Hannah e il talento di Charlotte

Può un film reggersi a tal punto sulla bravura dell’attore che lo interpreta da far pensare che se al suo posto ce ne fosse un altro, magari anche solo un po’ meno straordinario, tutto l’impianto forse si sgretolerebbe?

È questa la domanda che mi ha accompagnato all’uscita della sala dopo la visione di Hannah, il film di Andrea Pallaoro interamente costruito su Charlotte Rampling. No, non è una mia illazione, lo ha dichiarato lui stesso poco prima della proiezione del film. A presentarlo a Milano c’erano proprio il regista e l’attrice (quella straordinaria).

“Sin dall’inizio ho voluto prendermi cura di Hannah, perché quello che è successo a lei può capitare a tutti nella vita. Certo, magari non una situazione così angosciante, ma si può provare lo stesso senso di totale smarrimento. (Charlotte Rampling)

E la cura che la Rampling ha per il proprio personaggio si percepisce sin dai primi fotogrammi che hanno per protagonista il suo volto inquadrato in primissimo piano. Hannah si regge su di lei, sull’andatura composta e incessante, sul corpo molle e sincero. Si regge sui suoi occhi spioventi, sul suo pianto strozzato e soprattutto sui suoi silenzi (non a caso la pellicola le ha fatto guadagnare la Coppa Volpi come migliore attrice alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia).

Quanto al film, l’ho lasciato decantare un po’, di proposito non ne ho scritto a caldo. Poi, ispirata dallo stile del regista, ho deciso di sospendere il giudizio, lasciare a lui la parola e di conseguenza a ognuno di voi la possibilità di rispondere in maniera personale al quesito iniziale. Andando a vedere anche il film, certo. Perché un film che lascia con buone domande va visto sempre e comunque.

Segue il botta e risposta post proiezione tra gli spettatori in sala e il regista Andrea Pallaoro.

Il fatto che il titolo sia palindromo è casuale?
Assolutamente no. All’inizio avrebbe dovuto chiamarsi The Whale, ma poi non volevo fosse un invito a ricercare significati che avrebbero distolto l’attenzione dalla protagonista. Il nome palindromo rappresenta perfettamente il desiderio che il film venga penetrato da punti di vista differenti.

Sbaglio o c’è stata una cura estrema del suono?
Il suono doveva essere il più oggettivo possibile per fare in modo che arrivasse allo spettatore esattamente come lo sentiva Charlotte. Ecco perché non esiste una colonna sonora. È stato fatto un lavoro di diffusione a trecentosessanta gradi per far immergere completamente lo spettatore nella storia.

C’è stata un’ispirazione artistica in particolare?
Henri Cartier-Bresson per me è stata l’ispirazione visiva forse più forte per questo film. Soprattutto la sua capacità di dar vita a immagini che eccitano lo spettatore più nascondendo che mostrando. Tra i punti di riferimento cinematografici ci sono sicuramente Antonioni, Tsai Ming-liang, Béla Tarr e Carlos Reygadas.

Non esistono indicazioni geografiche nel film. Come mai?
Inizialmente avremmo dovuto girare a San Francisco, ma poi abbiamo girato in Belgio, a Bruxelles. Non si vedono cartelli, nessuna pubblicità. Abbiamo scelto di non dare alcun indizio specifico del luogo delle riprese: quello che è importante è la storia di Hannah, che potrebbe svolgersi in qualsiasi luogo.

La Rampling nel film non viene quasi mai inquadrata in maniera convenzionale…
Sì, è vero. Spesso viene vista riflessa negli specchi, di spalle, oppure attraverso primissimi piani e dettagli di parti del corpo. C’è stato uno studio molto scrupoloso sulla frammentazione del personaggio.

In 45 anni Charlotte Rampling interpreta un’altra storia di forte destabilizzazione. Ha preso qualche spunto per Hannah?
In realtà no, perché l’idea di Hannah è nata prima. Poi per motivi economici abbiamo dovuto posticipare le riprese del film e nel frattempo a Charlotte è stato proposto di girare 45 anni. Si tratta di un’affinità puramente casuale.

(un)Faithfull: le confidenze troppo poco intime di Marianne

– “Cosa pensi del fatto che stiamo facendo un film su di te?”
– “Non mi piace affatto, ma sarò sincera.”

Si apre con questo scambio tra la regista (e attrice) Sandrine Bonnaire e Marianne Faithfull il documentario che ha per titolo il cognome di quest’ultima. A dire il vero apre con lei che recita il primo canto dell’Inferno dantesco, ma questo primo dialogo tra le due ci dice molto della direzione che prenderà la pellicola.

Seduta su una sedia, sul sedile di un’automobile o in una poltrona accanto a un caminetto, Marianne potrebbe essere Anna di Confidenze troppo intime (Patrice Leconte, 2004), il film in cui la Bonnaire recita la parte di una donna che prende appuntamento con uno psicanalista, ma poi sbaglia porta e si ritrova a raccontare la sua vita privata a un consulente finanziario. La Faithfull qui racconta la sua a una regista (la Bonnaire appunto), ma lo fa con una certa riluttanza.

