il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

buon compleanno, nonna

buon compleanno, nonna

quando qualcuno che ami se ne va, restano miriadi di piccole (grandi) cose: gli spazi che avete condiviso, quello in cui metteva cuore e anima, il modo in cui si prendeva cura di te…

mia nonna amava tanto la sua casa. la custodiva come un gioiello, ché fosse sempre pulita, in ordine e pronta per ospitarci (in questo, ahimè, io non ho preso da lei…).

mia nonna era una buona forchetta (e qui invece le somiglio parecchio). le piaceva moltissimo mangiar bene, ma ancora di più preparare prelibatezze. quello era il suo modo di coccolarci, ci stringeva tutti in un grosso abbraccio culinario. ogni vigilia di Natale si presentava a cena da noi con la sua memorabile teglia di cardi al burro e parmigiano. mentre a pranzo da lei i pezzi forti erano vincisgrassi, involtini e fegato alla veneziana. ricordo ancora perfettamente profumi e sapori. finché gli occhi e le mani gliel’hanno permesso, ha cucinato con amore per sé e per noi, apparecchiando scrupolosamente la tavola e versando generosamente vino rosso.

mia nonna amava leggere. c’è stato un periodo in cui mi chiedeva spesso consigli di lettura. tra gli altri le avevo prestato La diva Giulia, Il mondo secondo Garp e I ponti di Madison County. poi le avevo portato anche i film e li avevamo guardati assieme.

la cosa che più mi rimprovero da quando se n’è andata lo scorso maggio è di non averle mai raccontato molto di me, ma soprattutto di non averle chiesto di più di lei, del nonno e degli anni in cui io non ero nemmeno un pensiero.

poco prima di partire per le vacanze, ho passato un intero pomeriggio a casa sua, a frugare tra vecchie foto. ce n’erano di bellissime, ma la mia preferita è quella che ho postato qui sopra. è datata 8 agosto 1943, stava per compiere 23 anni.

proprio oggi avrebbe spento 96 candeline e la torta questa volta avrei proprio voluto preparargliela io.

buon compleanno, nonna!

infanzia: parliamoci chiaro

Family Care 2016

Lo scorso sabato, all’interno del festival Family Care, organizzato da Emmi’s Care, da Edufrog e curato dalla comunità di pratiche [mi+t]3, si è parlato di infanzia e di famiglia.
La vera differenza tra le chiacchiere a cui siamo molto spesso abituati e quello che è stato detto in quel particolare contesto, per me l’ha fatta il modo in cui se n’è parlato: in poco più di tre ore si è andati al sodo davvero. A un sodo scomodo, irritante, a tratti persino angosciante. Eppure è stato un incontro importante e bellissimo.
Provo a spiegarmi meglio.

Che familiarità abbiamo con frasi tipo queste?
1. “Sai cosa facciamo di bello oggi, piccolino? Andiamo all’Ikea!”
2. “Avete un libro che mi aiuti a far togliere rapidamente il pannolino a mio figlio?”
3. “Santo tablet! Un paio di puntate di Masha e guarda come sta a tavola tranquillo.”

Parecchia, vero? Un paio le ho pronunciate anch’io non molto tempo fa.
E cosa diciamo a noi stessi (genitori), (ma soprattutto cosa ci raccontano) per (farci) stare tranquilli?
1. I bambini all’Ikea e nei centri commerciali in generale si divertono molto più che ai giardini. Non rischiano di prendersi germi giocando con la terra, non si sporcano e che meraviglia tutte quelle cose da guardare.
2. Dev’esserci una ricettina facile facile e veloce per semplificarsi la vita. Certo che c’è: glielo spiega il libro.
3. D’altra parte uno deve pur mangiare in pace, è una questione di sopravvivenza. Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno.

“Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno”. Già. Un’espressione che in qualche modo ci assolve tutti, accomunandoci in una leggerezza rassicurante, che in parte giustifica anche il modo in cui noi stessi siamo stati cresciuti e gli adulti che siamo diventati oggi. E ci può stare. Per tutte quelle volte in cui non abbiamo tempo, per quelle in cui siamo ridotti ai minimi termini. Per carità, la levità è importante, spesso necessaria, ma si può essere davvero in grado di misurare e sperimentare leggerezza quando si è sempre viaggiato senza bagaglio? Io credo di no. Penso che questo bagaglio in qualche modo dovremmo averlo (avuto) tutti. Dobbiamo averlo portato sulle spalle almeno una volta per poter decidere consapevolmente cosa tenerci dentro, cosa togliere e persino di lasciarlo a casa, qualche volta, a seconda del tipo di viaggio e del percorso che vogliamo/dobbiamo intraprendere. Tenendo sempre a mente che abbiamo tutto il diritto, nonché il dovere, di prendere personalmente le decisioni che riguardano i nostri figli, ma anche che nella stragrande maggioranza dei casi sono le decisioni che prendono alla sprovvista noi. E no, non (sempre) “fa lo stesso”.

