(un)Faithfull: le confidenze troppo poco intime di Marianne

– “Cosa pensi del fatto che stiamo facendo un film su di te?”
– “Non mi piace affatto, ma sarò sincera.”

Si apre con questo scambio tra la regista (e attrice) Sandrine Bonnaire e Marianne Faithfull il documentario che ha per titolo il cognome di quest’ultima. A dire il vero apre con lei che recita il primo canto dell’Inferno dantesco, ma questo primo dialogo tra le due ci dice molto della direzione che prenderà la pellicola.

Seduta su una sedia, sul sedile di un’automobile o in una poltrona accanto a un caminetto, Marianne potrebbe essere Anna di Confidenze troppo intime (Patrice Leconte, 2004), il film in cui la Bonnaire recita la parte di una donna che prende appuntamento con uno psicanalista, ma poi sbaglia porta e si ritrova a raccontare la sua vita privata a un consulente finanziario. La Faithfull qui racconta la sua a una regista (la Bonnaire appunto), ma lo fa con una certa riluttanza.

“È dura parlare del passato e non voglio farlo. È passato ormai.”

Nel mezzo scorrono filmati in bianco e nero e scatti degli anni Sessanta/Settanta, estratti di live più recenti e vecchie registrazioni in cui la sua voce e il suo modo di cantare erano indubbiamente diversi. “Non voglio rinnegare i miei primi lavori”, commenta, “vado molto fiera anche di quelli.” E qui vorremmo sentirle spiegare un po’ la Marianne di quel periodo, ma niente, si passa oltre.

Seguono i racconti dell’esordio. Aveva soltanto 17 anni, Andrew Loog Oldham le diede da incidere As Tears Go By e le presentò Keith Richards e Mick Jagger. Di quando più avanti con loro scrisse Sister Morphine, che fu, a suo dire, la prima vera lezione musicale.

Naturalmente non mancano i riferimenti alla relazione con Jagger (per il quale confessa di aver messo completamente da parte la sua carriera) e al figlio che aspettavano, ma hanno perso. “Per Mick è stato uno shock. Voleva tanto un figlio”. Poi però la butta sul ridere: “Direi che oggi sappiamo tutti che i figli gli piacciono molto” (il cantante al momento ne ha 8). Dice di averlo lasciato poco prima che fosse lui a farlo e di essersi trasferita da sua madre per superare il momento particolarmente difficile (altro discorso che però non approfondisce).

Racconta anche di come la lettura de Il pasto nudo di Burroughs le cambiò la vita, ma non in meglio. “Lo presi un po’ troppo alla lettera: decisi che sarei diventata una drogata e avrei vissuto per strada. Diversi anni dopo incontrai Borroughs e gli dissi: ‘Lo vedi cosa mi hai fatto?’ E lui: ‘Non l’avevo mica scritto per te. E comunque è finzione.”
Un periodo da homeless e l’unica cosa di cui noi spettatori veniamo a conoscenza è che non fu mai costretta a prostituirsi.

Faithfull vorrebbe essere fedele a Marianne. Alla persona, più che all’artista, alla donna, più che alla sua musica. Ma non ci riesce.

“Potrei dire di aver recitato tutta la vita, ma ora sono stufa. Amo i miei fan, ma non voglio più vivere per loro. Non più.”

Effettivamente non sembra una pellicola recitata, con contenuti concordati a tavolino, ma in alcuni momenti si ha la netta impressione che sia davvero un po’ troppo improvvisata. Non decolla. La Bonnaire non va mai davvero a fondo. La protagonista non le permette di entrare e lei si accontenta di fermarsi sulla soglia.

C’è poesia in Faithfull, sta nei primissimi piani del volto di Marianne, nei sorrisi bambini, negli occhi ancora lucenti, ma non trova mai forma nei dialoghi con la regista, che rimangono il più delle volte sospesi e, in quanto a capacità rivelatoria, fanno soltanto rimpiangere la sua musica. Persino l’amore, quello per cui in passato ha sacrificato anche se stessa, qui viene fuori come un accrocchio di luoghi comuni: “Il punto è l’amore, il vero amore”.

Soltanto sul finale, quando ormai ci si era dati per vinti, arriva una piccola scintilla. Marianne racconta la genesi di There’s no moon in Paris (una delle canzoni che faranno parte del nuovo album) e lo fa mentre in sottofondo Ed Harcourt suona e canta una versione demo del pezzo.

“L’ho scritta a Natale. Ero completamente sola, lontano dalla mia famiglia e Parigi mi è sembrata così triste.”

Per un attimo Marianne, da dentro casa, sembra tenderci la mano, ma è un vero peccato che lo faccia proprio ora che la porta sta per chiudersi sui titoli di coda.

Cose che sono rimaste

Love More Or Less (da Give My Love To London, 2014). Una struggente ballata arpeggiata a cui non avevo mai dato l’attenzione che meritava. (vale la pena riprendere l’intero album che porta le firme, tra gli altri, di Steve Earle, Roger Waters, Nick Cave e Leonard Cohen)

Il modo in cui descrive quella volta che con Jagger e gli altri fu arrestata nella tenuta che Richards aveva comprato nel Sussex: “Doveva essere un tranquillo weekend di acidi con i miei amici, quando arrivarono 24 poliziotti a rovinare tutto.”

