chiedi chi era Astrid Lindgren


(Astrid Lindgren, 1952 – Foto: Karl Werner Gullers)

Leggevo spesso Pippi Calzelunghe da bambina. Mia figlia va matta per Lotta e per Emil (ce li ha consigliati Francesca di Edufrog). Che li avesse scritti Astrid Lindgren lo sapevo. Chi fosse realmente questa donna, no. Conoscevo poco e nulla della sua vita, dell’indole ribelle, delle battaglie politiche e della sua forza straordinaria. Poi, un paio di settimane fa, al Teatro Franco Parenti ho visto Astrid, un documentario emozionante e davvero ben fatto che mi ha aperto un mondo.

Cose che sono rimaste

– La sua emancipazione: fu tra le prime ragazze di Vimmerby (sua città natale) a tagliare i capelli corti e, appena diciannovenne, incinta del primo figlio, dato che si rifiutava di sposare l’uomo che non amava, lasciò la famiglia e si trasferì a Stoccolma.

– Il suo rapporto con una giovane lettrice che le rivolse critiche ferocissime sulla scelta degli attori per i film tratti da Pippicalzelunghe e da Emil. La Lindgren intrattenne per anni una corrispondenza con lei, aiutandola a superare anche molti momenti difficili.

– Il parallelismo tra Pippi Calzelunghe e alcuni film muti del 1920 con Mary Pickford.

Approfondimenti

Astrid di Kristina Lindström

Astrid Lindgren’s legacy di Birgitta Steene (docente di letteratura e cultura scandinava all’Università di Washington)

A World Gone Mad: The Diaries of Astrid Lindgren, 1939-45

“Io non voglio scrivere per gli adulti. Voglio scrivere per quei lettori che possono attuare miracoli. E solo i bambini fanno miracoli quando leggono.” (Astrid Lindgren)


(Astrid e il figlio Lasse a Stoccolma, 1930)

Fluidoflusso: che villaggio a Milano!

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Dice più o meno così un antico proverbio africano e chi ne ha cresciuto anche uno soltanto (di bambino), sa quanto un’affermazione di questo tipo sia sacrosanta. Oddio, forse quelli che se ne sono resi conto davvero sono stati più i nostri nonni, bisnonni, trisavoli. Tutti coloro che per retaggio culturale, ma soprattutto per necessità, si sono ritrovati a condividere spazi e quotidianità. Quelli che hanno accolto i propri figli e sono stati accolti a loro volta da un’intera comunità. Famiglie fatte di figlie madri e nonne figlie in cui presenza e supporto sono stati parte integrante del naturale evolversi delle cose.

Certo, non sarà stato così per tutte le mamme e in tutte le famiglie, ma sicuramente il contesto era assai diverso da quello odierno. Oggi le porte blindate dei nostri appartamenti racchiudono nuclei familiari più ristretti e per quanto nonni, zii e “balie” si adoperino per alleggerire il carico, quasi sempre non lo fanno insieme ai genitori, ma al loro posto.

Un concetto che spiega benissimo il pediatra spagnolo, ormai diventato il mio guru, Carlos González nel suo Genitori e figli insieme (ed. Il Leone Verde):
«I genitori di oggi, in genere, sono più soli rispetto a un tempo. Soli nello spazio, cioè lontani da chi potrebbe aiutarli nell’accudimento dei figli, e soli nel tempo, lontani dalle generazioni di genitori che li hanno preceduti… Appena una o due generazioni fa era ancora frequente la convivenza con altre persone, nonni o zii… C’era sempre qualcuno in casa, in modo che la madre potesse entrare e uscire senza problemi e sensi di colpa, e il bambino che trovava la madre momentaneamente assente o occupata poteva ricorrere facilmente a un’altra persona. C’erano più persone disponibili a raccontare una storia, prendere in braccio, rispondere a un “perché?”… Quello che è cambiato molto negli ultimi decenni è la struttura della comunità… Queste nuove figure di cura si differenziano dalle vecchie in due aspetti importanti: innanzitutto non stanno a fianco della madre, sostenendola, ma la sotituiscono quando è assente. In secondo luogo, rimangono insieme al bambino per un tempo molto breve. Non c’è dubbio che una volta i bambini ricchi fossero allevati molto spesso da bambinaie o nutrici. Queste persone in genere rimanevano a lungo in famiglia e i bambini stabilivano con loro un vincolo affettivo stabile, una relazione di attaccamento…»

FluidoFlusso

Ecco perché da mamma, ma soprattutto da amica di tante neo o future mamme ho deciso di parlarvi di un nuovo progetto milanese messo in opera da un’associazione che ho scoperto soltanto sabato scorso. Lo spazio si chiama Fluidoflusso (via Melchiorre Gioia 41, Milano), un gran bel nome per definire una realtà in continua mutazione, in cui promotori e fruitori insieme contribuiscono al suo scorrere e crescere. Lo spazio culturale esiste da ormai quasi due anni, fatti di seminari, laboratori, incontri ed eventi. Il villaggio in città invece è la novità del 2016. Rivolto a donne in gravidanza e ad adulti (mamme, papà, nonni, tate…) con bambini di età compresa tra 0 e 3 anni, propone un percorso di accompagnamento alla nascita (tenuto dalle ostetriche Annamaria Cuozzo e Rosa Estrada e dalla doula ADI Wilma Riolo) e uno spazio di incontro per grandi e piccini (coordinato dalla pedagogista Francesca Romana Grasso).