“È dura parlare del passato e non voglio farlo. È passato ormai.”

Nel mezzo scorrono filmati in bianco e nero e scatti degli anni Sessanta/Settanta, estratti di live più recenti e vecchie registrazioni in cui la sua voce e il suo modo di cantare erano indubbiamente diversi. “Non voglio rinnegare i miei primi lavori”, commenta, “vado molto fiera anche di quelli.” E qui vorremmo sentirle spiegare un po’ la Marianne di quel periodo, ma niente, si passa oltre.

Seguono i racconti dell’esordio. Aveva soltanto 17 anni, Andrew Loog Oldham le diede da incidere As Tears Go By e le presentò Keith Richards e Mick Jagger. Di quando più avanti con loro scrisse Sister Morphine, che fu, a suo dire, la prima vera lezione musicale.

Naturalmente non mancano i riferimenti alla relazione con Jagger (per il quale confessa di aver messo completamente da parte la sua carriera) e al figlio che aspettavano, ma hanno perso. “Per Mick è stato uno shock. Voleva tanto un figlio”. Poi però la butta sul ridere: “Direi che oggi sappiamo tutti che i figli gli piacciono molto” (il cantante al momento ne ha 8). Dice di averlo lasciato poco prima che fosse lui a farlo e di essersi trasferita da sua madre per superare il momento particolarmente difficile (altro discorso che però non approfondisce).

Racconta anche di come la lettura de Il pasto nudo di Burroughs le cambiò la vita, ma non in meglio. “Lo presi un po’ troppo alla lettera: decisi che sarei diventata una drogata e avrei vissuto per strada. Diversi anni dopo incontrai Borroughs e gli dissi: ‘Lo vedi cosa mi hai fatto?’ E lui: ‘Non l’avevo mica scritto per te. E comunque è finzione.”
Un periodo da homeless e l’unica cosa di cui noi spettatori veniamo a conoscenza è che non fu mai costretta a prostituirsi.

Faithfull vorrebbe essere fedele a Marianne. Alla persona, più che all’artista, alla donna, più che alla sua musica. Ma non ci riesce.

“Potrei dire di aver recitato tutta la vita, ma ora sono stufa. Amo i miei fan, ma non voglio più vivere per loro. Non più.”

Effettivamente non sembra una pellicola recitata, con contenuti concordati a tavolino, ma in alcuni momenti si ha la netta impressione che sia davvero un po’ troppo improvvisata. Non decolla. La Bonnaire non va mai davvero a fondo. La protagonista non le permette di entrare e lei si accontenta di fermarsi sulla soglia.

C’è poesia in Faithfull, sta nei primissimi piani del volto di Marianne, nei sorrisi bambini, negli occhi ancora lucenti, ma non trova mai forma nei dialoghi con la regista, che rimangono il più delle volte sospesi e, in quanto a capacità rivelatoria, fanno soltanto rimpiangere la sua musica. Persino l’amore, quello per cui in passato ha sacrificato anche se stessa, qui viene fuori come un accrocchio di luoghi comuni: “Il punto è l’amore, il vero amore”.

Soltanto sul finale, quando ormai ci si era dati per vinti, arriva una piccola scintilla. Marianne racconta la genesi di There’s no moon in Paris (una delle canzoni che faranno parte del nuovo album) e lo fa mentre in sottofondo Ed Harcourt suona e canta una versione demo del pezzo.

“L’ho scritta a Natale. Ero completamente sola, lontano dalla mia famiglia e Parigi mi è sembrata così triste.”

Per un attimo Marianne, da dentro casa, sembra tenderci la mano, ma è un vero peccato che lo faccia proprio ora che la porta sta per chiudersi sui titoli di coda.

Cose che sono rimaste

Love More Or Less (da Give My Love To London, 2014). Una struggente ballata arpeggiata a cui non avevo mai dato l’attenzione che meritava. (vale la pena riprendere l’intero album che porta le firme, tra gli altri, di Steve Earle, Roger Waters, Nick Cave e Leonard Cohen)

Il modo in cui descrive quella volta che con Jagger e gli altri fu arrestata nella tenuta che Richards aveva comprato nel Sussex: “Doveva essere un tranquillo weekend di acidi con i miei amici, quando arrivarono 24 poliziotti a rovinare tutto.”

Le mie citazioni preferite

– “Cos’hai imparato dal matrimonio?” – “Che non fa per me.”

“La vita mi ha travolto con una tale rapidità che ho avuto appena il tempo di fare un figlio.”

“Se non avessi lasciato Mick sarei morta. Era troppo per me, non potevo farcela.”

“Non sono una vittima, non sono una ragazzina stupida. Sono Marianne Faithfull.”

“Sono cambiata. Ecco perché non sono più una ribelle. Mi sono arresa.”

