(un)Faithfull: le confidenze troppo poco intime di Marianne

– “Cosa pensi del fatto che stiamo facendo un film su di te?”
– “Non mi piace affatto, ma sarò sincera.”

Si apre con questo scambio tra la regista (e attrice) Sandrine Bonnaire e Marianne Faithfull il documentario che ha per titolo il cognome di quest’ultima. A dire il vero apre con lei che recita il primo canto dell’Inferno dantesco, ma questo primo dialogo tra le due ci dice molto della direzione che prenderà la pellicola.

Seduta su una sedia, sul sedile di un’automobile o in una poltrona accanto a un caminetto, Marianne potrebbe essere Anna di Confidenze troppo intime (Patrice Leconte, 2004), il film in cui la Bonnaire recita la parte di una donna che prende appuntamento con uno psicanalista, ma poi sbaglia porta e si ritrova a raccontare la sua vita privata a un consulente finanziario. La Faithfull qui racconta la sua a una regista (la Bonnaire appunto), ma lo fa con una certa riluttanza.

“È dura parlare del passato e non voglio farlo. È passato ormai.”

Nel mezzo scorrono filmati in bianco e nero e scatti degli anni Sessanta/Settanta, estratti di live più recenti e vecchie registrazioni in cui la sua voce e il suo modo di cantare erano indubbiamente diversi. “Non voglio rinnegare i miei primi lavori”, commenta, “vado molto fiera anche di quelli.” E qui vorremmo sentirle spiegare un po’ la Marianne di quel periodo, ma niente, si passa oltre.

Seguono i racconti dell’esordio. Aveva soltanto 17 anni, Andrew Loog Oldham le diede da incidere As Tears Go By e le presentò Keith Richards e Mick Jagger. Di quando più avanti con loro scrisse Sister Morphine, che fu, a suo dire, la prima vera lezione musicale.

Naturalmente non mancano i riferimenti alla relazione con Jagger (per il quale confessa di aver messo completamente da parte la sua carriera) e al figlio che aspettavano, ma hanno perso. “Per Mick è stato uno shock. Voleva tanto un figlio”. Poi però la butta sul ridere: “Direi che oggi sappiamo tutti che i figli gli piacciono molto” (il cantante al momento ne ha 8). Dice di averlo lasciato poco prima che fosse lui a farlo e di essersi trasferita da sua madre per superare il momento particolarmente difficile (altro discorso che però non approfondisce).

Racconta anche di come la lettura de Il pasto nudo di Burroughs le cambiò la vita, ma non in meglio. “Lo presi un po’ troppo alla lettera: decisi che sarei diventata una drogata e avrei vissuto per strada. Diversi anni dopo incontrai Borroughs e gli dissi: ‘Lo vedi cosa mi hai fatto?’ E lui: ‘Non l’avevo mica scritto per te. E comunque è finzione.”
Un periodo da homeless e l’unica cosa di cui noi spettatori veniamo a conoscenza è che non fu mai costretta a prostituirsi.

Faithfull vorrebbe essere fedele a Marianne. Alla persona, più che all’artista, alla donna, più che alla sua musica. Ma non ci riesce.

“Potrei dire di aver recitato tutta la vita, ma ora sono stufa. Amo i miei fan, ma non voglio più vivere per loro. Non più.”

Effettivamente non sembra una pellicola recitata, con contenuti concordati a tavolino, ma in alcuni momenti si ha la netta impressione che sia davvero un po’ troppo improvvisata. Non decolla. La Bonnaire non va mai davvero a fondo. La protagonista non le permette di entrare e lei si accontenta di fermarsi sulla soglia.

C’è poesia in Faithfull, sta nei primissimi piani del volto di Marianne, nei sorrisi bambini, negli occhi ancora lucenti, ma non trova mai forma nei dialoghi con la regista, che rimangono il più delle volte sospesi e, in quanto a capacità rivelatoria, fanno soltanto rimpiangere la sua musica. Persino l’amore, quello per cui in passato ha sacrificato anche se stessa, qui viene fuori come un accrocchio di luoghi comuni: “Il punto è l’amore, il vero amore”.