Tutte queste (e molte altre) informazioni le trovate anche sul sito di FluidoFlusso, assieme ai percorsi personali che hanno portato Ester e Giovanni, i due soci fondatori, a dargli vita. Quello che invece online o sui volantini non c’è è la luce che riempie lo spazio che ospiterà voi e i vostri piccoli, i sorrisi e la simpatia con cui il villaggio vi accoglierà quando ne varcherete la soglia, il profumo e il sapore di merende-coccole per il palato, nonché la passione e la forte motivazione di tutti i suoi abitanti.

Un’ultima cosa. Si tratta di un villaggio che si prende cura anche dei cinefili come la sottoscritta. Ecco il calendario delle prossime proiezioni (riservate ai grandi):

FluidoFlusso cinema d'essai

Informazioni utili:
La quota associativa (annuale, 1 gennaio – 31 dicembre 2016) è di 30 €.
(a questo link vi spiegano) Come funziona il villaggio
Per tutto il resto: tel. 02-66703433; cell. 377-2862282; mail info@fluidoflusso.eu

Expo 2015 per grandi e piccini

she ingresso ponte tunnel

Per prima cosa, va detto, c’è da scarpinare parecchio. Dentro, ma anche fuori. Dai tornelli della fermata (M1) Rho-Fiera all’ingresso Ovest di Expo, la strada è piuttosto lunghetta. Ecco perché Chicco avrebbe fatto una gran buona azione, se avesse offerto i suoi passeggini di cortesia all’arrivo dei treni, piuttosto che all’entrata della fiera. Una volta arrivati vivi (senza passeggino) fin lì, quelli di Chicco vien voglia di menarli. E noi, che siamo per la non violenza, ci siamo portate il nostro, di passeggino.

media pass gente in coda all'apertura

I bambini da 0 a 3 anni non pagano. Resta il fatto che bisogna “acquistare” un ingresso farlocco anche per loro (non costa nulla, ma va chiesto alla biglietteria) (anche se mi risulta che alcune privilegiate siano entrate con il media pass…).
Armatevi di pazienza: la coda nella foto qui sopra è quella delle 9.30 del mattino di un giorno feriale. Per evitarla fate colazione a casa, una lunga doccia in tutta calma, e presentatevi in fiera in tarda mattinata o nel pomeriggio.

area nursery IMG_2347

Expo si fa perdonare la questione dei passeggini, fornendo una decina di aree nursery aperte a cambio e “pappa”, davvero complete di tutto (pannolini di varie taglie, fasciatoio con telini usa e getta, lavandino, poltrona e cuscino per allattare) (per sapere dove trovarle, chiedete la Baby Map nel Chicco point prima dei cancelli di Expo o in un qualsiasi info point interno. Già che ci siete, chiedete anche la Family Map).

Slovenia Andy bar 2

Mangiare a Expo, a meno che non vogliate nutrirvi di chicchi di grano saraceno (gentilmente offerti dal padiglione Estonia) o rubare frutta e verdura dagli orti disseminati un po’ ovunque, non è per niente economico (altro che cibo sostenibile). Sedersi a tavola nei ristoranti di tutto il mondo ha il suo prezzo (ho provato la Churrascharia Brasil, il ristorante emiliano della Cascina Triulza, e Eataly). La prossima volta voglio provare l’Andy’s (Warhol) Corner (padiglione della Slovacchia). Per garantirsi i suoi 15 minuti di celebrità, pare abbia tenuto i prezzi bassi e riempito i piatti. Altrimenti, alla portata di tutte le tasche, c’è sempre il padiglione McDonald’s.

Francia U Giancu Eataly

Io non ho saputo rinunciare ai croissant appena sfornati (all’uscita del padiglione Francia) e alle focaccette con lo stracchino di U Giancu (padiglione Eataly – regione Liguria, soltanto fino a fine giugno).