Noel Gallagher odia il rock

Noel Gallagher

Quando qualche anno fa ho fatto una chiacchierata con Noel Gallagher (era il 2012, per Riders), ho scoperto una cosa che non avrei mai immaginato, vista la fama di burberi che ha sempre aleggiato sugli Oasis: lui fa davvero molto ridere. Nel senso buono del termine, intendiamoci. L’altra cosa che ho imparato è che se ti trovi in una stanza con Noel, sentirai più “fuckin'” in un paio d’ore lì, di quelli che hai sentito nel corso di tutta la tua esistenza.

Oltre a essere particolarmente simpatico, c’è da aggiungere che il “ragazzo” non le manda a dire e anche stamattina, durante la conferenza stampa di presentazione del suo nuovo album, Who Built The Moon?, ha regalato diverse perle.

Per esempio, ecco cosa pensa del rock: “Il rock ha ucciso il rock’n’roll. Oggi c’è troppa gente coi capelli colorati e piena di tatuaggi che urla. Questo cosa c’entra col rock? Che cazzo urlate a fare? Datevi una cazzo di calmata! Shhhhhhh!”. Ovviamente non si è trattenuto dal fare nomi e cognomi: Dave Grohl, Green Day e Queens Of The Stone Age in prima linea. “Per me urlano troppo.”

Noel Gallagher - press conference

Quando si tratta di musica insomma, Noel ha le idee chiare: sì a Kasabian, ma anche a U2 e Primal Scream. Poi naturalmente ci sono gli amici del cuore, Paul Weller (è anche suo vicino di casa) e Johnny Marr, che hanno partecipato all’album. E consiglia di ascoltare i Jungle: “il loro è uno dei dischi migliori degli ultimi anni”.

Alle liti di famiglia ormai siamo abituati: “L’altro tizio (Liam Gallagher, n.d.r.) sembra davvero arrabbiato. Non ho ancora capito per quale motivo. Se lo scoprite prima di me, per favore fatemelo sapere. Credo abbia bisogno di una terapia psichiatrica.”
Questa volta però non si è salvata nemmeno la regina Elisabetta e a chi gli ha chiesto un commento sui Paradise Papers, ha risposto ironico: “Ah, la regina non paga le tasse? Cazzo, questa sì che è una sorpresa!”.

Who Built The Moon? è il frutto della collaborazione col produttore e compositore di Belfast David Holmes. “All’inizio David mi tirava scemo: ogni volta che i pezzi che gli facevo ascoltare si avvicinavano in qualche modo allo stile Oasis o alle prime cose degli High Flying Birds, me li cassava e mi faceva rifare tutto. In realtà poi ho capito che è stata una gran fortuna lavorare insieme a lui. Il risultato è un sound diverso da tutto quello che ho fatto in passato, è cosmic pop.”
E già dal singolo Holy Mountain, con l’intro che potrebbe essere un mash-up di Let’s Stick Together (Bryan Ferry) e Who Said (Planet Funk), questa diversità effettivamente si sente.

Battute a parte, il più “vecchio” dei Gallagher diventa serissimo quando si parla di musica: “Deve combattere le brutture del mondo. Oggi tutti non fanno altro che gridare le notizie del giorno. Che noia! Io invece faccio musica per dare speranza e in questo mi ritengo un rivoluzionario.”
Una positività che traspare anche dai testi di Who Built The Moon?: “It’s a beautiful dream. It’s a beautiful night. It’s a beautiful world when we dance in the light. All that is real and all that is mine is right.”

Cesare Cremonini e i tortelli

Cremonini (GQ, agosto 2006)

Siamo sempre nell’ambito ripescaggi e questa intervista a Cesare Cremonini è uno dei primi pezzi di musica che scrivo per GQ (a rileggerla oggi, mi viene da dire che si vede…). Corre l’anno 2006 (agosto, se non ricordo male) e deve passare ancora parecchia acqua sotto i ponti prima di Poetica (il singolo uscito oggi, n.d.r.). Per farla, l’intervista, mi mandano in Emilia e mi costringono persino a mangiare crescentine e tortelli. Che s’ha da fa’ pe’ campa’…

La verità è che io Cesare vorrei intervistarlo di nuovo. Per chiedergli come diavolo si chiamava la trattoria sui colli bolognesi dove mi ha portato quella volta. Non mi sono mai più ricordata il nome e vorrei tanto, ma tanto, tornarci.

Fine dei preamboli. Ecco l’intervista.


Ore 12.30 – LO STUDIO

L’appuntamento è fissato presso lo studio di registrazione di Cesare, a Casalecchio di Reno. Obiettivo: trascorrere 5 ore nel cuore dell’universo di Cremonini (enfant prodige del pop italiano, un milione di copie vendute col primo album, Squerez), il che farebbe sicuramente gola a molte ragazzine. (Non solo: ho un’amica che va per i 30 e una collega vicina ai 40 che farebbero carte false per incontrare l’ex leader dei Lùnapop). Cosa generi questa “dipendenza” sarà la materia di studio delle prossime ore.
Le porte del 40 Special Studio (il nome omaggia la più grossa hit dei Lùnapop, anno 1999) si aprono su un enorme appartamento, dalle pareti rosso fuoco, «arredato Ikea», spiegherà poi Cesare. Lui, seduto al pianoforte, si alza per fare gli onori di casa, con Ballo, fidato amico e musicista, e dopo una breve visita dello studio, confessa di avere fame: «conosco un’antica trattoria dove si mangia come dalla nonna».