Ecco. Sabato sono venuta via dal Family Care con molte informazioni preziose da aggiungere al mio bagaglio di persona e di mamma. Spunti interessanti ma soprattutto utili. Appunti sparsi che voglio fermare anche online, qui a casa mia.


(foto © Family Care 2016)

Paola Tonelli, formatrice e pubblicista, ha parlato di adulti, bambini e oggetti della natura.

Problematiche
I bambini delle grandi città sono poco autonomi, passivi e virtuali e l’invasione tecnologica massiva e senza criterio ha provocato danni che oggi si quantificano proprio sulla loro pelle. Dora Kalff, allieva e paziente di Jung, sosteneva che l’allontanamento dalla natura fosse anche un allontanamento dalle emozioni. Oggi i bambini vivono in scatole: passano dalla scatola casa alla scatola macchina, dalla scatola macchina alla scatola asilo/scuola, da quest’ultima di nuovo alla scatola casa dove vengono messi davanti alla scatola televisione. E nel fine settimana? Spesso si preferisce il centro commerciale al parco.

Cosa possiamo fare
Guardare le facce dei bambini. Fare un passo indietro e osservarli attentamente, come fossimo antropologi al lavoro. Cosa leggiamo sui loro volti? Spesso noia e apatia. Non dobbiamo mai dimenticare che hanno il sacrosanto diritto di oziare e di trascorrere del tempo non programmato. Devono poter affondare le mani nella terra e sporcarsi. Sì, anche e soprattutto in città. Cosa possono e possiamo imparare in questo modo? A sviluppare sguardi, cogliere quanto la vita ci regala e a tessere progetti con quanto viene raccolto e osservato.

Approfondimenti
Usciamo all’aperto, Paola Tonelli.
L’ultimo bambino nei boschi, Richard Louv.


(foto © Spazio B**K, Milano)

Fausta Orecchio, editore (Orecchio Acerbo), ha intitolato il suo intervento I grandi contro i bambini.

Problematiche
Quando si tratta di libri per l’infanzia, due sono le tendenza principali cavalcate dagli editori:
– pubblicare per categorie e grandi temi (rabbia, “capricci”…)
– selezionare soltanto la poesia (bandito ogni riferimento a dolore, tristezza e crudeltà).
Si presuppone che tutti i bambini siano uguali, che facciano parte di un insieme perfettamente omogeneo. E si considerano i libri alla stregua di ricettari e di strumenti che educatori e genitori possono usare per far crescere il più rapidamente possibile. Dunque non esistono più libri DI qualcuno, ma soltanto libri SU un determinato argomento.

Cosa possiamo fare
Dare valore al potere salvifico dei libri, importanti anche per esorcizzare piccole e grandi paure (il libro che ci piaceva leggere e rileggere da bambini spesso ci dice chi siamo stati). Scegliere con attenzione le letture che proponiamo ai nostri figli, cercando in esse domande invece che facili risposte. Offrire il più ampio spettro di emozioni possibile.

Approfondimenti
Aprite quella porta di Benoît Jacques. E l’importanza dell’umorismo.
Hänsel e Gretel di Lorenzo Mattotti. E il senso del bello.
L’isola di Armin Greder. E il senso del NOI.
A una stella cadente di Mara Cerri. E il senso di SÉ.

Il sociologo Stefano Laffi (Codici Ricerche Sociali), nel suo intervento Se le cose parlano per noi, ha riportato l’attenzione sugli oggetti che oggi circondano i bambini.

Problematiche
Non ce ne rendiamo conto, ma gli oggetti hanno un potere fortissimo. Sono imperativi, non rispondono. Cosa insegnano? Rendono capaci o inetti? La resa al tablet è spesso considerata l’unica via per tenere impegnati i bambini, per distrarli mentre mangiano, per rendere più silenziosi i viaggi in treno o in automobile. La società in cui viviamo sponsorizza continuamente oggetti seriali, seduttivi e tecnologi. Come se fosse diventato impossibile giocare senza il tasto PLAY. Con questo tipo di giocattoli la fatica dell’apprendimento si riduce a zero e c’è un’inversione del senso del tempo, che non scorre, scade. Ecco quindi che l’attesa perde completamente senso.