Ecuador Kuwait Vietnam Regno Unito abiti Turchia ingresso Kuwait Cile Israele fuori Italia Nepal Slovacchia Sultanato dell'Oman Quatar ricaricarsi in Austria selfie in Spagna Angola manichini Slovacchia il suono della Slovacchia pedalare in Estonia Sultanato dell'Oman selfie in Slovenia Germania Kuwait in Estonia si balla American Food terrazza orto Francia altalene Estonia Repubblica Ceca in piscina Austria

Cosa mi è piaciuto di meno?
Non aver mai visto in circolazione il People Mover, che in certi momenti avrebbe fatto molto comodo alle mie gambe affaticate (qualcuno di voi ha mai incrociato questo autobus fantasma, questo mostro di Loch Ness milanese? Voglio almeno una foto che ne provi l’esistenza!). Mi hanno un po’ infastidito i padiglioni troppo didascalici (ho avuto la forte tentazione di fuggire dal padiglione israeliano spernacchiandoli) e il fatto che sto aspettando da ieri mattina la password per accedere alla digital media room (“ti abbiamo inviato la password via mail”. eh, come no, rapidissimi proprio… alla faccia dell’immediatezza della Rete) (per fortuna avevo le mie, di foto).

Cosa mi è piaciuto di più? L’architettura dei padiglioni (alcuni deliziano davvero la vista), i colori, i profumi, gli accenti, e tutto quel verde dentro e fuori (noi milanesi mica ci siamo abituati). La voglia, che ancora mi è rimasta, dopo tre giorni di visite “accaldate”, di vivermi questo enorme “parco dei divertimenti”, finché c’è. Di portarci mia figlia e di (farle) vedere ogni singola cosa (e ho già deciso che ci tornerò). Belle anche le terrazze per guardare il bailamme dall’alto (per esempio quelle del padiglione American Food e dell’Angola), le altalene dell’Estonia e il loro angolino del video tutorial per imparare a ballare la polka, il clima del padiglione Australia, l’albero musicale della Slovacchia e l’esterno verdissimo del padiglione Israele.

rete Brasile IMG_2277

P.S. Se volete camminare, sospesi in aria, sulla famosa rete del padiglione Brasile (ne vale la pena!), presentatevi all’ingresso con un paio di sneakers. Io avevo i Birkenstock infradito che, ogni quattro passi, restavano impigliati nelle maglie. Potete portare anche i bambini sotto i 3 anni, ma nessuno vi dice che dovete portarveli in braccio: i loro piedini sono troppo piccoli per la rete. Risultato: voi arrivate in fondo sudati come cammelli, ma loro ridono come matti per il divertimento.

Giappone

P.P.S. Il premio Sborone Expo 2015 va al padiglione del Giappone. Un’ora di percorso guidato (esagerati!) e attese infinite anche per entrare. Niente scorciatoie nemmeno per la stampa. Senza prenotazione non si va da nessuna parte.

Stavo per dimenticare la colonna sonora:

[to be continued]

chissà se è vero (ciao Enzo)

enzo jannacci[un ricordo di parecchi anni fa]

Fuori grandina e la mia Panda rossa, tanto per fare una cosa “nuova”, decide di fermarsi. Questa volta proprio in mezzo a viale Romagna (per i non milanesi, una delle strade più trafficate della città). Immediatamente parte l’orchestra dei clacson, ma io non mi perdo d’animo (se la patente l’hai presa a Milano, sai che non è un lusso che ti puoi permettere) e faccio di tutto per farla ripartire. Niente da fare…

Nel frattempo, all’orchestra di cui sopra si unisce anche il coro dei “simpatici” automobilisti nei paraggi. I toni, potrete immaginare, sono tutt’altro che lusinghieri. Mi dico: “Calma, Vale, ricorda cosa ti ha spiegato papà. Tira verso di te la levetta dell’aria e poi riaccendi la macchina, dando un po’ di gas”. Sì, pare facile… La rossa non ne vuole sapere di schiodarsi da lì.

I minuti passano (sembrano secoli) e io resto la “cretina” che sta bloccando mezza città. A tutto c’è un limite però e, nonostante dal cielo cadano biglie di ghiaccio, decisa e incazzata apro la portiera, esco dall’auto e, da vera principessina, mi metto a gridare: “MI SI E’ FERMATA LA MACCHINA, NO!??!! SUONATEVI LE PALLE!!!”. Poi, nel pieno dello sconforto, ritorno dentro e mi asciugo il viso con la manica della giacca.

Proprio in quel momento, alla mia destra, nel controviale, vedo Enzo Jannacci, che assieme alla moglie esce dalla sua auto (non ricordo il modello, sicuramente una meno pigra della mia). Lui cerca di riparare la compagna dalla grandine, tenendole sulla testa l’impermeabile mentre l’accompagna al portone. Poi ritorna in macchina e si avvia, credo, a cercare parcheggio.

Ricordo esattamente cos’ho pensato in quel momento: “Ah, cosa darei per avere anch’io un uomo qui, adesso. Un uomo gentile, con l’impermeabile”.

[poi la Panda l’ho fatta ripartire da sola. ma questa è un’altra storia.]