Ore 13.30 – LA TAVOLA
La prima cosa che bisogna sapere di Cesare, oltre al fatto che è davvero alto (tanto da doversi chinare per entrare al ristorante), è che gli piace mangiare (anche se dalla linea non si direbbe). Inizialmente un po’ schivo, si scioglie immediatamente davanti a crescentine con salumi misti e tortelloni di magro. Dall’antipasto alla chiacchierata il passo è breve.
Come stai trascorrendo questa estate?
«Faccio un po’ di concerti in giro, sto scaldando il motore per l’autunno. Si tratta di concerti elettrici, molto energici e in location spartane: piazze, spiagge, campi sportivi».
Concerti diversi da quelli di primavera.
«Quella nei teatri è stata una scommessa, una sfida. Non credevo che sarei riuscito a fare concerti che non ti fanno sudare. Eppure tutto è andato bene, con un pubblico molto variegato. Dai ragazzini ai 50enni. Non mi piace ragionare in termini di target: si dice che Biagio Antonacci sia ascoltato dalle shampiste, io dalle ragazzine ecc: sono tutte stronzate».
Quindi niente vacanze?
«In realtà per me il tour è la vera vacanza. Significa rilassarmi, divertirmi e soprattutto uscire dal mio studio, che ormai è praticamente diventato una casa-prigione».
Quali sono le tue sensazioni sul palco?
«Una volta salito, la sensazione è grandiosa. Ma ti confesso che prima di ogni concerto faccio entrare in camerino un paio di amici fidati e di solito me ne esco con un “io-mollo-tutto-e-me-ne-vado”. Certe volte mi rendo conto che mi sono infilato in qualcosa che è più grande di me. Poi questa certezza mi sprona ad andare avanti. Come dire: ormai ci sono dentro…».

Cremonini (GQ, agosto 2006) - 2

Che sia stato costretto a crescere piuttosto in fretta, è un’altra cosa che Cesare non nasconde. E fa capire di aver pagato la popolarità anche a caro prezzo. Quello di una automobile, tanto per cominciare…
«Diventare famoso a 20 anni ha avuto i suoi pro, ma anche i suoi contro. Mi ricorderò sempre di quella volta in cui ho posteggiato la macchina per andare dal tabaccaio e, quando sono uscito, l’ho trovata distrutta. Di questo genere di “scherzi” ne ho subiti parecchi».
Il flusso di parole viene interrotto dal caffè. È giunto il momento di ritornare al 40 Special.

Ore 15.00 – LA POLTRONA
Di nuovo a “casa”, Cesare si siede sulla sua poltrona in pelle nera, accanto al piano.
Nel tuo futuro cosa vedi?
«Coltivo un progetto, anche se ancora non so quando si realizzerà esattamente. La mia idea è quella di tornare a fare il leader di una band. Nei panni di cantautore mi trovo bene, ma in un certo senso ho voglia di levarmi un po’ di peso dalle spalle. La formula della band potrebbe darmi anche un po’ di tregua, da quel punto di vista».
Che musica ascolti in questo periodo?
«I punti di riferimento sono sempre stati Freddie Mercury, Bob Dylan e Francesco De Gregori. È colpa di Dylan se ho cominciato a cantare come De Gregori. In un certo senso De Gregori è stato rovinato da Dylan. Dylan è De Gregori».
Sei proprio sicuro?
«Forse sto esagerando un po’. Tra le band recenti, trovo interessanti i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys. Purtroppo sono gruppi che rimarranno sempre intrappolati in quel genere. Di solito sfornano un ottimo album d’esordio, ma poi difficilmente quello successivo soddisfa le aspettative».
E del tuo nuovo album cosa racconti?
«Sul nuovo album mi è stato chiesto espressamente di non spifferare troppo, visto che sono noto per essere uno che difficilmente sa tenere un segreto».
Quindi è tutto già pronto?
«I nuovi brani li ho scritti già da tempo, anzi, mi toccherà scartarne alcuni. Per me scrivere musica è un modo di comunicare, che attinge da ciò che vivo, dalle mie emozioni. Se fai musica in questo modo, l’ispirazione può venir meno soltanto quando non hai più niente da dire».
Come ti sei sentito sul set fotografico?
«Stare davanti all’obiettivo mi piace, mi diverte molto. In fondo sono un vanesio. Sono abituato a fare servizi fotografici e la macchina fotografica non mi spaventa, anzi, m’intriga questo gioco di pose e di scatti».
Che rapporto hai con il mondo della moda e delle mode?
«Quand’ero coi Lùnapop, in cui mi vestivo in maniera molto eccentrica e mi ispiravo a Freddie Mercury, andavo pazzo per paillettes e lustrini. Poi, da solista, il look è passato in secondo piano. Non m’interessava più. Mi vestivo come capitava e andavo in giro trasandato e con la barba incolta. Ora sto attraversando una fase intermedia: mi curo, perché mi fa sentire meglio, ma non sono certo fissato con la moda».