Soltanto sul finale, quando ormai ci si era dati per vinti, arriva una piccola scintilla. Marianne racconta la genesi di There’s no moon in Paris (una delle canzoni che faranno parte del nuovo album) e lo fa mentre in sottofondo Ed Harcourt suona e canta una versione demo del pezzo.

“L’ho scritta a Natale. Ero completamente sola, lontano dalla mia famiglia e Parigi mi è sembrata così triste.”

Per un attimo Marianne, da dentro casa, sembra tenderci la mano, ma è un vero peccato che lo faccia proprio ora che la porta sta per chiudersi sui titoli di coda.

Cose che sono rimaste

Love More Or Less (da Give My Love To London, 2014). Una struggente ballata arpeggiata a cui non avevo mai dato l’attenzione che meritava. (vale la pena riprendere l’intero album che porta le firme, tra gli altri, di Steve Earle, Roger Waters, Nick Cave e Leonard Cohen)

Il modo in cui descrive quella volta che con Jagger e gli altri fu arrestata nella tenuta che Richards aveva comprato nel Sussex: “Doveva essere un tranquillo weekend di acidi con i miei amici, quando arrivarono 24 poliziotti a rovinare tutto.”

Le mie citazioni preferite

– “Cos’hai imparato dal matrimonio?” – “Che non fa per me.”

“La vita mi ha travolto con una tale rapidità che ho avuto appena il tempo di fare un figlio.”

“Se non avessi lasciato Mick sarei morta. Era troppo per me, non potevo farcela.”

“Non sono una vittima, non sono una ragazzina stupida. Sono Marianne Faithfull.”

“Sono cambiata. Ecco perché non sono più una ribelle. Mi sono arresa.”

il cinema e le bugie su Joni Mitchell

Era un po’ che volevo farlo. Ne sentivo tremendamente il bisogno. “Fare cosa?”, vi starete chiedendo. Raccogliere le scene dei film in cui viene citata Joni Mitchell e raccontare gli stereotipi legati alla sua musica.

Lo so, molti di voi probabilmente non sanno nemmeno chi sia Joni Mitchell (mi riferisco a quelli che hanno avuto poco a che fare con la sottoscritta, dato che gli altri sono stati prontamente evangelizzati) (beh, che aspettate? googlatela immediatamente!), ma sono quasi certa che tutti abbiate visto almeno uno dei film che sto per citare qui sotto. Ecco perché non posso permettere che viviate nella menzogna. Schiavi di sceneggiature tendenziose e colme di fake news. Questo è un post per farvi aprire gli occhi.

“Sieeeeti caaaldi?” Ok, let’s start!

1. Joni Mitchell è complicata

“Io non potrei mai stare con qualcuno a cui piaccia Joni Mitchell. ‘Son nuvole false, se non sbaglio. Io le nuvole non le conosco.’ Cosa vuol dire? È un pilota, per caso? Dev’essere una metafora, ma non so cosa voglia dire.”

Lo dice Tom Hanks in You’ve Got Mail (concedetemi di lasciare soltanto il titolo originale. tanto ci siamo capiti. la traduzione si è troppo defilippizzata per i miei gusti), mentre una Meg Ryan piuttosto basita, che più volte fa riferimento alle canzoni di Joni nel film (qui, per esempio, cita River), sembra pensare “questo è proprio un cretino presuntuoso”.

Troppe metafore, signora Mitchell. Perché servirsi di tutti quei sottotesti, quando si potrebbe parlare forte, chiaro e a tutti indistintamente?
A Pascoli e a Montale avreste detto la stessa cosa forse? Ah, no? Sessisti!

2. Joni Mitchell è triste

Il film in questione è Love Actually (L’amore davvero). Marito (Alan Rickman) e moglie (Emma Thompson) stanno scartando i regali di Natale assieme ai figli. Premessa: in una scena precedente a questa, tra i due c’è già stato lo scambio verbale che segue: “Cos’è che stiamo ascoltando?”, chiede lui. “Joni Mitchell.” “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” “La amo… e il vero amore dura tutta la vita. Joni Mitchell è la donna che ha insegnato alla tua gelida moglie inglese cos’è un’emozione.” “Davvero? Ah… bene, un giorno o l’altro le scriverò per ringraziarla.” (fa anche lo spiritoso…). Già la povera Joni non partiva proprio benissimo. “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” suona come “dai, è musica da ragazzine. Sei una donna adesso.”

