il Washington Post inchioda “il mostro” Woody Allen. #scoop

Tocca svegliarsi il giorno della Befana e invece del cioccolato mangiare carbone amaro leggendo uno degli articoli più tendenziosi di sempre: quello del Washington Post su Woody Allen. Naturalmente lo hanno ripreso tutti i principali quotidiani nostrani, ma nessun giornalista si è preso la briga di darne un’analisi un minimo critica.

Quanto a me, di solito non amo fare pubblicità a certa robaccia, ma siccome si sta scatenando il putiferio (“finalmente smascherato il porco!” è il tenore dei commenti su twitter), ritengo che l’articolo vada letto – in originale e per intero – per capire con quanta minuzia questo signor Richard Morgan, autore del pezzo, si sia impegnato a orchestrare un falso scoop – guarda caso proprio in epoca post Weinstein – in grado di attirare l’attenzione su di lui e di fruttare al Washington Post un’esagerata dose di click.

L’unica spiegazione che riesco a darmi di questo colossale misunderstanding è che i più si siano fermati al titolo (forse al primo paragrafo i più temerari), altrimenti si sarebbero resi conto di come Morgan presenti quelle che sono palesi battute come le confessioni di un pervertito al suo psicanalista.

“Occasionally I was forced to make love to her to get a decent performance. I did what I had to but in a businesslike way.”

Vi ricordate di chi stiamo parlando, vero? Di Woody Allen. Uno che ha fatto della battuta e della comicità la sua cifra stilistica. Davvero pensiamo di poter prendere sul serio affermazioni come queste?

“I pulled a contract out of my pocket and we both signed, but not until I told her about the sexual obligation that was a part of the job of any actress who worked with me.”

Beh, certo, perché il mostro Allen, non solo le ha scritte nei suoi appunti, ma ha anche consegnato personalmente questi ultimi all’università di Princeton nel 1980, sperando inconsciamente che prima o poi qualche illuminato decidesse di leggerli e lo salvasse dai suoi demoni. Ha dovuto aspettare quasi quarant’anni, poveretto, ma finalmente, grazie a Richard Morgan, potrà trovare la sua redenzione… Una perfetta sceneggiatura per uno dei suoi film, non trovate?

Morgan comunque ha davvero la faccia come il “chiurlo”. Prima, dall’alto della sua penna, definisce il lavoro di Allen “flatly boorish” (piattamente rozzo), poi, sicuro del fatto che nessuno oggigiorno clicchi più sui link negli articoli, rigira a suo piacimento anche le dichiarazioni che Mariel Hemingway fa a proposito di Manhattan in una vecchia intervista video. Scrive il “giornalista”: “She ran over to cinematographer Gordon Willis and cried, ‘I don’t have to do that again, do I?'”. Io che sono pignola e pure rompiscatole però il video l’ho guardato tutto. Per favore, fatelo anche voi.

Innanzitutto la Hemingway non parla in alcun modo di lacrime (licenza poetica?), poi a me sembra tutt’altro che traumatizzata, anche se ricorda l’esperienza del bacio (il suo primo?) come parecchio surreale. Dice che era talmente nervosa che faceva le prove baciandosi il braccio allo specchio. Lo dice ridendo, controllate pure. Alla fine poi chiude l’intervista con “I mean, it was very funny”. Non credo che la vittima di una violenza, seppure a distanza di anni, troverebbe in essa anche solo un pizzico di divertimento.

Infine una delle cose che Morgan ripete più spesso nel pezzo è che “tizia” non ha voluto commentare l’articolo e “caio” nemmeno. E lo scrive tutto fiero, come fosse la prova schiacciante da aggiungere alla sua arringa finale nel processo contro Woody Allen. La verità è che tutti quelli chiamati in causa secondo me non avevano tempo da perdere. Soltanto io potevo aver voglia di perdere un’ora della mia giornata per scrivere questo post. Del resto le calze le ho già consegnate tutte stanotte, ora posso tornare a dormire.

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