Ore 17.00 – L’ADDIO
Le prove devono ricominciare e Ballo, nella stanza accanto, ha già imbracciato il banjo. È ora di rientrare. Tra me e me penso che amica e collega non hanno tutti i torti.

Tori Amos, l’intervista (quasi) inedita

Tori American Doll Posse

La mattina del 12 aprile 2007, in una suite del Principe di Savoia (a Milano), mi ritrovo faccia a faccia con Tori Amos. Parte di quella chiacchierata esce poi sul numero di maggio di GQ. Il grosso però, come spesso accade, rimane in una registrazione che conservo gelosamente. Dato che ormai l’intervista è ampiamente caduta in prescrizione (e soprattutto devo togliere un po’ di polvere da questo blog), direi che è giunto il momento di riproporla in versione integrale.

Prima di partire in quarta però, vediamo di inquadrare un po’ meglio quel preciso momento storico. Al cinema, qui da noi, è un periodo di gran bei film: Le vite degli altri, Io non sono qui, La promessa dell’assassino, per citare i miei preferiti. La musica è donna: Patti Smith sta per pubblicare un disco di cover (Twelve) e Charlotte Gainsbourg, vent’anni dopo il suo debutto discografico, ha deciso di riprovarci con 5:55, facendo parlare parecchio di sé questa volta. Sul fronte editoriale invece è l’inizio della fine: in libreria stanno facendo il botto Fabio Volo e Federio Moccia. Ma torniamo a Tori. È in giro per presentare il suo nuovo album, American Doll Posse. Ne è passata di acqua sotto i ponti da Little Earthquakes (1992), Under The Pink (1994) e Boys For Pele (1996), il trittico che l’ha consacrata alla storia come talentuosa cantautrice, nonché sexy divinità del pianoforte e nel frattempo è diventata anche mamma (una bimba che – all’epoca dell’intervista – ha sei anni). Per concludere, se American Doll Posse fosse stato un libro, visto il panorama generale, avrebbe fatto un figurone. Se fosse stato un film, beh, le avrebbe prese. Siccome è un disco, io lo collocherei nel girone dei #benemanonbenissimo (anche detti #sipuòdaredipiù). [da estimatrice della rossa, ritengo abbia fatto di meglio. forse però questo è stato anche il disco dei suoi ultimi picchi creativi. da lì in poi francamente io e lei ci siamo un po’ perse di vista. senza rancore s’intende]

Ora passiamo a cose più serie. Signore e signori, l’intervista.

Ascoltando il tuo nuovo album, salta immediatamente all’orecchio l’incredibile varietà di suoni e di stili musicali. È come se le canzoni fossero state scritte davvero da donne diverse. Che nesso c’è tra il modo in cui sono nate e la scelta di creare cinque personaggi per rappresentarle?
Dopo aver ascoltato così tanta musica per anni, forse era arrivato il momento di allargare i miei orizzonti di compositrice. Ho sempre creduto che siano le canzoni ad arrivare da te quando sei pronto per farne qualcosa e questa volta ho capito subito che non si sarebbe trattato di un disco da cantautrice. Sta volta avrei fatto parte di una band. Sono state le singole canzoni a delineare il loro stile, io mi sono fatta un po’ da parte, allontanandomi anche dai miei gusti musicali personali.

Viene naturale il parallelismo tra le Strange Little Girls e le bambole americane della posse. Cosa ti ha spinto a creare degli alter ego proprio per questi due album?
Se non avessi fatto Strange Little Girls, non sarei mai stata in grado di affrontare la complessità di quest’ultimo progetto. Quello è stato l’inizio di un lavoro con più personaggi, proprio perché si trattava di un disco di canzoni scritte da altri. La sfida in quel caso è stata presentare nel modo migliore del materiale che non mi apparteneva, cercando di lasciarne intatta l’essenza. Anni dopo mi sono resa conto che le canzoni a cui avevo reso omaggio avevano generato cinque forze energetiche distinte e American Doll Posse è un po’ il prodotto di queste forze.

Mentre lavoravi al disco, stavi leggendo o ascoltando qualcosa in particolare che ti ha influenzato e ispirato?
Sono tornata indietro agli anni sessanta e settanta, a Jim Morrison e i Doors, a Jimi Hendrix. Per Teenage Hustling ho preso spunto da The Damned e dai Sex Pistols. Quello che mi ha influenzato maggiormente è stata l’energia dei Public Image Ltd. Jon Evans, il bassista, è appassionato di blues e jazz. Mac Aladdin è decisamente più punk e il suo influsso si sente soprattutto in Big Wheel. Con questo intendo dire che non è un album in cui dei musicisti accompagnano una cantautrice, anche a livello di produzione è completamente diverso da tutto quello che ho fatto prima, questo è a tutti gli effetti un lavoro in gruppo.