Ma torniamo ai regali di Natale. Emma scarta il dono che le ha fatto il marito e cosa trova nel pacchetto? Both Sides Now, disco orchestrale di Joni del 2000. A quel punto si allontana, fa partire il cd in camera da letto e si ritrova in lacrime (la canzone incriminata, quella che dà il titolo al cd, peraltro è la stessa delle nuvole che infastidivano Tom Hanks). Le canzoni di Joni Mitchell sono tristi. Joni Mitchell vi farà piangere. Eh, no! La verità è che Emma si aspettava un gioiello che invece è finito al collo di un’altra donna, l’amante del marito. Quindi, mettetevi il cuore in pace, avrebbe pianto comunque. Anche su un pezzo di Elio E Le Storie Tese, per dire.

3. Se sei un uomo e ti piace Joni Mitchell, sei gay

Agli uomini, quelli alfa dominanti, Joni Mitchell non può piacere. Lo sostiene senza troppi giri di parole la pellicola The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene). Anche se, come abbiamo visto nei filmati precedenti, si tratta di una teoria gettonatissima.

Ma vediamo che succede in questo film. Annette Bening trova Blue tra i vinili di Mark Ruffalo, padre biologico dei suoi figli, e se ne compiace (lei e Julianne Moore interpretano una coppia lesbo che è ricorsa appunto a un donatore per procreare). A dire il vero, Annette rimane piuttosto sorpresa, dato che, come dice, “è difficile trovare ragazzi etero a cui piaccia Joni Mitchell”. L’emozione di aver figliato con un animale raro è talmente grande, che si mette subito a cantare dalla gioia. Intona All I Want, il pezzo che apre proprio quel disco del 1971. E Julianne Moore, pur essendo lesbica, per l’entusiasmo ci va a letto (con l’animale in via di estinzione). Morale: alla stragrande maggioranza dei “veri uomini” Joni Mitchell non piace, anche se quei tre gatti che invece l’apprezzano potranno trasformare l’acqua in vino e moltiplicare pani e pesci. E ho detto tutto.

Decisamente, mi sento autorizzata ad affermarlo, tra Joni Mitchell e il grande schermo non è mai corso buon sangue.

Tori Amos, l’intervista (quasi) inedita

Tori American Doll Posse

La mattina del 12 aprile 2007, in una suite del Principe di Savoia (a Milano), mi ritrovo faccia a faccia con Tori Amos. Parte di quella chiacchierata esce poi sul numero di maggio di GQ. Il grosso però, come spesso accade, rimane in una registrazione che conservo gelosamente. Dato che ormai l’intervista è ampiamente caduta in prescrizione (e soprattutto devo togliere un po’ di polvere da questo blog), direi che è giunto il momento di riproporla in versione integrale.

Prima di partire in quarta però, vediamo di inquadrare un po’ meglio quel preciso momento storico. Al cinema, qui da noi, è un periodo di gran bei film: Le vite degli altri, Io non sono qui, La promessa dell’assassino, per citare i miei preferiti. La musica è donna: Patti Smith sta per pubblicare un disco di cover (Twelve) e Charlotte Gainsbourg, vent’anni dopo il suo debutto discografico, ha deciso di riprovarci con 5:55, facendo parlare parecchio di sé questa volta. Sul fronte editoriale invece è l’inizio della fine: in libreria stanno facendo il botto Fabio Volo e Federio Moccia. Ma torniamo a Tori. È in giro per presentare il suo nuovo album, American Doll Posse. Ne è passata di acqua sotto i ponti da Little Earthquakes (1992), Under The Pink (1994) e Boys For Pele (1996), il trittico che l’ha consacrata alla storia come talentuosa cantautrice, nonché sexy divinità del pianoforte e nel frattempo è diventata anche mamma (una bimba che – all’epoca dell’intervista – ha sei anni). Per concludere, se American Doll Posse fosse stato un libro, visto il panorama generale, avrebbe fatto un figurone. Se fosse stato un film, beh, le avrebbe prese. Siccome è un disco, io lo collocherei nel girone dei #benemanonbenissimo (anche detti #sipuòdaredipiù). [da estimatrice della rossa, ritengo abbia fatto di meglio. forse però questo è stato anche il disco dei suoi ultimi picchi creativi. da lì in poi francamente io e lei ci siamo un po’ perse di vista. senza rancore s’intende]

Ora passiamo a cose più serie. Signore e signori, l’intervista.