Cosa possiamo fare
Anche se la nostra società ha privilegiato la vista, dobbiamo ricordarci che questa non ci restituisce i 360°. I bambini devono avere l’opportunità di sentire, annusare e toccare, non soltanto di vedere.

Approfondimenti
La congiura contro i giovani, Stefano Laffi.
Libro d’ombra, Junichiro Tanizaki.
L’infra-ordinario, Georges Perec.

E, proprio ascoltando quest’ultimo intervento, mi è venuto in mente un episodio di qualche settimana fa. Sono ai giardinetti con mia figlia. Lei sta giocando sul prato con una macchinina. Si avvicina un bimbo più grande (avrà 4/5 anni), le toglie la macchinina dalle mani e comincia a osservarla, rivoltandola ossessivamente: “Come funziona? Dov’è il pulsante per farla andare?”. Mia figlia riprende la macchinina e la muove avanti e indietro sull’erba: “Va così, guarda!”. Di nuovo lui: “Si, ma come si accende?”.

Cos’ha determinato il pensiero di quel bambino? Una predisposizone naturale oppure quello che gli è stato dato in mano e messo attorno mentre cresceva? Possiamo ancora far finta che gli oggetti che sono nelle camerette (e nelle nostre case), e che spesso rimpiazzano completamente libri e natura, non influenzino in alcun modo l’immaginazione e il loro (e nostro) modo di guardare il mondo?

Fluidoflusso: che villaggio a Milano!

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Dice più o meno così un antico proverbio africano e chi ne ha cresciuto anche uno soltanto (di bambino), sa quanto un’affermazione di questo tipo sia sacrosanta. Oddio, forse quelli che se ne sono resi conto davvero sono stati più i nostri nonni, bisnonni, trisavoli. Tutti coloro che per retaggio culturale, ma soprattutto per necessità, si sono ritrovati a condividere spazi e quotidianità. Quelli che hanno accolto i propri figli e sono stati accolti a loro volta da un’intera comunità. Famiglie fatte di figlie madri e nonne figlie in cui presenza e supporto sono stati parte integrante del naturale evolversi delle cose.

Certo, non sarà stato così per tutte le mamme e in tutte le famiglie, ma sicuramente il contesto era assai diverso da quello odierno. Oggi le porte blindate dei nostri appartamenti racchiudono nuclei familiari più ristretti e per quanto nonni, zii e “balie” si adoperino per alleggerire il carico, quasi sempre non lo fanno insieme ai genitori, ma al loro posto.

Un concetto che spiega benissimo il pediatra spagnolo, ormai diventato il mio guru, Carlos González nel suo Genitori e figli insieme (ed. Il Leone Verde):
«I genitori di oggi, in genere, sono più soli rispetto a un tempo. Soli nello spazio, cioè lontani da chi potrebbe aiutarli nell’accudimento dei figli, e soli nel tempo, lontani dalle generazioni di genitori che li hanno preceduti… Appena una o due generazioni fa era ancora frequente la convivenza con altre persone, nonni o zii… C’era sempre qualcuno in casa, in modo che la madre potesse entrare e uscire senza problemi e sensi di colpa, e il bambino che trovava la madre momentaneamente assente o occupata poteva ricorrere facilmente a un’altra persona. C’erano più persone disponibili a raccontare una storia, prendere in braccio, rispondere a un “perché?”… Quello che è cambiato molto negli ultimi decenni è la struttura della comunità… Queste nuove figure di cura si differenziano dalle vecchie in due aspetti importanti: innanzitutto non stanno a fianco della madre, sostenendola, ma la sotituiscono quando è assente. In secondo luogo, rimangono insieme al bambino per un tempo molto breve. Non c’è dubbio che una volta i bambini ricchi fossero allevati molto spesso da bambinaie o nutrici. Queste persone in genere rimanevano a lungo in famiglia e i bambini stabilivano con loro un vincolo affettivo stabile, una relazione di attaccamento…»

FluidoFlusso

Ecco perché da mamma, ma soprattutto da amica di tante neo o future mamme ho deciso di parlarvi di un nuovo progetto milanese messo in opera da un’associazione che ho scoperto soltanto sabato scorso. Lo spazio si chiama Fluidoflusso (via Melchiorre Gioia 41, Milano), un gran bel nome per definire una realtà in continua mutazione, in cui promotori e fruitori insieme contribuiscono al suo scorrere e crescere. Lo spazio culturale esiste da ormai quasi due anni, fatti di seminari, laboratori, incontri ed eventi. Il villaggio in città invece è la novità del 2016. Rivolto a donne in gravidanza e ad adulti (mamme, papà, nonni, tate…) con bambini di età compresa tra 0 e 3 anni, propone un percorso di accompagnamento alla nascita (tenuto dalle ostetriche Annamaria Cuozzo e Rosa Estrada e dalla doula ADI Wilma Riolo) e uno spazio di incontro per grandi e piccini (coordinato dalla pedagogista Francesca Romana Grasso).