Leggendo alcuni testi di American Doll Posse, ho ritrovato un po’ dell’energia, delle cicatrici e della passione che caratterizzavano Little Earthquakes. Mentre da Scarlet’s Walk in poi mi eri sembrata più concentrata su tematiche politiche e sociali, oggi sei tornata ad occuparti di Tori?
I due dischi prima di questo (Scarlet’s Walk, 2002 e The Beekeeper, 2005, n.d.r.) sono stati i miei primi da mamma e quando diventi madre, se sei abbastanza “grande”, cominci a pensare al mondo in cui hai fatto nascere tuo figlio. Prima di avere figli hai moltissimo tempo da dedicare a te stessa, tempo necessario per comprendere chi sei, ma quando diventi madre il cambiamento non è piccolo, è enorme se ci metti dell’impegno. Certo, se tuo figlio è un accessorio, come una borsa, probabilmente nella tua vita non cambierà assolutamente nulla. Continuerai a fare tutto quello che facevi prima. Lo lascerai alla nonna e alla bisnonna e saranno loro a crescerlo. Se invece ascolti tuo figlio, se comunichi con lui e te ne prendi cura in prima persona, non puoi non domandarti come sarà il mondo quando lui sarà grande. Potrebbe essere uno scenario spaventoso, se continuiamo a vivere con i paraocchi. Ecco perché, come dici, quegli album trattano tematiche più sociali. Oggi Tash (la figlia Natashya, n.d.r.) sta crescendo e so che è in grado di capire che esistono ferite e cicatrici che noi donne ci portiamo dietro. Prima sarebbe stato durissimo per lei rendersi conto che anche sua madre ha sofferto e può soffrire. In qualche modo ho voluto proteggerla e io stessa ero molto concentrata sul mio compito di “allevatrice”. Poi due anni fa l’America ha preso una decisione (riconfermare il mandato di George W. Bush, n.d.r.), non mettendo fine a un governo assolutamente irresponsabile. Quando è successo io vivevo in America e per me è stato come se un tomahawk (accetta da battaglia dei nativi americani, n.d.r.) fosse venuto fuori dal suolo e fosse caduto direttamente sui miei fianchi. Ho sentito che le mie antenate mi stavano parlando: “Tori, è giunto il momento di chiamare a raccolta le donne. Dovete ricordarvi chi siete. La vostra discendenza è fatta di donne forti”.

A proposito di Bush, la prima canzone dell’album (Yo George) è dedicata a lui.
George W. Bush è soltanto un dito del braccio che si estende fino ai media, alla propaganda e a ogni sfaccettatura dell’America e questo braccio è il cristianesimo, che zittisce le donne e chiede loro di essere remissive. Contempla solo due tipologie di donne: Maria Vergine e la Maddalena, la madre sacra e la puttana attraente. Ma tutte noi sappiamo che la questione è molto più complessa di così e nella mitologia greca per esempio esistevano più sfumature della femminilità. Ecco perché ho deciso di dare vita a questa banda di donne differenti, per contrapporla a un patriarcato imperante. In qualche modo sono riusciti a convincerci che la bugia è migliore di qualsiasi altra scelta e anche cambiare presidente non porterà a una soluzione finché non prenderemo coscienza del problema. La consapevolezza non può arrivare dall’esterno, ma deve arrivare da ognuna di noi e una madre che lavora e si occupa dei figli, quando torna a casa, non ha materialmente il tempo di guardare dentro se stessa. Ecco perché è nato questo disco: volevo che la mia musica fosse un ricostituente, volevo regalare un po’ di forza alle donne. Non sono una cospiratrice, ma sono certa che è più facile mettere a tacere una donna se la spingi a combattere una guerra interiore tra la sua razionalità e le sue passioni.

Il mio tempo sta per scadere. Mio malgrado tocca tornare ad argomenti più leggeri per così dire. Sento molto anche i Beatles in quest’ultimo tuo lavoro. Penso a Mr. Bad Man, Girl Disappearing, Programmable Soda. Dal vivo fai spesso cover delle loro canzoni. C’è un loro disco a cui sei più affezionata?
Sin da quando ero bambina, li ho ascoltati tantissimo e per me significa davvero molto vedere che te ne sei resa conto. Se devo coinvolgere degli uomini nel mio lavoro, loro sono sicuramente tra i più importanti. Assieme ai Led Zeppelin per You Can Bring Your Dog, i Doors per Father’s Son, David Bowie per Digital Ghost, i T. Rex per Body And Soul. Una lista che potrebbe continuare all’infinito. Avevo soltanto tre anni quando mio fratello mi faceva ascoltare tutti i dischi dei Beatles e mio marito suona continuamente la loro musica a nostra figlia. Lei li adora. Questa è la cosa incredibile: dagli anni sessanta fino ad oggi, i Beatles mettono d’accordo grandi e piccini, giovani e vecchi. Una delle canzoni che mia figlia preferisce di American Doll Posse è proprio Girl Disappearing e credo sia perché le ricorda quel genere di suono.

