elogio delle porte chiuse


Dietro ogni porta chiusa si nascondono misteri, parole non dette, sensazioni non condivise. E fin qui potrebbe anche sembrare un concetto negativo. Ma non lo è. Almeno non quando si tratta di una libera scelta. Quando non sono le persone, le situazioni o il nostro stesso inconscio a imporcelo.

Quando sei tu a decidere che quelle porte vanno lasciate chiuse è perché dietro ci sono cose che vanno protette, salvate da fiumi di parole inutili e da vivisezioni impietose. Emozioni sospese che non vuoi tocchino terra. Mai. Tanto sai perfettamente che non esistono scarpette abbastanza grandi da calzar loro a pennello. E vederle strette in décolleté fuori misura sarebbe una scena a dir poco penosa.

Siamo proprio sicuri che un finale debba necessariamente spiegare il film? Che il testo di una canzone vada sempre compreso in toto? Che una poesia presupponga necessariamente una parafrasi? A scuola le odiavo, le parafrasi. Montale e Baudelaire rivoltati come calzini, colmati di significati, ma così crudelmente depredati di poesia. E quanto mi piaceva ascoltare i primi dischi di Tori Amos, pieni di enigmi e metafore incomprensibili.

Tanto, mettiamoci il cuore in pace: ci sono cose che colpiscono a prescindere, arrivando comunque dove devono. E lo fanno proprio mentre noi siamo lì che ci affanniamo a interpretarle. Si sono già insinuate sotto pelle.

Abbiamo davvero bisogno di vivere in open space di sentimenti? Oppure è meglio tirar su qualche muro in questi loft di interpretazioni facili? E provare a spalancare occhi, orecchie e anima, soprattutto di fronte a quello che resta sospeso?

ON AIR: André Dziezuk
IL FILM SOSPESO DA VEDERE: Une Liaison Pornographique

french lieutenant’s whore

I gave myself to him. I did it so that I should never be the same again. So that I should be seen for the outcast I am!

I knew it was ordained that I should never marry an equal, so I married shame. It is my shame that has kept me alive. My knowing that I am truly not like other women. I shall never, like them, have children and a husband and the pleasures of a home.

Sometimes I pity them. I have a freedom they cannot understand. No insult, no blame, can touch me. I have set myself beyond the pale. I am nothing. I am hardly human anymore. I am the French lieutenant’s whore!

Un signore di nome Dennis Hopper (Farewell, easy rider!)

Dennis Hopper & me
Non ricordo la data: ogni volta che ci sono di mezzo numeri, il mio cervello si rifiuta di memorizzare. Ricordo però, come fosse oggi, il mix di emozioni di quella giornata.

E’ una delle mie primissime interviste per GQ, nonché la realizzazione di un piccolo grande sogno. Ho appuntamento con Cibra (la collega) davanti al Principe di Savoia. Dobbiamo incontrare, in un colpo solo, Jeremy Irons, Laurence Fishburne e Dennis Hopper. Li accomuna, a quanto pare, la passione per le moto. L’intervista infatti è stata organizzata da BMW.

Vado matta per Irons. Ho tenuto per anni una sua foto sul comodino. Colpa dei ruoli, “discretamente” malati, da guastatore, impulsivo e passionale, che lo hanno reso il sogno proibito perfetto per una ragazzina. Fishburne è Neo Morpheus (grazie a Violetta per la correzione) di Matrix, ma i palestrati non sono mai stati il mio genere. Hopper invece è un pilastro, anche se, stupidamente, la scena della sua carriera che mi è rimasta più impressa è quella in cui dà a Bob Dylan dell'”artista del cazzo”. Eh eh eh.

Sono felice e agitata come una bambina. Entro nella hall con videocamera e microfono e ho un sorriso stampato in faccia che Doris Day mi fa una pippa. Dopo una mezz’ora arriva il trio. Irons è in tuta intera e occhiali scuri. Fascinosissimo. Manca poco e svengo. Fishburne dal vivo è ancora più massiccio. Meglio non farlo incazzare.

Poi c’è Hopper, che si porta dietro la classe e la consapevolezza di chi ha visto il mondo, ha vissuto la vita intensamente e ne è uscito indenne e fortificato. Tiene tra le dita un sigaro e ha uno sguardo espressivo e lievemente malinconico. Lo scorgo appena attraverso le lenti fumé dei suoi occhiali. Sono di fronte a un pezzo di storia. Me ne rendo perfettamente conto e mi sento tremendamente piccola e fuori posto.