Tutte queste (e molte altre) informazioni le trovate anche sul sito di FluidoFlusso, assieme ai percorsi personali che hanno portato Ester e Giovanni, i due soci fondatori, a dargli vita. Quello che invece online o sui volantini non c’è è la luce che riempie lo spazio che ospiterà voi e i vostri piccoli, i sorrisi e la simpatia con cui il villaggio vi accoglierà quando ne varcherete la soglia, il profumo e il sapore di merende-coccole per il palato, nonché la passione e la forte motivazione di tutti i suoi abitanti.

Un’ultima cosa. Si tratta di un villaggio che si prende cura anche dei cinefili come la sottoscritta. Ecco il calendario delle prossime proiezioni (riservate ai grandi):

FluidoFlusso cinema d'essai

Informazioni utili:
La quota associativa (annuale, 1 gennaio – 31 dicembre 2016) è di 30 €.
(a questo link vi spiegano) Come funziona il villaggio
Per tutto il resto: tel. 02-66703433; cell. 377-2862282; mail info@fluidoflusso.eu

il bambino naturale (fiere e dintorni)

striscione fiera il bambino naturale

C’è il tempo delle mele e il tempo delle fiere (lo so, questa è pessima…). Sta di fatto che, dopo un’assidua frequentazione di Expo, lo scorso weekend sono stata in provincia di Brescia alla fiera il bambino naturale.

(brevemente, per chi non ne sa nulla, Il bambino naturale è una collana pubblicata da Il leone verde, che a mio avviso può vantare alcuni tra i migliori testi sul tema accudimento e relazione con i figli)

Carlos González Carlos González Carlos González

Carlos González Carlos González Carlos González

Ci sono andata principalmente per un motivo: la presenza di Carlos González, pediatra esperto in allattamento (e non solo), ormai diventato uno dei miei punti di riferimento. Per farvi capire come la pensa, ecco qualche estratto dai suoi libri:

(da Un dono per tutta la vita. Guida all’allattamento materno, Il leone verde)

“Succhiando più spesso si produce uno spettacolare aumento della secrezione di prolattina, e quindi della quantità di latte. Pertanto non c’è miglior modo di ostacolare l’allattamento che diminuire il numero delle poppate.”

“L’abbiamo visto centinaia di volte: quando si comincia con il biberon, il seno si riduce a un pugno in un paio di settimane. ‘Il biberon’, diceva non so quale famoso medico più di un secolo fa, ‘è la tomba del seno’.”

“Contrariamente a ciò che pensa molta gente, l’allattamento a richiesta non è una schiavitù, ma una liberazione per la madre. La maggior parte delle volte può fare quel che vuole suo figlio, così il bambino è contento e non piange, e quindi anche lei sarà contenta e non piangerà. […] La schiavitù è l’orologio. Dover camminare su e giù, piangendo con in braccio un bambino che piange per quindici minuti, o per due ore, perché ‘ancora non è il momento’.”

“Non esiste nessun limite all’allattamento materno. Non c’è alcuna motivazione medica, nutrizionale o psicologica per svezzare obbligatoriamente a una certa età. […] ‘Il tuo latte non alimenta’; ‘Gli stai creando dipendenza’… Sono affermazioni che non si basano su nessun dato scientifico; sono pregiudizi.”

(da Bésame mucho. Come crescere i vostri figli con amore, Coleman Editore)

“I bambini sono essenzialmente buoni, le loro necessità affettive sono importanti e noi genitori dobbiamo dare loro affetto, rispetto e attenzione.”

“Quando dedichi attenzione a tuo figlio, gli stai insegnando a essere indipendente. […] Se gli dai il contatto di cui ha bisogno, finirà col superare la sua insicurezza; se glielo neghi, il problema diventerà sempre più grave. Quando un bambino smette di chiamare la madre perché non ne ha più bisogno non è come quando smette di chiamarla perché sa che, per quanto la chiami, lei non gli presterà attenzione.”

