just a little green

little green[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:42 circa]

“… and it’s your face I’m looking for on every street…”

Il vicino del piano di sopra, esattamente come ogni giorno che Dio manda in terra, più o meno a quest’ora smette di suonare la chitarra e di borbottare qualcosa alla donna che divide l’appartamento con lui. Non so bene quale sia il rapporto tra loro, ma di certo non è roba facile. Nonostante lui la svegli suonando il pianoforte al mattino e le dia la buonanotte con un arpeggio di chitarra ogni sera, quel che accade in mezzo ha poco a che fare con la musica: si avvicina piuttosto a un rumore di uragano.

Le discussioni che li trovano coinvolti sono agitate e ricorrenti, ma quasi mai superano i cinque minuti: se hanno qualcosa di poco carino da dirsi, di solito lo fanno in fretta e in maniera sbrigativa, anche se con toni per nulla pacati. Poi riprendono le loro faccende esattamente da dove le avevano interrotte.

Dalle voci sembra abbiano più o meno la stessa età, a occhio e croce una sessantina d’anni. Lei spesso chiede attenzioni, infastidita dal tempo che lui dedica ai suoi strumenti musicali. Lui, di contro, ripete ossessivamente l’inciso di quel pezzo che ancora non gli viene come vorrebbe.

Stanno insieme da parecchi anni, lo svela il loro modo di litigare: procede su binari paralleli, battuti migliaia di volte, che portano a stazioni vicine, ma non troppo. Stanno una di fronte all’altra, ma con in mezzo un fiumiciattolo sempre in piena.

Il momento che preferisco è quello in cui ognuno dei due scende dal proprio treno e si ferma nella propria stazione personale. È l’istante immediatamente successivo all’affievolirsi della tempesta.

Allora sento i passi di lui, inconfondibili per peso e “strascicamento”, dirigersi verso un’altra stanza. Mi sembra quasi di vederlo: si avvicina allo stereo, lo accende e fa partire il suo disco preferito (una raccolta dei Dire Straits). Poi si siede in poltrona, chiude gli occhi, ascolta l’assolo di Knopfler e nella sua mente parte una pellicola in super-8.

“… and it’s your face I’m looking for on every street… and it’s your face I’m looking for on every street…”

Hanno quarant’anni di meno e sono vestiti in quel modo un po’ buffo, quello di cui ci si vergogna sempre riguardando vecchie foto. Stanno correndo insieme su un prato immenso, di un verde acceso che con il riflesso del sole fa quasi male agli occhi. La tiene per mano e ridono come due bambini, di un riso sciocco, fragoroso, contagioso. Corrono e corrono a perdifiato. Senza un perché e senza una meta, che non sia quella di buttarsi a terra per rotolare l’uno nelle braccia dell’altra. E lei è bella da mozzare il fiato, lo guarda di nuovo con quell’espressione intensa che lui non ha mai saputo vedere in nessun’altra. Gli stringe la mano e dice soltanto: “Ora però riportami a casa”.

Poi la musica sfuma e lei approfitta del volume basso per chiamarlo: “Vuoi spegnere quella musica, che è pronto in tavola!?!”

Riapre gli occhi e la raggiunge in cucina, ancora col sorriso stampato in faccia: “Che c’è di buono per cena, amore mio?”. Lei lo guarda con aria un po’ perplessa, poi ride e gli mette nel piatto una bella fetta di parmigiana di melanzane.
“È davvero squisita, tesoro! Ora però riportami a casa”.

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