Le interviste volano e io sono talmente frastornata che con Jeremy Irons dimentico persino di accendere il microfono… Non ricordo quasi nulla delle loro risposte adesso. Solo espressioni, sguardi, gesti e i miei battiti accelerati. Mi restano un paio di scatti, in cui ho la faccia di chi ha appena visto la Madonna. Quello di cui vado più fiera però lo vedete qui sopra. Abbraccio un easy rider, che su strade polverose e poco battute sembra averci passato l’esistenza e che quel giorno si è comportato da vero signore con una novellina.

Keep on riding, Mr. Hopper!

Casini vuol far le scarpe a Méliès

Torno a casa e mi metto a scartare, tutta felice, il mio acquisto di oggi: un cofanetto, ben 5 dvd!, con tutti i cortometraggi di Georges Méliès. In realtà, conservo ancora gelosamente una videocassetta coi suoi corti, comprata anni fa per l’esame di Storia e critica del cinema (con la Dagrada). Averli tutti, e in digitale, però fa un altro effetto.

Che i dischi sono 5 lo dice proprio la fascetta. Allora perché apro e ne trovo soltanto 4? E soprattutto: perché c’è un quinto vano vuoto? Me lo spiega sempre la fascetta interna (quella non visibile, guarda caso, al momento dell’acquisto). “Per ricevere gratuitamente il quinto disco, registrati su www.casinieditore.com e inserisci il codice riportato sulla scheda dentro il cofanetto”. E già mi girano le balle.

Mettiamo il caso più assurdo: il cofanetto l’ha comprato mia nonna. Ha già ampiamente superato gli 80 e di Internet non ne sa nulla. Non ha pc, né connessione, ma il cinema le piace. Perché, dopo aver pagato per 5 dvd, deve trovarsi costretta a fare una registrazione su un sito (nemmeno saprebbe da dove cominciare) per averli davvero tutti?

Vado sul sito di Casini… e mi girano ancor più le balle. Per registrarmi, oltre a nome-cognome-indirizzo, vogliono anche il mio codice fiscale.

Ora, signor Casini, è vero che magie e giochi di prestigio fanno parte dell’universo di Méliès, ma francamente (non se la prenda, eh…) preferisco farmi illudere da lui sullo schermo che farmi prendere per i fondelli da lei nella realtà.

Postilla del 26 marzo:
Per evitare la registrazione, si può mandare una mail a segreteria@morriscasini.com. Basta ci siano i dati per la spedizione e il codice contenuto nel cofanetto. Peccato che questa cosa venga comunicata solo in seguito a una telefonata…

Postilla del 5 maggio:
Mica male, dopo 5 telefonate, 2 spedizioni andate male e quasi 2 mesi di attesa, oggi (finalmente!) ho ricevuto il mio quinto dvd. E’ stato un parto…

Capodanno 2009 (Strange Days)

Nel film (Strange Days) si celebrava il Capodanno dell’anno 2000. Juliette Lewis, sensuale e grintosa, cantava un bellissimo pezzo di PJ Harvey (Hardly Wait). Il 2000 ormai l’abbiamo passato da un po’ e in Strange Days le cose non andavano proprio tanto lisce.

Ciò nonostante auguro a tutti un inizio d’anno carico di buona musica e emozioni forti. Le vie di mezzo non ci piacciono. Che il 2009 sia un anno vissuto intensamente.


 

Disillusioni e certezze musicali

L’Amica (coetanea) si lascia alle spalle un “simpatico” 28enne, dopo aver pronunciato le ultime parole famose: “Non mi fregano più sti ragazzetti. Giuro!”. Salvo poi cascare come una pera cotta davanti alle avanches del 25enne spuntato fuori dal corso di ballo.

Il coinquilino si affaccia alla soglia della mia camera da letto solo per dirmi che non gli è piaciuto per niente l’ultimo pezzo di Lou Reed e che poi nemmeno Berlin, l’album, lo ha mai convinto davvero.

La collega si lascia e si riprende col moroso ai ritmi intermittenti delle luci stroboscopiche. Roba che non riesco più a starle dietro. Manca solo la palla anni 80 e poi mi sento in discoteca.

Scopro ora che le “parole musicali” più cercate su Google dall’Italia sono “tokio hotel”, “tiziano ferro”, “max pezzali” e “laura pausini”. Se salta fuori anche “gli amici di maria de filippi”, giuro che chiedo l’espatrio.

Disillusioni. Certezze che si sgretolano. Come Woody Allen in Manhattan, sdraiata sul divano, registratore alla mano, in un marasma caotico e totalmente instabile, elenco a voce alta i miei punti fermi (musicali almeno).