“In qualsiasi lavoro o in qualsiasi attività, dal mettere mattonelle al suonare il pianoforte, si può raggiungere il successo solo ‘dedicandogli tempo’. Perché vogliono farci credere che prendersi cura dei figli è l’unica attività umana nella quale il tempo diventa elastico?”

Michel Odent (press pic)

Un’altra ragione valida per farsi un viaggetto fino a Chiari è stata la conferenza di Michel Odent, il medico chirurgo ostetrico sostenitore del parto attivo (la donna non è una paziente, ma l’artefice del proprio parto) e promotore del parto in acqua.

Interessantissimo il suo discorso sulla neocorteccia (porzione più vasta del nostro cervello, sede del linguaggio e della razionalità), che a suo dire andrebbe tenuta a bada per la buona riuscita di travaglio e parto. “Ho sentito donne dire a posteriori (dopo aver dato alla luce un figlio. ndr): ‘Ero su un altro pianeta’. Quando una donna in travaglio è ‘su un altro pianeta’, significa che l’attività della sua neocorteccia è estremamente ridotta. Questa riduzione è un aspetto essenziale della fisiologia del parto tra gli esseri umani.” (da www.wombecology.com)

Ecco perché, secondo Michel Odent, tutte dovremmo partorire in una salle sauvage (sala selvaggia). Sale parto sempre più simili ad ambienti domestici (luci soffuse, silenzio, pochissime persone presenti…) in cui dare alla luce i propri figli in maniera “primitiva”.

Paola Negri Sapore di mamma

Ho ascoltato anche il punto di vista di Paola Negri, una scrittrice, ma soprattutto una mamma che ha deciso di allattare i propri figli oltre i “limiti” (socialmente imposti) dello svezzamento e che ha poi scritto un libro, Sapore di mamma, per informare e supportare chi ha fatto la sua stessa scelta. In soldoni: siete alle prese con l’allattamento prolungato? Lei mette nero su bianco tutti i pro e vi dà una mano a rispondere per le rime a tutti quelli che sull’argomento ancora storcono il naso.

agriturismo Ca' del lupo

Last, but not least, i due giorni in fiera, con figlia al seguito, mi hanno offerto una buona scusa per coinvolgere anche una coppia di amici con prole, scegliere un agriturismo in zona (Cà del Lupo, con fattoria didattica e cibo genuino), e regalarci tutti un po’ di relax e giochi in mezzo al verde.

Le fanciulle hanno gradito. Noi pure.

trittico in agriturismo

Expo 2015 per grandi e piccini

she ingresso ponte tunnel

Per prima cosa, va detto, c’è da scarpinare parecchio. Dentro, ma anche fuori. Dai tornelli della fermata (M1) Rho-Fiera all’ingresso Ovest di Expo, la strada è piuttosto lunghetta. Ecco perché Chicco avrebbe fatto una gran buona azione, se avesse offerto i suoi passeggini di cortesia all’arrivo dei treni, piuttosto che all’entrata della fiera. Una volta arrivati vivi (senza passeggino) fin lì, quelli di Chicco vien voglia di menarli. E noi, che siamo per la non violenza, ci siamo portate il nostro, di passeggino.

media pass gente in coda all'apertura

I bambini da 0 a 3 anni non pagano. Resta il fatto che bisogna “acquistare” un ingresso farlocco anche per loro (non costa nulla, ma va chiesto alla biglietteria) (anche se mi risulta che alcune privilegiate siano entrate con il media pass…).
Armatevi di pazienza: la coda nella foto qui sopra è quella delle 9.30 del mattino di un giorno feriale. Per evitarla fate colazione a casa, una lunga doccia in tutta calma, e presentatevi in fiera in tarda mattinata o nel pomeriggio.

area nursery IMG_2347

Expo si fa perdonare la questione dei passeggini, fornendo una decina di aree nursery aperte a cambio e “pappa”, davvero complete di tutto (pannolini di varie taglie, fasciatoio con telini usa e getta, lavandino, poltrona e cuscino per allattare) (per sapere dove trovarle, chiedete la Baby Map nel Chicco point prima dei cancelli di Expo o in un qualsiasi info point interno. Già che ci siete, chiedete anche la Family Map).

Slovenia Andy bar 2

Mangiare a Expo, a meno che non vogliate nutrirvi di chicchi di grano saraceno (gentilmente offerti dal padiglione Estonia) o rubare frutta e verdura dagli orti disseminati un po’ ovunque, non è per niente economico (altro che cibo sostenibile). Sedersi a tavola nei ristoranti di tutto il mondo ha il suo prezzo (ho provato la Churrascharia Brasil, il ristorante emiliano della Cascina Triulza, e Eataly). La prossima volta voglio provare l’Andy’s (Warhol) Corner (padiglione della Slovacchia). Per garantirsi i suoi 15 minuti di celebrità, pare abbia tenuto i prezzi bassi e riempito i piatti. Altrimenti, alla portata di tutte le tasche, c’è sempre il padiglione McDonald’s.