Come sarà il tour di un disco così complesso e pieno di donne?
Sarà una vera e propria esplosione rock. Ogni data inizierà con una delle donne della posse, che non sono io, ma poi a un certo punto verrà fuori anche Tori. L’idea è quella di raccontare una storia, non di portare tante ragazze sul palco. Non è una performance di bambole sexy, è una posse. È molto diverso.

[oggetti smarriti] intervista a Max Gazzè

Max Gazzè negli studi della EMI Music (dal suo twitter)

Oggi ho deciso di inaugurare la rubrichina degli “oggetti smarriti”, diciamo così. Trattasi di miei articoli mai pubblicati, interviste mai uscite o pezzi già belli confezionati, pesantemente sfoltiti. Perché in questo mestiere ogni tanto (ultimamente più spesso) capita, per congiunzioni astrali sfavorevoli o cambi di guardia, di ritrovarsi per le mani tanto materiale inutilizzato. E siccome da piccola mi hanno insegnato che non si butta via niente (non solo quando si tratta del maiale), eccoci qui con il primo della lista: Max Gazzè, uno scarto (mi si perdoni il termine) assai pregiato.

Una premessa. Prima ancora che iniziassi a scrivere, a farlo come mestiere intendo, il buon vecchio Max si era già guadagnato la mia simpatia scegliendo di intitolare una sua celebre hit con il mio nome. Un pezzo dal ritmo accattivante, con un testo, tra il serio il faceto, altrettanto d’effetto. Correva l’anno 1998 e dello stesso album (La favola di Adamo ed Eva) erano diversi i pezzi che mi avevano conquistato (L’amore pensato e Vento d’estate per esempio). L’intervista che state per leggere l’ho fatta quindici anni dopo (l’11 aprile scorso), seduta di fronte a lui negli uffici milanesi della EMI Music.

Con che dischi sei cresciuto?
Dischi degli anni ’70 soprattutto. Mia mamma, tra le altre cose, era anche un’insegnante di danza moderna, per cui avevamo in casa tantissimi vinili di disco music. Upside down di Diana Ross era gettonatissimo. Poi è stata la volta di Genesis, King Crimson e Pink Floyd, i Beatles li ho scoperti più tardi, e avevo una vera e propria fissazione per lo ska inglese (Bad Manners, Specials). Ho cominciato a suonare il basso ascoltando i Police e il reggae di Bob Marley.

A proposito di Police, ho visto scambi divertenti su twitter tra te e Stewart Copeland.
Stewart mi piace perché non è un divo, è un adolescente di 60 anni. Eppure è un artista che ha fatto veramente la storia della musica. Voglio dire, ha fondato i Police e per me è uno dei più grandi batteristi al mondo. Ho avuto occasione di suonare con lui, di passarci parecchio tempo ed è una persona molto divertente. Su twitter (qui lo scambio) io mi sono autodefinito il Larry King del liscio italiano, lui allora mi ha chiesto di insegnargli qualche passo di danza, così gli ho mandato il Ministry of silly walks dei Monty Python.

A che stadio è la tua dipendenza da social network?
Non sono così fanatico devo dire. Twitter ho cominciato a usarlo soltanto da un mesetto. Mi piace perché è immediato, posso scambiare messaggi con Frankie hi-NRG, con Lorenzo (Jovanotti), ma anche con gente che non conosco o che sta dall’altra parte del mondo. Mi diverto a fare video stupidi con Vine: ho creato una sorta di fiction, la storia dello spazzolino stolto.

In questi giorni ha fatto scalpore l’affermazione di Battiato sulle “troie in parlamento”. Qual è il tuo parere in merito?
Mi sembra una polemica un po’ sterile, nata da una forzatura. Anche se mi viene da pensare che probabilmente, stufatosi dell’incarico (assessore al Turismo della Regione Sicilia, n.d.r.), lui abbia cercato un modo rapido per farsi silurare. Quello che ha detto Battiato lo pensiamo tutti, anche se la terminologia che ha usato, certo, non è il massimo in un contesto istituzionale come quello del Parlamento europeo. Io francamente gliel’avrei perdonata, con quello che abbiamo visto e sentito negli ultimi tempi poi. Ci prendono per il culo in tutto il mondo a causa dei comportamenti di certa gente e noi ce la prendiamo con Battiato? Ma vaffanculo! E ti autorizzo a scriverlo.