Mr. Bob Dylan, anche se tutti si lamentano che nei concerti rende sempre più irriconoscibili le sue canzoni. Fa lo stronzetto, ok. Ma, diamine!, lui almeno se lo può permettere. Ha scritto Blonde on Blonde. C’è gente che si permette d’essere stronza per molto meno.

Boxer (The National), l’album migliore dello scorso anno. Lo sto riascoltando stasera e suona ancora dannatamente bene.

The Velvet Underground & Nico e la banana fluo di Andy Warhol. Che dice tutto e ci sta come cacio sui maccheroni. Un disco che non mi stancherò mai di “sbucciare”.

La Rapsodia in blu di Gershwin (tornando ad Allen) mescolata alle immagini in bianco e nero di Manhattan. Amo quella sequenza d’apertura.

Il pianoforte, strumento esaustivo e incredibilmente completo. Io ci ho provato, ma alla mia età mi sa che è troppo tardi per imparare a suonarlo come si deve. Avrei bisogno di un po’ più di costanza e tempo libero.

La chitarra. Forse non sarà all’altezza di un Bösendorfer, ma Foxy Lady al pianoforte non sarebbe stata la stessa.

E per finire mia madre, che da un anno a questa parte ha imparato a usare Messenger. Col discorso musica e disillusioni lei c’entra poco, ma questo non le ha impedito di “disturbarmi” con trilli e messaggini mentre scrivevo questo post.

Once (in viaggio)

22 maggio 2008, ore 12.48

Ok, non sono in una sala cinematografica, ma su un Eurostar, in viaggio verso la capitale per una trasferta lavorativa. Niente Dolby Surround. Soltanto un paio di auricolari, nemmeno dei più raffinati. Spesso l’audio della pellicola si è mischiato al chiacchiericcio degli altri passeggeri, a insistenti squilli di telefonini e allo sferragliare del treno sui binari. Sicuramente la condizione non ottimale per guardare un film. Mettiamoci anche qualche parola strascicata, in un inglese non sempre facile da capire. Eppure Once di John Carney mi ha tenuto incollata allo schermo del portatile, dall’inizio alla fine. Mi ha coinvolto e commoso. Ho appena finito di vederlo, il treno è fermo a Bologna e ho già voglia di tornare a casa e imbracciare la chitarra.La storia è in realtà un album musicale, che si compone man mano. Musiche che nascono e si trasformano in fotogrammi. Una ragazza russa, i capelli biondi, lo sguardo luminoso e malinconico. Un ragazzo squattrinato, che suona la chitarra per le strade di Dublino, per curarsi le ferite e scappare da una storia finita male. Li lega la musica. Folk caldo, scarno. Essenziale. Note di chitarra e pianoforte. Li legano il cuore e le ferite.

Guardatelo! Per la musica soprattutto. Semplice, intimista, perfetta per questa pellicola che accarezza lungo il viaggio. E che mi porterò fino a Roma. E non solo.

Musiche da film

Molti degli artisti che amo di più, li ho conosciuti proprio grazie al grande schermo. Per quanto mi riguarda, la correlazione tra musica e pellicola è sempre stata molto forte e utile. Soprattutto da bimbetta, quando i passaparola tra amici non andavano molto al di là di Spandau Ballet e New Kids on the Block, scoprire nuovi pezzi nei film era una piacevolissima consuetudine. Rimanevo folgorata da alcune scene e correvo nel mio negozio di dischi di fiducia a chiedere informazioni sul brano protagonista.

Ecco come ho conosciuto Van Morrison. Il film era A letto con il nemico. La canzone Brown Eyed Girl. La scena era un vero e proprio videoclip.

Successivamente persi letteralmente la testa per Into the Mystic (sempre di Van Morrison). Glenn Close e Mary Stuart Masterson la ballavano in Legami di famiglia.

La psichedelica Child in Time dei Deep Purple invece era in Denti di Gabriele Salvatores.

Chicca finale (della serie: chi l’avrebbe mai detto), Satie l’ho scoperto grazie a Carlo Verdone (Al lupo al lupo).

Cosa resta (dylaniane visioni)

Cosa resta di I’m not there (Todd Haynes)? Quest’immagine, sopra tutte, impressa nella mente. Bianco e nero tra Méliès e Tim Burton.

Una pellicola surreale, emozionante, visionaria, intricata, densa e geniale, che lascia appesi tra cielo e terra come palloncini.

(qualche spiegazione qui)

“… The guilty undertaker sighs,
The lonesome organ grinder cries,
The silver saxophones say I should refuse you.
The cracked bells and washed-out horns
Blow into my face with scorn,
But it’s not that way,
I wasn’t born to lose you…”