Ascoltando il tuo nuovo album, salta immediatamente all’orecchio l’incredibile varietà di suoni e di stili musicali. È come se le canzoni fossero state scritte davvero da donne diverse. Che nesso c’è tra il modo in cui sono nate e la scelta di creare cinque personaggi per rappresentarle?
Dopo aver ascoltato così tanta musica per anni, forse era arrivato il momento di allargare i miei orizzonti di compositrice. Ho sempre creduto che siano le canzoni ad arrivare da te quando sei pronto per farne qualcosa e questa volta ho capito subito che non si sarebbe trattato di un disco da cantautrice. Sta volta avrei fatto parte di una band. Sono state le singole canzoni a delineare il loro stile, io mi sono fatta un po’ da parte, allontanandomi anche dai miei gusti musicali personali.

Viene naturale il parallelismo tra le Strange Little Girls e le bambole americane della posse. Cosa ti ha spinto a creare degli alter ego proprio per questi due album?
Se non avessi fatto Strange Little Girls, non sarei mai stata in grado di affrontare la complessità di quest’ultimo progetto. Quello è stato l’inizio di un lavoro con più personaggi, proprio perché si trattava di un disco di canzoni scritte da altri. La sfida in quel caso è stata presentare nel modo migliore del materiale che non mi apparteneva, cercando di lasciarne intatta l’essenza. Anni dopo mi sono resa conto che le canzoni a cui avevo reso omaggio avevano generato cinque forze energetiche distinte e American Doll Posse è un po’ il prodotto di queste forze.

Mentre lavoravi al disco, stavi leggendo o ascoltando qualcosa in particolare che ti ha influenzato e ispirato?
Sono tornata indietro agli anni sessanta e settanta, a Jim Morrison e i Doors, a Jimi Hendrix. Per Teenage Hustling ho preso spunto da The Damned e dai Sex Pistols. Quello che mi ha influenzato maggiormente è stata l’energia dei Public Image Ltd. Jon Evans, il bassista, è appassionato di blues e jazz. Mac Aladdin è decisamente più punk e il suo influsso si sente soprattutto in Big Wheel. Con questo intendo dire che non è un album in cui dei musicisti accompagnano una cantautrice, anche a livello di produzione è completamente diverso da tutto quello che ho fatto prima, questo è a tutti gli effetti un lavoro in gruppo.

Leggendo alcuni testi di American Doll Posse, ho ritrovato un po’ dell’energia, delle cicatrici e della passione che caratterizzavano Little Earthquakes. Mentre da Scarlet’s Walk in poi mi eri sembrata più concentrata su tematiche politiche e sociali, oggi sei tornata ad occuparti di Tori?
I due dischi prima di questo (Scarlet’s Walk, 2002 e The Beekeeper, 2005, n.d.r.) sono stati i miei primi da mamma e quando diventi madre, se sei abbastanza “grande”, cominci a pensare al mondo in cui hai fatto nascere tuo figlio. Prima di avere figli hai moltissimo tempo da dedicare a te stessa, tempo necessario per comprendere chi sei, ma quando diventi madre il cambiamento non è piccolo, è enorme se ci metti dell’impegno. Certo, se tuo figlio è un accessorio, come una borsa, probabilmente nella tua vita non cambierà assolutamente nulla. Continuerai a fare tutto quello che facevi prima. Lo lascerai alla nonna e alla bisnonna e saranno loro a crescerlo. Se invece ascolti tuo figlio, se comunichi con lui e te ne prendi cura in prima persona, non puoi non domandarti come sarà il mondo quando lui sarà grande. Potrebbe essere uno scenario spaventoso, se continuiamo a vivere con i paraocchi. Ecco perché, come dici, quegli album trattano tematiche più sociali. Oggi Tash (la figlia Natashya, n.d.r.) sta crescendo e so che è in grado di capire che esistono ferite e cicatrici che noi donne ci portiamo dietro. Prima sarebbe stato durissimo per lei rendersi conto che anche sua madre ha sofferto e può soffrire. In qualche modo ho voluto proteggerla e io stessa ero molto concentrata sul mio compito di “allevatrice”. Poi due anni fa l’America ha preso una decisione (riconfermare il mandato di George W. Bush, n.d.r.), non mettendo fine a un governo assolutamente irresponsabile. Quando è successo io vivevo in America e per me è stato come se un tomahawk (accetta da battaglia dei nativi americani, n.d.r.) fosse venuto fuori dal suolo e fosse caduto direttamente sui miei fianchi. Ho sentito che le mie antenate mi stavano parlando: “Tori, è giunto il momento di chiamare a raccolta le donne. Dovete ricordarvi chi siete. La vostra discendenza è fatta di donne forti”.