Francia U Giancu Eataly

Io non ho saputo rinunciare ai croissant appena sfornati (all’uscita del padiglione Francia) e alle focaccette con lo stracchino di U Giancu (padiglione Eataly – regione Liguria, soltanto fino a fine giugno).

Ecuador Kuwait Vietnam Regno Unito abiti Turchia ingresso Kuwait Cile Israele fuori Italia Nepal Slovacchia Sultanato dell'Oman Quatar ricaricarsi in Austria selfie in Spagna Angola manichini Slovacchia il suono della Slovacchia pedalare in Estonia Sultanato dell'Oman selfie in Slovenia Germania Kuwait in Estonia si balla American Food terrazza orto Francia altalene Estonia Repubblica Ceca in piscina Austria

Cosa mi è piaciuto di meno?
Non aver mai visto in circolazione il People Mover, che in certi momenti avrebbe fatto molto comodo alle mie gambe affaticate (qualcuno di voi ha mai incrociato questo autobus fantasma, questo mostro di Loch Ness milanese? Voglio almeno una foto che ne provi l’esistenza!). Mi hanno un po’ infastidito i padiglioni troppo didascalici (ho avuto la forte tentazione di fuggire dal padiglione israeliano spernacchiandoli) e il fatto che sto aspettando da ieri mattina la password per accedere alla digital media room (“ti abbiamo inviato la password via mail”. eh, come no, rapidissimi proprio… alla faccia dell’immediatezza della Rete) (per fortuna avevo le mie, di foto).

Cosa mi è piaciuto di più? L’architettura dei padiglioni (alcuni deliziano davvero la vista), i colori, i profumi, gli accenti, e tutto quel verde dentro e fuori (noi milanesi mica ci siamo abituati). La voglia, che ancora mi è rimasta, dopo tre giorni di visite “accaldate”, di vivermi questo enorme “parco dei divertimenti”, finché c’è. Di portarci mia figlia e di (farle) vedere ogni singola cosa (e ho già deciso che ci tornerò). Belle anche le terrazze per guardare il bailamme dall’alto (per esempio quelle del padiglione American Food e dell’Angola), le altalene dell’Estonia e il loro angolino del video tutorial per imparare a ballare la polka, il clima del padiglione Australia, l’albero musicale della Slovacchia e l’esterno verdissimo del padiglione Israele.

rete Brasile IMG_2277

P.S. Se volete camminare, sospesi in aria, sulla famosa rete del padiglione Brasile (ne vale la pena!), presentatevi all’ingresso con un paio di sneakers. Io avevo i Birkenstock infradito che, ogni quattro passi, restavano impigliati nelle maglie. Potete portare anche i bambini sotto i 3 anni, ma nessuno vi dice che dovete portarveli in braccio: i loro piedini sono troppo piccoli per la rete. Risultato: voi arrivate in fondo sudati come cammelli, ma loro ridono come matti per il divertimento.

Giappone

P.P.S. Il premio Sborone Expo 2015 va al padiglione del Giappone. Un’ora di percorso guidato (esagerati!) e attese infinite anche per entrare. Niente scorciatoie nemmeno per la stampa. Senza prenotazione non si va da nessuna parte.

Stavo per dimenticare la colonna sonora:

[to be continued]

coccole e musica a colazione

La colazione, che per un periodo ho completamente trascurato, saltandola anche a piè pari, da qualche anno ha raggiunto il podio nella mia personale classifica dei pasti più desiderati e irrinunciabili.

Io che sono sempre stata quella del “meglio 10 minuti di sonno in più e qualcosina di meno nella pancia”, oggi non mi accontento più di cappuccio e brioche consumati velocemente al bar, né tanto meno di un caffé trangugiato cinque minuti prima di uscire di casa.

Oggi la mia colazione è assai desiderata e pensata. Si tratta di una coccola tutta per me, dolce quanto basta e soprattutto sana. Sì, sana. Non sono mai stata una salutista: tra un vasetto di yogurt e uno di nutella, il mio cucchiaino ha sempre scelto il secondo. Ma aprire le danze in maniera salutare per me è un po’ come dire al corpo (e alla mente): “Anche se non sappiamo come andrà il resto della giornata, io e te stiamo cominciando col piede giusto”.