ON AIR: Chissà se è vero (Enzo Jannacci) (un pezzo che magari non citerà nessuno, un brano un po’ atipico del suo repertorio, ma io l’ho scoperto soltanto lo scorso anno e da allora non me lo levo più di dosso)

Rutger Hauer: l’attore invisibile

[Tutte le volte che la mia fiducia nel genere umano viene messa a dura prova, poi accade qualcosa che mi riporta in carreggiata, la mia, quella dell’ottimismo. Ora, non immaginatemi come una che se ne va in giro con un sorriso da ebete stampato in faccia, ma in linea di massima le persone a me piacciono e tutto sommato anche la vita.

Mi piace la mia tanto bistrattata città, che oggi mi ha regalato la possibilità di trascorrere la mattina in compagnia di Rutger Hauer, per gli amici Roy. E’ in Italia per i 30 anni di Blade Runner, che Warner Home Video festeggia con un cofanetto da collezione in edizione limitata, in vendita dal 21 novembre prossimo]

Blade Runner è uno dei miei film culto, quelli che rimangono incollati addosso tutta la vita, per un motivo o per l’altro . Il mio (e credo sia quello di tanti) è la famosa scena delle lacrime nella pioggia, in cui un uomo bambino con il volto sanguinante, pronunciando una manciata di parole sul finale (“… all those moments will be lost in time like tears in rain…”), oscura completamente il povero Harrison Ford, che si era “pupazzato” nel ruolo di protagonista per tutto il film.

A quel punto Ford sparisce, e scompare anche Hauer, restano solo le immagini e la forza di quelle splendide righe di sceneggiatura. Rimane il film, nella sua interezza: un’opera in cui gli attori sono come elementi in un’orchestra, come voci in un coro. Credo che Rutger Hauer intendesse proprio questo quando stamattina ha detto agli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano: «Il compito di un attore è cercare di essere invisibile. Ogni volta che riesci a valorizzare il film, mettendo da parte il tuo ego, allora hai fatto centro!».

Dopo essere rimasto chiuso nell’ascensore della scuola ed essere stato liberato 20 minuti dopo dai vigili del fuoco (ebbene sì, certe cose succedono anche ai replicanti), quest’uomo di quasi 70 anni ha dimostrato di avere ben poco del “divo” e di possedere piuttosto una gran dose di umiltà. Un altro, al suo posto, avrebbe dato in escandescenze, “ribaltando” le persone che in quel momento stavano lavorando con lui.

Lui no. E’ uscito sorridendo, ha detto soltanto «it was a stunt, ok?!» e ha scattato foto ai presenti e ai vigili del fuoco (qui la testimonianza video). Poi ha fatto un paio d’ore d’interviste singole e altre due buone di masterclass con gli studenti. Qui, con gli occhi sgranati di un bimbo, ha tessuto le lodi della Rete: ha raccontato di notti passate a guardare filmati incredibili e delle tante chicche scovate.

E alla mia domanda «Crede veramente che la gente sia abbastanza intelligente da capire dove c’è qualità in Internet?», Mr. Hauer ha risposto «Assolutamente sì! C’è qualità ogni volta che ti soffermi prima di cliccare altrove. Dalle cose belle è sempre più difficile navigare via».

hang the dj (MusiCamp 2011)

Che programmi avete per sabato prossimo?
Weekend al mare? Naaaaaa… che poi magari piove.
Cena con gli amici? Naaaaaa… tanto saranno tutti al mare.

Un bel sabato in musica mi pare la scelta migliore.
I dettagli li trovate sul sito del MusiCamp.

In breve. Si parlerà di improvvisazione jazz, di note libere e web. Ci saranno la capoeira e tanta musica live. Da mezzanotte in poi invece i dischi li metto io. E se non vi piacciono, come cantava Morrisey, impiccate la dj!

MusiCamp, sabato 10 Settembre @ Spazio Aurora (via Cavour 4, Rozzano).

for free (Merry Mitchell Xmas)

A me, camminare per strada con Joni Mitchell nelle orecchie fa molto più Natale di qualsiasi luminaria. La sua musica mette neve candida anche dove non ne è mai scesa.

Playing like a fallen angel.
Playing like a rising star.
Playing for a hat full of nothing
to the honking of the cars.

ON AIR: For Free (Joni Mitchell)

little girl blue

“… sit there, count your fingers.
What else is there to do?
And I know how you feel,
I know you feel that you’re through.
Sit there, count your little fingers,
my unhappy little girl blue.
Sit there, count those raindrops,
feel ‘em falling down all around you.
Don’t you know it’s time somebody told you, ‘cause you got to know
that all you ever gonna have to count on, or gonna wanna lean on
it’s gonna feel just like those raindrops do
when they’re falling down all around you…”

ON AIR: Little girl blue – Janis Joplin