A proposito di Bush, la prima canzone dell’album (Yo George) è dedicata a lui.
George W. Bush è soltanto un dito del braccio che si estende fino ai media, alla propaganda e a ogni sfaccettatura dell’America e questo braccio è il cristianesimo, che zittisce le donne e chiede loro di essere remissive. Contempla solo due tipologie di donne: Maria Vergine e la Maddalena, la madre sacra e la puttana attraente. Ma tutte noi sappiamo che la questione è molto più complessa di così e nella mitologia greca per esempio esistevano più sfumature della femminilità. Ecco perché ho deciso di dare vita a questa banda di donne differenti, per contrapporla a un patriarcato imperante. In qualche modo sono riusciti a convincerci che la bugia è migliore di qualsiasi altra scelta e anche cambiare presidente non porterà a una soluzione finché non prenderemo coscienza del problema. La consapevolezza non può arrivare dall’esterno, ma deve arrivare da ognuna di noi e una madre che lavora e si occupa dei figli, quando torna a casa, non ha materialmente il tempo di guardare dentro se stessa. Ecco perché è nato questo disco: volevo che la mia musica fosse un ricostituente, volevo regalare un po’ di forza alle donne. Non sono una cospiratrice, ma sono certa che è più facile mettere a tacere una donna se la spingi a combattere una guerra interiore tra la sua razionalità e le sue passioni.

Il mio tempo sta per scadere. Mio malgrado tocca tornare ad argomenti più leggeri per così dire. Sento molto anche i Beatles in quest’ultimo tuo lavoro. Penso a Mr. Bad Man, Girl Disappearing, Programmable Soda. Dal vivo fai spesso cover delle loro canzoni. C’è un loro disco a cui sei più affezionata?
Sin da quando ero bambina, li ho ascoltati tantissimo e per me significa davvero molto vedere che te ne sei resa conto. Se devo coinvolgere degli uomini nel mio lavoro, loro sono sicuramente tra i più importanti. Assieme ai Led Zeppelin per You Can Bring Your Dog, i Doors per Father’s Son, David Bowie per Digital Ghost, i T. Rex per Body And Soul. Una lista che potrebbe continuare all’infinito. Avevo soltanto tre anni quando mio fratello mi faceva ascoltare tutti i dischi dei Beatles e mio marito suona continuamente la loro musica a nostra figlia. Lei li adora. Questa è la cosa incredibile: dagli anni sessanta fino ad oggi, i Beatles mettono d’accordo grandi e piccini, giovani e vecchi. Una delle canzoni che mia figlia preferisce di American Doll Posse è proprio Girl Disappearing e credo sia perché le ricorda quel genere di suono.

Come sarà il tour di un disco così complesso e pieno di donne?
Sarà una vera e propria esplosione rock. Ogni data inizierà con una delle donne della posse, che non sono io, ma poi a un certo punto verrà fuori anche Tori. L’idea è quella di raccontare una storia, non di portare tante ragazze sul palco. Non è una performance di bambole sexy, è una posse. È molto diverso.

chiedi chi era Astrid Lindgren


(Astrid Lindgren, 1952 – Foto: Karl Werner Gullers)

Leggevo spesso Pippi Calzelunghe da bambina. Mia figlia va matta per Lotta e per Emil (ce li ha consigliati Francesca di Edufrog). Che li avesse scritti Astrid Lindgren lo sapevo. Chi fosse realmente questa donna, no. Conoscevo poco e nulla della sua vita, dell’indole ribelle, delle battaglie politiche e della sua forza straordinaria. Poi, un paio di settimane fa, al Teatro Franco Parenti ho visto Astrid, un documentario emozionante e davvero ben fatto che mi ha aperto un mondo.