In tavola
Il latte che bevo da un annetto a questa parte è quello di mandorla. Denso, nutriente e leggero. Una vera delizia per il palato. Il mio preferito al momento è quello della cooperativa siciliana Valdibella. Esiste in due versioni: dolcificato con sciroppo d’uva e al naturale. Io ho scelto la seconda.

I biscotti sono una scoperta più recente, che risale più o meno all’estate scorsa. Li confeziona una pasticceria biologica di Lecco, il laboratorio artigianale Manzi. Da provare i baci grano saraceno e mandorle, i frollini miglio e mandorle e i fior di riso al cocco. Tutti prodotti rigorosamente vegani.

E per finire, anche lo zucchero fa la sua parte. Quello che uso io è di canna grezzo, arriva dalle filippine e ha un nome che è tutto un programma: Mascobado. Doppi sensi a parte, me l’ha fatto conoscere un po’ di anni fa il Bordonchio e da allora è un must anche a casa mia.

Nelle casse
Le note della colazione sono quelle che accompagnano i primi raggi di luce dalla mia finestra, gli occhi che si stropicciano e le gambe che pian piano si rimettono in movimento (Rhymes of an hour – Mazzy Star).

Note che fanno da sottofondo al primo getto d’acqua fresca sul mio viso (Dead Already – Thomas Newman).

Che mi seguono in cucina, mentre apro il frigorifero per recuperare il cartone del latte (Here’s looking at you, kid – The Gaslight Anthem).

Il caffé sta salendo sul fuoco e con esso arrivano anche le energie di cui ho bisogno per cominciare la giornata (The seeker – The Who).

Primi sorsi, primi morsi (Why do fools fall in love? – Joni Mitchell).

Ed eccomi pronta per affrontare la frenetica metropoli (Hoedown – Emerson, Lake & Palmer).

Buona giornata a tutti!

Georgia (amarcord musicali)

georgia
[post motivato dalla felicità di aver appena recuperato in Rete il testo di una canzone di cui mi innamorai diversi anni fa]

È il 1995, la tv passa Georgia, dramma alcolico in salsa rock. Vado immediatamente in fissa per tre cose: il look di Jennifer Jason Leigh, i riferimenti ai Velvet Underground e una canzone, scritta dall’attrice coprotagonista, cantautrice nel film e nella realtà, Mare Winningham (oggi, quasi 20 anni dopo, me la ritrovo nel telefilm The Affair. Corsi e ricorsi…). Ascolto quella canzone soltanto una volta, non ho nemmeno il tempo di registrare, ma mi rimane talmente in testa che, finito il film, provo subito a trascriverne accordi e testo. Ho 19 anni (all’epoca) e ne viene fuori questo:

Il mio stile alla chitarra, modello zappatore, era davvero pessimo (ed è rimasto tale…), ma il mio inglese e la mia memoria non erano poi malaccio, visto che con la lyric ci avevo preso quasi in toto.

Ecco la canzone nel film (dal min. 1:37 in poi):

La versione originale, se interessa, la trovate qui.

What am I supposed to do
With happy times I have in my head
Send them off to purgatory, thoroughly confused
Maybe they could meet some old acquaintances of theirs
And they could have a drink together, reminiscing, missing you

If I wanted
I could scrap you
If I wanted
Get back at you
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

If I wanted
I could feel good
If I wanted
Act like I should
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

And what am I supposed to feel
When every time I hear your name
I fall four steps behind, when I have only climbed up two
I don’t want to give away my fears
I don’t want anyone to taste my tears
I don’t want help from anyone but you

If I wanted
I could kill you
If I wanted
I would die too
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

If I wanted
I could never
Find another friend forever
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

If I wanted
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

happy birthday, Joni

Una donna dallo sguardo lucente, profondo e dagli zigomi pronunciati tiene tra le dita una sigaretta accesa. In testa ha un basco morbido che le incornicia il viso, ma il vento riesce comunque a scompigliarle la lunga chioma bionda. Indossa una pelliccia nera che si staglia su uno sfondo bianco latte. Abbasso di poco lo sguardo e mi ritrovo su una highway americana, selvaggia, polverosa e sterminata.

Proprio da quella strada (sulla copertina di Hejira, 1976 n.d.r.), parecchi anni fa, è cominciato il mio viaggio nell’universo Joni Mitchell. Da una canzone in particolare: Amelia, che, come la maggior parte dei pezzi di questa Signora della musica, che oggi compie 70 anni, racchiude universi di significato.

