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Roxette: quello che la scomparsa di Marie Fredriksson mi ha ricordato

Mentre scrivo, riascoltando Per Gessle e Marie Fredriksson, aka i Roxette. sto facendo un’immersione nel mare magnum dei miei quattordici anni. L’occasione non è delle più felici: è di qualche ora fa la notizia della scomparsa di Marie. Aveva 61 anni e il fatto che avesse 61 anni (di già?!?!), mi ha scioccato quasi quanto la sua morte. I loro cd, così come le loro facce, per la sottoscritta, sono rimasti cristallizzati in un non ben precisato luogo americansvedesmilanés e in un tempo che va dalla fine degli anni ’80 alla metà dei ’90. Da Have a Nice Day in poi, ammetto di averli un po’ persi di vista. Facendo due calcoli, mi rendo conto di aver smesso di ascoltarli più o meno con l’avvento della maggiore età (la mia, loro all’epoca stavano per entrare negli anta). Non mi dilungherò in dettagli ininfluenti su come i miei gusti musicali siano cambiati nel tempo – anche se potrei farlo, dato che sono sul mio blog – e nemmeno voglio insinuare che i Roxette non abbiano, per tanti altri, superato gli esami di maturità. Per quanto mi riguarda, le loro ballatone infallibili sono finite con Vulnerable.


Una potente macchina pop
Certo è che, man mano che nelle cuffie scorrono tutte le tracce di Look Sharp!, Joyride e Crash! Boom! Bang! (ai due piacevano parecchio i titoli esclamativi), non posso fare a meno di ricordare quanto questo duo pop fosse efficace. E avesse raggiunto un livello di popolarità che non può non far pensare a un altro caso tutto svedese, non l’Ikea, ma gli Abba. Per e Marie hanno infilato, una dopo l’altra, una sfilza di hit, roba per cui i discografici oggi darebbero braccia e gambe, in blocco: The Look, Dressed for Success, Listen to Your Heart, Joyride, Spending My Time, Sleeping in My Car… E sono davvero rarissimi i brani che oggi skipperemmo su Spotify dopo pochi secondi.


A un certo punto sono spariti
Erano altri tempi, senza dubbio, quando tutte le radio passavano la loro musica e in tantissimi compravano i loro dischi. Principalmente erano tempi in cui i dischi ancora si vendevano. E i Roxette vendevano parecchio bene: 10 milioni di copie con Look Sharp! (1988), 11 milioni con Joyride (1991) e 5 milioni con Crash! Boom! Bang! (1994). Da lì in poi il calo è stato inesorabile: dai 2 milioni di Have a Nice Day (1999), fino alle 500mila copie di Charm School (2011). C’è da dire che l’anno di pubblicazione di Have a Nice Day coincide anche con la nascita di Napster (per i più giovani, il primo sistema di condivisione file peer-to-peer) e il compulsivo scambio di mp3, all’epoca ha dato un primo sonoro scrollone alla salute del compact disc. Nel 2016 poi, a trent’anni dal loro debutto, Per e Marie (quest’ultima dopo aver affrontato una lunga malattia) tornano con Good Karma, ma la sensazione, ascoltandolo oggi, è che la loro identità si sia un po’ persa nel tentativo di sperimentare nuove sonorità. E il risultato sembra più un informe contenitore di marchi di fabbrica altrui (Pet Shop Boys in Some Other Summer e You Can’t Do This to Me Anymore, Madonna in Why Dontcha?, Depeche Mode in This One…).


L’omaggio ai Beatles e al pop
Nel 1996 esce come singolo June Afternoon, che, insieme a Wish I Could Fly (1999), rimane probabilmente uno dei loro ultimi colpi di coda melodici. La canzone, che parte su un giro di chitarra alla Wild Thing (Troggs), è colma di riferimenti beatlesiani, ma contiene anche la frase forse più calzante per descrivere l’essenza del duo Roxette: “Put on a cassette, we can pretend that you’re a star. ‘Cause life’s so very simple, just like la-la-la.” La vita, ma anche la musica che resta in testa.

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