Cose che sono rimaste

– La sua emancipazione: fu tra le prime ragazze di Vimmerby (sua città natale) a tagliare i capelli corti e, appena diciannovenne, incinta del primo figlio, dato che si rifiutava di sposare l’uomo che non amava, lasciò la famiglia e si trasferì a Stoccolma.

– Il suo rapporto con una giovane lettrice che le rivolse critiche ferocissime sulla scelta degli attori per i film tratti da Pippicalzelunghe e da Emil. La Lindgren intrattenne per anni una corrispondenza con lei, aiutandola a superare anche molti momenti difficili.

– Il parallelismo tra Pippi Calzelunghe e alcuni film muti del 1920 con Mary Pickford.

Approfondimenti

Astrid di Kristina Lindström

Astrid Lindgren’s legacy di Birgitta Steene (docente di letteratura e cultura scandinava all’Università di Washington)

A World Gone Mad: The Diaries of Astrid Lindgren, 1939-45

“Io non voglio scrivere per gli adulti. Voglio scrivere per quei lettori che possono attuare miracoli. E solo i bambini fanno miracoli quando leggono.” (Astrid Lindgren)


(Astrid e il figlio Lasse a Stoccolma, 1930)

donne, motori e donne motrici

Poco fa, ascoltando in auto un vecchio disco di Prince, l’orecchio mi è cascato su Little Red Corvette. Diciamolo, suona sempre dannatamente bene nello stereo. L’avrò cantata a squarciagola diverse volte, ma senza mai fare particolare attenzione al testo.

Oggi invece riflettevo sulla prospettiva ribaltata: il latin lover, colui che seduce e abbandona ignare fanciulle in una quantità spropositata di canzoni (italiane, inglesi, francesi, ostrogote…), questa volta lascia spazio a una donna supercar, con molti cavalli a disposizione. Lei accelera a tal punto che il malcapitato TAFKAP si ritrova a supplicarla: “honey, you got to slow down”.

Al di là del fatto che la maggior parte della musica di Prince, come ben sappiamo, trasuda sesso da tutti i pori, ma non è questo il punto, ho cominciato a pensare ad altri pezzi (non suoi), che hanno messo l’uomo in ginocchio e (me lo dico da sola) ne è venuta fuori una playlist (tra il serio e il faceto) niente male. Al grido di “non di sole Florence Nightingale è fatto il mondo!”.

Little Red Corvette (Prince)
“I guess I must be dumb, ‘cause you had a pocket full of horses.” Una che, per parafrasare uno dei nostri, ha più clienti di un consorzio alimentare.

Femme Fatale (Velvet Underground)
“You’re put down in her book, you’re number thirty seven, have a look!” Quella che, per tenere il conto dei suoi incontri galanti, addirittura gira con l’agendina.

Cactus Tree (Joni Mitchell)
“There’s a lady in the city and she thinks she loves them all.” Tra le mie preferite, l’intellettuale con un uomo per ogni stagione.

Malafemmena (Totò)
“Si dolce come ‘o zucchero, però sta faccia d’angelo te serve pe’ngannà.” Naturalmente non poteva mancare la femme fatale partenopea.

Contessa (Decibel)
“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te. Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.” E, dulcis in fundo, la donna egocentrica piuttosto golosa che ha fatto arrabbiare Enrico Ruggeri.

(ne avrei molte altre da aggiungere, ma il mio tempo dedicato al cazzeggio per oggi finisce qui). Buon ascolto!

happy birthday, Joni

Una donna dallo sguardo lucente, profondo e dagli zigomi pronunciati tiene tra le dita una sigaretta accesa. In testa ha un basco morbido che le incornicia il viso, ma il vento riesce comunque a scompigliarle la lunga chioma bionda. Indossa una pelliccia nera che si staglia su uno sfondo bianco latte. Abbasso di poco lo sguardo e mi ritrovo su una highway americana, selvaggia, polverosa e sterminata.

