[oggetti smarriti] intervista a Max Gazzè

Max Gazzè negli studi della EMI Music (dal suo twitter)

Oggi ho deciso di inaugurare la rubrichina degli “oggetti smarriti”, diciamo così. Trattasi di miei articoli mai pubblicati, interviste mai uscite o pezzi già belli confezionati, pesantemente sfoltiti. Perché in questo mestiere ogni tanto (ultimamente più spesso) capita, per congiunzioni astrali sfavorevoli o cambi di guardia, di ritrovarsi per le mani tanto materiale inutilizzato. E siccome da piccola mi hanno insegnato che non si butta via niente (non solo quando si tratta del maiale), eccoci qui con il primo della lista: Max Gazzè, uno scarto (mi si perdoni il termine) assai pregiato.

Una premessa. Prima ancora che iniziassi a scrivere, a farlo come mestiere intendo, il buon vecchio Max si era già guadagnato la mia simpatia scegliendo di intitolare una sua celebre hit con il mio nome. Un pezzo dal ritmo accattivante, con un testo, tra il serio il faceto, altrettanto d’effetto. Correva l’anno 1998 e dello stesso album (La favola di Adamo ed Eva) erano diversi i pezzi che mi avevano conquistato (L’amore pensato e Vento d’estate per esempio). L’intervista che state per leggere l’ho fatta quindici anni dopo (l’11 aprile scorso), seduta di fronte a lui negli uffici milanesi della EMI Music.

Con che dischi sei cresciuto?
Dischi degli anni ’70 soprattutto. Mia mamma, tra le altre cose, era anche un’insegnante di danza moderna, per cui avevamo in casa tantissimi vinili di disco music. Upside down di Diana Ross era gettonatissimo. Poi è stata la volta di Genesis, King Crimson e Pink Floyd, i Beatles li ho scoperti più tardi, e avevo una vera e propria fissazione per lo ska inglese (Bad Manners, Specials). Ho cominciato a suonare il basso ascoltando i Police e il reggae di Bob Marley.

A proposito di Police, ho visto scambi divertenti su twitter tra te e Stewart Copeland.
Stewart mi piace perché non è un divo, è un adolescente di 60 anni. Eppure è un artista che ha fatto veramente la storia della musica. Voglio dire, ha fondato i Police e per me è uno dei più grandi batteristi al mondo. Ho avuto occasione di suonare con lui, di passarci parecchio tempo ed è una persona molto divertente. Su twitter (qui lo scambio) io mi sono autodefinito il Larry King del liscio italiano, lui allora mi ha chiesto di insegnargli qualche passo di danza, così gli ho mandato il Ministry of silly walks dei Monty Python.

A che stadio è la tua dipendenza da social network?
Non sono così fanatico devo dire. Twitter ho cominciato a usarlo soltanto da un mesetto. Mi piace perché è immediato, posso scambiare messaggi con Frankie hi-NRG, con Lorenzo (Jovanotti), ma anche con gente che non conosco o che sta dall’altra parte del mondo. Mi diverto a fare video stupidi con Vine: ho creato una sorta di fiction, la storia dello spazzolino stolto.

In questi giorni ha fatto scalpore l’affermazione di Battiato sulle “troie in parlamento”. Qual è il tuo parere in merito?
Mi sembra una polemica un po’ sterile, nata da una forzatura. Anche se mi viene da pensare che probabilmente, stufatosi dell’incarico (assessore al Turismo della Regione Sicilia, n.d.r.), lui abbia cercato un modo rapido per farsi silurare. Quello che ha detto Battiato lo pensiamo tutti, anche se la terminologia che ha usato, certo, non è il massimo in un contesto istituzionale come quello del Parlamento europeo. Io francamente gliel’avrei perdonata, con quello che abbiamo visto e sentito negli ultimi tempi poi. Ci prendono per il culo in tutto il mondo a causa dei comportamenti di certa gente e noi ce la prendiamo con Battiato? Ma vaffanculo! E ti autorizzo a scriverlo.

In E tu vai via (dall’album Sotto casa, n.d.r.) racconti l’epilogo di una storia d’amore. Ci consigli qualche canzone che aiuti a lasciarsi alle spalle una rottura sofferta?
Mi vengono in mente House of cards dei Radiohead e Pet Sematary dei Ramones. (A dirla tutta, qui c’è lo zampino della sua “ghost thinker”, che ha suggerito a Max i suddetti pezzi. Grazie, Giorgia! :D)

Che libro hai sul comodino?
Il Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto. Sto rileggendo la prima parte, il Pimandro, ed è bellissimo addormentarsi con quel tipo di riflessioni filosofiche in testa.

