiste da ormai quasi due anni, fatti di seminari, laboratori, incontri ed eventi. Il villaggio in città invece è la novità del 2016. Rivolto a donne in gravidanza e ad adulti (mamme, papà, nonni, tate…) con bambini di età compresa tra 0 e 3 anni, propone un percorso di accompagnamento alla nascita (tenuto dalle ostetriche Annamaria Cuozzo e Rosa Estrada e dalla doula ADI Wilma Riolo) e uno spazio di incontro per grandi e piccini (coordinato dalla pedagogista Francesca Romana Grasso).

Tutte queste (e molte altre) informazioni le trovate anche sul sito di FluidoFlusso, assieme ai percorsi personali che hanno portato Ester e Giovanni, i due soci fondatori, a dargli vita. Quello che invece online o sui volantini non c’è è la luce che riempie lo spazio che ospiterà voi e i vostri piccoli, i sorrisi e la simpatia con cui il villaggio vi accoglierà quando ne varcherete la soglia, il profumo e il sapore di merende-coccole per il palato, nonché la passione e la forte motivazione di tutti i suoi abitanti.

Un’ultima cosa. Si tratta di un villaggio che si prende cura anche dei cinefili come la sottoscritta. Ecco il calendario delle prossime proiezioni (riservate ai grandi):

FluidoFlusso cinema d'essai

Informazioni utili:
La quota associativa (annuale, 1 gennaio – 31 dicembre 2016) è di 30 €.
(a questo link vi spiegano) Come funziona il villaggio
Per tutto il resto: tel. 02-66703433; cell. 377-2862282; mail info@fluidoflusso.eu

il bambino naturale (fiere e dintorni)

striscione fiera il bambino naturale

C’è il tempo delle mele e il tempo delle fiere (lo so, questa è pessima…). Sta di fatto che, dopo un’assidua frequentazione di Expo, lo scorso weekend sono stata in provincia di Brescia alla fiera il bambino naturale.

(brevemente, per chi non ne sa nulla, Il bambino naturale è una collana pubblicata da Il leone verde, che a mio avviso può vantare alcuni tra i migliori testi sul tema accudimento e relazione con i figli)

Carlos González Carlos González Carlos González

Carlos González Carlos González Carlos González

Ci sono andata principalmente per un motivo: la presenza di Carlos González, pediatra esperto in allattamento (e non solo), ormai diventato uno dei miei punti di riferimento. Per farvi capire come la pensa, ecco qualche estratto dai suoi libri:

(da Un dono per tutta la vita. Guida all’allattamento materno, Il leone verde)

“Succhiando più spesso si produce uno spettacolare aumento della secrezione di prolattina, e quindi della quantità di latte. Pertanto non c’è miglior modo di ostacolare l’allattamento che diminuire il numero delle poppate.”

“L’abbiamo visto centinaia di volte: quando si comincia con il biberon, il seno si riduce a un pugno in un paio di settimane. ‘Il biberon’, diceva non so quale famoso medico più di un secolo fa, ‘è la tomba del seno’.”

“Contrariamente a ciò che pensa molta gente, l’allattamento a richiesta non è una schiavitù, ma una liberazione per la madre. La maggior parte delle volte può fare quel che vuole suo figlio, così il bambino è contento e non piange, e quindi anche lei sarà contenta e non piangerà. […] La schiavitù è l’orologio. Dover camminare su e giù, piangendo con in braccio un bambino che piange per quindici minuti, o per due ore, perché ‘ancora non è il momento’.”

“Non esiste nessun limite all’allattamento materno. Non c’è alcuna motivazione medica, nutrizionale o psicologica per svezzare obbligatoriamente a una certa età. […] ‘Il tuo latte non alimenta’; ‘Gli stai creando dipendenza’… Sono affermazioni che non si basano su nessun dato scientifico; sono pregiudizi.”

(da Bésame mucho. Come crescere i vostri figli con amore, Coleman Editore)

“I bambini sono essenzialmente buoni, le loro necessità affettive sono importanti e noi genitori dobbiamo dare loro affetto, rispetto e attenzione.”

“Quando dedichi attenzione a tuo figlio, gli stai insegnando a essere indipendente. […] Se gli dai il contatto di cui ha bisogno, finirà col superare la sua insicurezza; se glielo neghi, il problema diventerà sempre più grave. Quando un bambino smette di chiamare la madre perché non ne ha più bisogno non è come quando smette di chiamarla perché sa che, per quanto la chiami, lei non gli presterà attenzione.”

“In qualsiasi lavoro o in qualsiasi attività, dal mettere mattonelle al suonare il pianoforte, si può raggiungere il successo solo ‘dedicandogli tempo’. Perché vogliono farci credere che prendersi cura dei figli è l’unica attività umana nella quale il tempo diventa elastico?”

Michel Odent (press pic)

Un’altra ragione valida per farsi un viaggetto fino a Chiari è stata la conferenza di Michel Odent, il medico chirurgo ostetrico sostenitore del parto attivo (la donna non è una paziente, ma l’artefice del proprio parto) e promotore del parto in acqua.

Interessantissimo il suo discorso sulla neocorteccia (porzione più vasta del nostro cervello, sede del linguaggio e della razionalità), che a suo dire andrebbe tenuta a bada per la buona riuscita di travaglio e parto. “Ho sentito donne dire a posteriori (dopo aver dato alla luce un figlio. ndr): ‘Ero su un altro pianeta’. Quando una donna in travaglio è ‘su un altro pianeta’, significa che l’attività della sua neocorteccia è estremamente ridotta. Questa riduzione è un aspetto essenziale della fisiologia del parto tra gli esseri umani.” (da www.wombecology.com)

Ecco perché, secondo Michel Odent, tutte dovremmo partorire in una salle sauvage (sala selvaggia). Sale parto sempre più simili ad ambienti domestici (luci soffuse, silenzio, pochissime persone presenti…) in cui dare alla luce i propri figli in maniera “primitiva”.

Paola Negri Sapore di mamma

Ho ascoltato anche il punto di vista di Paola Negri, una scrittrice, ma soprattutto una mamma che ha deciso di allattare i propri figli oltre i “limiti” (socialmente imposti) dello svezzamento e che ha poi scritto un libro, Sapore di mamma, per informare e supportare chi ha fatto la sua stessa scelta. In soldoni: siete alle prese con l’allattamento prolungato? Lei mette nero su bianco tutti i pro e vi dà una mano a rispondere per le rime a tutti quelli che sull’argomento ancora storcono il naso.

agriturismo Ca' del lupo

Last, but not least, i due giorni in fiera, con figlia al seguito, mi hanno offerto una buona scusa per coinvolgere anche una coppia di amici con prole, scegliere un agriturismo in zona (Cà del Lupo, con fattoria didattica e cibo genuino), e regalarci tutti un po’ di relax e giochi in mezzo al verde.

Le fanciulle hanno gradito. Noi pure.

trittico in agriturismo