Proprio da quella strada (sulla copertina di Hejira, 1976 n.d.r.), parecchi anni fa, è cominciato il mio viaggio nell’universo Joni Mitchell. Da una canzone in particolare: Amelia, che, come la maggior parte dei pezzi di questa Signora della musica, che oggi compie 70 anni, racchiude universi di significato.

Ero piuttosto piccola ai tempi, innanzitutto Joni non parlava la mia lingua e poi cosa poteva capire una ragazzina delle medie di vita, amore, morte e miracoli? Mi spiegarono che il pezzo prendeva il nome da Amelia Earhart, la prima donna aviatrice che sorvolò da sola l’Oceano Atlantico. Una storia sicuramente affascinante, ma ancor più seducente, per me, era quella musica così diversa e insolita. Niente di minimamente paragonabile a tutto il resto che avevo ascoltato fino a quel momento.

Gli anni sono passati e ho scoperto Blue (1971), disco precedente e dalle sonorità acustiche più intimiste. Ricordo di aver consumato il cd nel lettore (gli mp3 ancora non esistevano), camminando da casa a Brera e ritorno (all’epoca seguivo un corso serale all’Accademia). ‘Sta volta la musica non bastava, dovevo assolutamente comprendere le parole. Spulciai i testi uno ad uno e mi ritrovai immersa in un libro di poesie, dense e struggenti, di fronte a quadri da sindrome di Stendhal.
Sicuramente fu River a lasciare il segno. Una canzone che (come anche For free, mi ha sempre fatto più Natale di mille addobbi, lucine colorate e persino della neve. “Oh, I wish I had a river I could skate away on. I wish I had a river so long I would teach my feet to fly.” (Come vorrei avere a disposizione un fiume su cui pattinare all’infinito. Così lungo da permettermi di insegnare ai miei piedi a volare).

Con questi due pezzi da novanta, la signora del Canyon aveva irrimediabilmente catalizzato la mia attenzione, prendendosi un sostanzioso pezzo del mio cuore.
Poi naturalmente è arrivato tutto il resto: il periodo jazz, quello “pop”, la riscoperta dei primi anni più “folk”, la fase orchestrale… Non mi sono più persa nulla. E non ho ancora finito di scoprirla.

Nell’ultimo periodo mi sono concentrata su un libro (che consiglio) e su Don Juan’s Reckless Daughter (1977), il disco che ha seguito Hejira, una creatura che amo molto (e un po’ gli somiglia).

Devo a Joni Mitchell molto più di quello che riuscirò mai a dire o a scrivere in un semplice post (che, alla fine, racconta più di me che di lei). Le devo la mia prima chitarra e gli esperimenti con le accordature aperte, ma anche una particolare visione della musica, quella vera, con la maiuscola, che non si piega al successo o al passare del tempo. Un po’ come Joni, che è arrivata a 70 anni senza cedere al botox, ai compromessi e a tutto il resto. In questa foto recente ha di nuovo una sigaretta tra le dita, ma questa volta sorride. Tra tutte le strade polverose, sembra proprio aver scelto quella giusta.

“I’ve had a very interesting and a very challenging life. A lot of battles, just disease after disease after — I mean, I shouldn’t be here, you know. But I have a tremendous will to live and a tremendous joie de vivre, alternating with irritability.” (Ho avuto una vita molto interessante e impegnativa. Molte battaglie, malattia dopo malattia – nemmeno mi aspettavo di essere ancora qui. Eppure ho un enorme desiderio e gioia di vivere, a cui alterno irritabilità).

CHICCHE

– Un vecchio filmato, rimasto nascosto per molto tempo, che in occasione di questo compleanno ha finalmente visto la luce.

– La più recente videointervista, dello scorso giugno, direttamente da casa sua.