In E tu vai via (dall’album Sotto casa, n.d.r.) racconti l’epilogo di una storia d’amore. Ci consigli qualche canzone che aiuti a lasciarsi alle spalle una rottura sofferta?
Mi vengono in mente House of cards dei Radiohead e Pet Sematary dei Ramones. (A dirla tutta, qui c’è lo zampino della sua “ghost thinker”, che ha suggerito a Max i suddetti pezzi. Grazie, Giorgia! :D)

Che libro hai sul comodino?
Il Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto. Sto rileggendo la prima parte, il Pimandro, ed è bellissimo addormentarsi con quel tipo di riflessioni filosofiche in testa.

So che sei appassionato di tennis. Hai presente la scena iniziale di Match Point di Woody Allen e il monologo d’apertura: “Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita.”? Tu come la vedi? Nella tua carriera ha contato più il talento o la fortuna?
La vocazione sicuramente per me è stata il primo passo. Il talento poi è un invito a coltivare questa vocazione. La mia fortuna invece è stata saper cogliere, anche creare, le occasioni e renderle propositive. Sono convinto che ognuno di noi abbia il potere di costruirsi un po’ di fortuna: molto di quello che accade intorno a noi è proiezione delle nostre scelte, consapevoli e inconsce.

Ne I tuoi maledettissimi impegni dici che “cantare le canzoni oggi non basta più”. La musica può ancora cambiare le cose? Ha il dovere di essere “impegnata”?
In questi anni di politica piuttosto traballante, sono convinto che l’arte in generale debba essere più che altro qualcosa che accomuna gli esseri umani. Se vado a mangiare in un ristorante, non chiedo al cuoco se è di sinistra o di destra, né lui prepara i piatti in base al mio orientamento politico. Allo stesso modo, quando io faccio musica, suono per chiunque ascolta e si emoziona. Vedersi a un concerto può favorire l’aggregazione e generare energie forti e positive. In questo senso la musica può fare, ma non deve essere svilita da una selezione politica.

­A Sanremo ti abbiamo visto con frak, unghie smaltate, lenti a contatto colorate. Che ruolo ha il look nella tua musica?
In certi contesti è una maschera teatrale che mi permette di interpretare un ruolo. Nei concerti poi non è che vado a suonare vestito di piume. Però c’è un limite alla decenza: non salirò mai sul palco con il maglioncino a rombi. Anche se sarebbe fantastico! 😀

Il tuo rapporto con il grande schermo?
Il cinema mi piace molto, soprattutto quando è fantasia, immaginazione, fiction. Amo molto quello di Jim Jarmusch e di Terry Gilliam, che considero il Fellini inglese. Parnassus, La leggenda del re pescatore, Brazil sono film straordinari.

Cosa “gira” nel tuo iPod in questi giorni?
A dire il vero mi tocca ascoltare Katy Perry e Rihanna con i miei figli…

Dì la verità, non hai mai cercato di imporre in casa la musica che piace a te?
Ma figurati! Sono loro che impongono a me cose atroci, mentre io, disperato, chiedo di abbassare il volume.

Abbassare il volume?!? Detto da un papà musicista non è credibile, dai…
No, davvero, guarda. Quando torno a casa dopo aver suonato per giorni e giorni, le mie orecchie sono stanche morte e ho bisogno di un po’ di silenzio.

Come sta la musica oggi in Italia?
Malissimo. Ma forse è sempre stato così qui da noi. Del resto siamo un paese arretrato in quanto a cultura musicale. All’estero fare musica è un mestiere, qui se dici che sei un musicista ti rispondono “sì, ma di lavoro che fai?”. Non è considerata un elemento culturale in grado di muovere il mondo. In Inghilterra la musica ha generato i fermenti culturali più grossi della storia: penso ai punk, ai mod, ai rocker. Noi avevamo Nilla Pizzi, con tutto il rispetto. Qui da noi tutto passa per la televisione: si va a sentire un artista non per curiosità, ma perché lo si è visto in tv, magari in un talent show. A Londra invece, girando per i locali con il mio basso, mi è capitato anche di suonare con Robben Ford.
Poi, se ci pensi, nel cinema da sempre premiano truccatori, sceneggiatori, macchinisti, costumisti… Perché non esiste qualcosa di simile per la musica? Bisognerebbe dare dei riconoscimenti anche a chi lavora in questo settore, che facciano capire alla gente cosa c’è dietro un disco e come si fa una canzone.

Cosa farà Max Gazzè da grande?
Voglio tornare a fare sculture con il Das. Mi sporcavo le mani, mi faceva sentire artista. Grandissime soddisfazioni. Poi tenterò di fare il Tom Waits dei film di Terry Gilliam.

Max da piccolo (courtesy of Max Gazzè)

In questa foto Max ha circa cinque/sei anni e si è appena rotto un dentino. «Mi trovavo a Roma, nel parco di villa Doria Pamphilj. Ero talmente attratto dall’altalena che mi ci sono buttato contro, incurante del bambino che già ci stava sopra e mi sono beccato un bel calcione sull’incisivo. Nel pomeriggio però il topolino mi ha portato il regalo.»