So che sei appassionato di tennis. Hai presente la scena iniziale di Match Point di Woody Allen e il monologo d’apertura: “Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita.”? Tu come la vedi? Nella tua carriera ha contato più il talento o la fortuna?
La vocazione sicuramente per me è stata il primo passo. Il talento poi è un invito a coltivare questa vocazione. La mia fortuna invece è stata saper cogliere, anche creare, le occasioni e renderle propositive. Sono convinto che ognuno di noi abbia il potere di costruirsi un po’ di fortuna: molto di quello che accade intorno a noi è proiezione delle nostre scelte, consapevoli e inconsce.

Ne I tuoi maledettissimi impegni dici che “cantare le canzoni oggi non basta più”. La musica può ancora cambiare le cose? Ha il dovere di essere “impegnata”?
In questi anni di politica piuttosto traballante, sono convinto che l’arte in generale debba essere più che altro qualcosa che accomuna gli esseri umani. Se vado a mangiare in un ristorante, non chiedo al cuoco se è di sinistra o di destra, né lui prepara i piatti in base al mio orientamento politico. Allo stesso modo, quando io faccio musica, suono per chiunque ascolta e si emoziona. Vedersi a un concerto può favorire l’aggregazione e generare energie forti e positive. In questo senso la musica può fare, ma non deve essere svilita da una selezione politica.

­A Sanremo ti abbiamo visto con frak, unghie smaltate, lenti a contatto colorate. Che ruolo ha il look nella tua musica?
In certi contesti è una maschera teatrale che mi permette di interpretare un ruolo. Nei concerti poi non è che vado a suonare vestito di piume. Però c’è un limite alla decenza: non salirò mai sul palco con il maglioncino a rombi. Anche se sarebbe fantastico! 😀

Il tuo rapporto con il grande schermo?
Il cinema mi piace molto, soprattutto quando è fantasia, immaginazione, fiction. Amo molto quello di Jim Jarmusch e di Terry Gilliam, che considero il Fellini inglese. Parnassus, La leggenda del re pescatore, Brazil sono film straordinari.

Cosa “gira” nel tuo iPod in questi giorni?
A dire il vero mi tocca ascoltare Katy Perry e Rihanna con i miei figli…

Dì la verità, non hai mai cercato di imporre in casa la musica che piace a te?
Ma figurati! Sono loro che impongono a me cose atroci, mentre io, disperato, chiedo di abbassare il volume.

Abbassare il volume?!? Detto da un papà musicista non è credibile, dai…
No, davvero, guarda. Quando torno a casa dopo aver suonato per giorni e giorni, le mie orecchie sono stanche morte e ho bisogno di un po’ di silenzio.

Come sta la musica oggi in Italia?
Malissimo. Ma forse è sempre stato così qui da noi. Del resto siamo un paese arretrato in quanto a cultura musicale. All’estero fare musica è un mestiere, qui se dici che sei un musicista ti rispondono “sì, ma di lavoro che fai?”. Non è considerata un elemento culturale in grado di muovere il mondo. In Inghilterra la musica ha generato i fermenti culturali più grossi della storia: penso ai punk, ai mod, ai rocker. Noi avevamo Nilla Pizzi, con tutto il rispetto. Qui da noi tutto passa per la televisione: si va a sentire un artista non per curiosità, ma perché lo si è visto in tv, magari in un talent show. A Londra invece, girando per i locali con il mio basso, mi è capitato anche di suonare con Robben Ford.
Poi, se ci pensi, nel cinema da sempre premiano truccatori, sceneggiatori, macchinisti, costumisti… Perché non esiste qualcosa di simile per la musica? Bisognerebbe dare dei riconoscimenti anche a chi lavora in questo settore, che facciano capire alla gente cosa c’è dietro un disco e come si fa una canzone.

Cosa farà Max Gazzè da grande?
Voglio tornare a fare sculture con il Das. Mi sporcavo le mani, mi faceva sentire artista. Grandissime soddisfazioni. Poi tenterò di fare il Tom Waits dei film di Terry Gilliam.

Max da piccolo (courtesy of Max Gazzè)

In questa foto Max ha circa cinque/sei anni e si è appena rotto un dentino. «Mi trovavo a Roma, nel parco di villa Doria Pamphilj. Ero talmente attratto dall’altalena che mi ci sono buttato contro, incurante del bambino che già ci stava sopra e mi sono beccato un bel calcione sull’incisivo. Nel pomeriggio però il topolino mi ha portato il regalo.»

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