(a dreaded sunny day) so let’s go where we’re happy

sunsetIn viaggio verso casa con i Cure nello stereo, dopo l’ultimo saluto tra le lacrime e i sorrisi, sento ancora addosso il calore di Casa. L’ho sentito tra le folate di vento e tra i marmi gelidi e sono certa abbia raggiunto anche te, che con noi hai diviso per tanti anni la stessa porzione di sabbia e lo stesso orizzonte di mare.

Ancora un brindisi, Mitty.
A quell’estate (dei miei 17 anni) in cui ho comprato Briciole per cercare una chiave d’accesso ai tuoi pensieri. A tutte le volte in cui avrei voluto farti sorridere e non ci sono riuscita. A quelle in cui sono stata superficiale perché non ti ho capito. Ai concerti di Patty Pravo. Alle chiacchiere in riva al mare. Ai Cure e agli Smiths a tutto volume nel walkman. Alle mangiate all’Uliveto. All’ultimo messaggio, di qualche giorno fa, in cui, con la dolcezza di una bambina stanca di convivere con un’influenza che non guarisce mai, mi hai scritto: “Ti voglio bene!!!!!”.

Brindo alla ragazza dalla chioma lucente, tormentata e bellissima, a cui da bambina, timida e impacciata, avrei tanto voluto somigliare. E al tramonto di stasera, velato e intenso, che ti somiglia tanto.

A dreaded sunny day
so let’s go where we’re happy…

ON AIR: Cemetry Gates (The Smiths)

to live and learn (happy birthday Sylvia Plath)

Sylvia Plath“I want to taste and glory in each day, and never be afraid to experience pain; and never shut myself up in a numb core of nonfeeling, or stop questioning and criticizing life and take the easy way out. To learn and think: to think and live; to live and learn: this always, with new insight, new understanding, and new love.”Sylvia Plath

ON AIR: Sylvia Plath (Ryan Adams)

THING TO LOOK AT: Sylvia Plath Documentary

il giusto valore (for what it’s worth)

Joni Mitchell aveva due anni meno di me (34) quando ha scritto Don Juan’s Reckless Daughter. E stasera, mentre tornavo a casa in bici, la canzone eponima mi riempiva orecchie e pancia, colmava di significato ogni respiro, regalava a Milano mille volti diversi. In pratica, sulla mia due ruote, oggi volavo proprio!

Poco prima, alla Fnac, avevo visto alcuni dei dischi più belli della signora del canyon nello scaffale special price. Se ne stavano lì intonsi e impolverati con il bollino da 6/9 euro. Per un momento confesso di aver pensato che questa crisi forse un po’ ce la meritiamo. Quand’è che abbiamo smesso di dare il giusto valore alle cose?

Poi, prima di uscire dal negozio, ho preso Hejira, l’ho spolverato e l’ho messo in bella vista nello scaffale novità. Chissà che qualcuno, questa sera, non sia riuscito, per errore, a portarsi a casa un capolavoro.

ON AIR: Don Juan’s Reckless Daughter (Joni Mitchell)

P.S. Questo Natale, non so voi, ma io mi farò un bel regalo.

il sole di Cat Power (rimedi antipirateria)

La Rete, la musica e i download frenetici: un trittico che terrorizza le case discografiche.

Non riesco a smettere di ascoltare Sun di Cat Power.
Il cd masterizzato, di quelli senza alcuna scritta sopra, campeggia nello stereo della mia macchina da due mesi ormai (mi hanno mandato gli mp3 per lavoro – N.d.R.): parte ogni volta che giro la chiave e mi fa compagnia tutte le sere, quando parcheggio per tornare a casa.

Oggi però ho deciso che quel disco “anonimo” non mi bastava più. Dopo l’ennesimo ascolto di Cherokee, Manhattan e Peace and Love a tutto volume, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di accostare l’auto, entrare in un negozio e comprare il cd originale.

Fanculo la crisi! – mi sono detta – Prendilo per te, Vale! Anzi, prendine due copie e regalalo a qualcuno a cui tieni! I dischi come questo non vanno soltanto ascoltati, vanno gridati al mondo.

Non l’avete ancora capito? La Musica, quella vera, combatte la pirateria, la debella, la straccia!
Tutto il resto è soltanto una gran perdita di tempo e di note.

[e voi, se potete, la gatta, non perdetevela dal vivo!]