Ero piuttosto piccola ai tempi, innanzitutto Joni non parlava la mia lingua e poi cosa poteva capire una ragazzina delle medie di vita, amore, morte e miracoli? Mi spiegarono che il pezzo prendeva il nome da Amelia Earhart, la prima donna aviatrice che sorvolò da sola l’Oceano Atlantico. Una storia sicuramente affascinante, ma ancor più seducente, per me, era quella musica così diversa e insolita. Niente di minimamente paragonabile a tutto il resto che avevo ascoltato fino a quel momento.

Gli anni sono passati e ho scoperto Blue (1971), disco precedente e dalle sonorità acustiche più intimiste. Ricordo di aver consumato il cd nel lettore (gli mp3 ancora non esistevano), camminando da casa a Brera e ritorno (all’epoca seguivo un corso serale all’Accademia). ‘Sta volta la musica non bastava, dovevo assolutamente comprendere le parole. Spulciai i testi uno ad uno e mi ritrovai immersa in un libro di poesie, dense e struggenti, di fronte a quadri da sindrome di Stendhal.
Sicuramente fu River a lasciare il segno. Una canzone che (come anche For free, mi ha sempre fatto più Natale di mille addobbi, lucine colorate e persino della neve. “Oh, I wish I had a river I could skate away on. I wish I had a river so long I would teach my feet to fly.” (Come vorrei avere a disposizione un fiume su cui pattinare all’infinito. Così lungo da permettermi di insegnare ai miei piedi a volare).

Con questi due pezzi da novanta, la signora del Canyon aveva irrimediabilmente catalizzato la mia attenzione, prendendosi un sostanzioso pezzo del mio cuore.
Poi naturalmente è arrivato tutto il resto: il periodo jazz, quello “pop”, la riscoperta dei primi anni più “folk”, la fase orchestrale… Non mi sono più persa nulla. E non ho ancora finito di scoprirla.

Nell’ultimo periodo mi sono concentrata su un libro (che consiglio) e su Don Juan’s Reckless Daughter (1977), il disco che ha seguito Hejira, una creatura che amo molto (e un po’ gli somiglia).

Devo a Joni Mitchell molto più di quello che riuscirò mai a dire o a scrivere in un semplice post (che, alla fine, racconta più di me che di lei). Le devo la mia prima chitarra e gli esperimenti con le accordature aperte, ma anche una particolare visione della musica, quella vera, con la maiuscola, che non si piega al successo o al passare del tempo. Un po’ come Joni, che è arrivata a 70 anni senza cedere al botox, ai compromessi e a tutto il resto. In questa foto recente ha di nuovo una sigaretta tra le dita, ma questa volta sorride. Tra tutte le strade polverose, sembra proprio aver scelto quella giusta.

“I’ve had a very interesting and a very challenging life. A lot of battles, just disease after disease after — I mean, I shouldn’t be here, you know. But I have a tremendous will to live and a tremendous joie de vivre, alternating with irritability.” (Ho avuto una vita molto interessante e impegnativa. Molte battaglie, malattia dopo malattia – nemmeno mi aspettavo di essere ancora qui. Eppure ho un enorme desiderio e gioia di vivere, a cui alterno irritabilità).

CHICCHE

– Un vecchio filmato, rimasto nascosto per molto tempo, che in occasione di questo compleanno ha finalmente visto la luce.

– La più recente videointervista, dello scorso giugno, direttamente da casa sua.

that’s how much I do lov(e)Lou

Quando ricevi messaggi da amici e parenti per la morte di un artista, significa che sei riuscita a far capire a tutti quanto contasse per te, e un po’ anche che devi aver spaccato ben bene le palle con la tua “ossessione musicale”. Io me la sono sempre cavata egregiamente in entrambe le cose: comunicare le mie passioni e rompere i cabbasisi cercando di evangelizzare gli astanti.

Come ho conosciuto Lou Reed, l’ho già scritto in un post di qualche anno fa e non starò a ripetermi. Come mi ha lasciato la notizia della sua morte, adesso non sono nemmeno in grado di spiegarlo. Quello che so è che dai 14 anni in poi, il mio modo di sentire la musica è radicalmente cambiato, ho un nick e un blog che portano il suo nome, e, nonostante nel frattempo abbia traslocato in ben cinque case, il libro che vedete qui sotto è sempre rimasto sul mio comodino.

And then sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
when the sun rose
and he made to leave
You know, sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
neither one regretted a thing.

Buon viaggio, gran vecchio Lou. Per me resti comunque immortale.

lovlou