Le mie citazioni preferite

– “Cos’hai imparato dal matrimonio?” – “Che non fa per me.”

“La vita mi ha travolto con una tale rapidità che ho avuto appena il tempo di fare un figlio.”

“Se non avessi lasciato Mick sarei morta. Era troppo per me, non potevo farcela.”

“Non sono una vittima, non sono una ragazzina stupida. Sono Marianne Faithfull.”

“Sono cambiata. Ecco perché non sono più una ribelle. Mi sono arresa.”

#Sanremo2018: la mia triade

Lascerò da parte noiose premesse sul perché ieri sera alla fine io abbia acceso la tv, sintonizzandomi proprio su Rai1 e farò parlare Tenco al mio posto: ho guardato Sanremo perché non avevo niente da fare. (pur di non incappare in A dangerous method su Rai5 poi avrei guardato anche la Santa Messa).

1. Imparare ad amarsi (Ornella Vanoni, Bungaro, Pacifico)
L’esibizione: impeccabile, per quanto mi riguarda. Il pezzo è perfetto per le corde della Vanoni (“❤️” al suo inconfondibile vibrato cosmico) e lei non sbaglia una virgola.
L’errore: far cantare (anche) Bungaro. Nonostante la lampada, la sua interpretazione risulta più pallida dell’abito di Ornella.
La frase: “Conservo l’infanzia, la pratico ancora.”
La social-cattiveria: su twitter è pioggia di commenti di questo genere. Io, come direbbe Ron, a voi che fate i ggggiovani, vorrei incontrarvi tra cent’anni.

2. Almeno pensami (Ron)
L’esibizione: qui siamo di fronte a Dalla che fa Rosalino, che a sua volta fa un po’ Concato. Ma cosa vuoi dirgli? Il pezzo c’è e la buonanima pure.
L’errore: aver portato sul palco Lucio più che la canzone di Lucio. Ma chi sono io per contestare il giudizio dei giudizi, che, a proposito di questo pezzo, sentenzia con sicumera “Un connubio spaziale. Da piangere rannicchiati sul divano, sperando non finisca”. (mi cospargo il capo di cenere e vado subito a rannicchiarmi)
La frase: “Ma come si fa a tenere un cuore, se ho le mani sempre sporche di carbone?”
La social-cattiveria: è anche il commento più twittato (ne ho contati almeno una decina). Ma che volete farci, lì tocca fare i “simpatici” a tutti i costi.

3. Lettera dal Duca (Decibel)
L’esibizione: io dico Neo, Morpheus e Cypher (che Bowie l’avete già citato tutti). Una performance composta (“sbracciamento” di Fortu Sacka a parte), aristocratica, ma decisamente rock. Il trionfo della musica dal vivo.
L’errore: “Ognuno in cuor suo pensa di essere andato a Sanremo con una canzone non sanremese”, ha dichiarato Ruggeri meno di dieci giorni fa. Pensava giusto, mi sa, e ora ne paga le conseguenze (fascia rossa).
La frase: “I see the towns, I see the mountains. Here in my heart, fuori dal tempo”.
La social-cattiveria: strano ma vero, ho dovuto spulciare tutto il socialino per trovarne una, ma finalmente ce l’ho fatta. (trattasi di un giornalista. a cui è piaciuta “SOLO #Nina Zilli”)

2017: la playlist mai datata

“Io non appartengo a un periodo storico. I problemi su cui rifletto possono essere comuni a certe persone, ma mai a tutti, e non sono mai questioni sociali. Sono sempre questioni psicologiche, romantiche o esistenziali. Sono immutabili. Se il film è brutto, lo sembrerà sempre. E se il film è bello, non sembrerà mai datato.” (Woody Allen)

Lo stesso vale per la musica. Da sempre, quella che amo non ha né stagione, né età. Ecco perché contravvengo alla regola ferrea dei post musicali di fine anno: nella mia playlist non troverete pezzi usciti nel 2017 (a parte qualche rara eccezione), ma 20 canzoni di qualsiasi anno e provenienza che hanno attirato la mia attenzione proprio nell’anno che sta per finire.

Brani che non avevo mai ascoltato prima, scovati nei film, citati in qualche libro, pescati da nuove serie tv, o che magari mi avete fatto conoscere voi condividendoli sui social. Pezzi che per qualche oscuro motivo non mi avevano colpito a tempo debito, ma si sono rifatti vivi al momento giusto. La triste verità è che non vivrò mai abbastanza per scoprire tutta la musica bella davvero, però ogni anno che passa regala sorprese sonore in grado di farmi battere il cuore.

Per farla breve, vi auguro un intenso 2018 con questa playlist che, un po’ come i film di Allen, è fatta di suoni psicologici, romantici o esistenziali. Se la trovate brutta, ahimé, sarà brutta sempre. Ma se vi piace, vi farà compagnia anche per i prossimi vent’anni e non sarà mai datata.

Fairytale of New York: la (non) canzone di Natale compie 30 anni

Non parla di neve, di slitte o di sorprese sotto l’albero, ha ben poco di sentimentale, eppure, da quando è uscita, è una delle canzoni in assoluto più associate al Natale.

Fairytale of New York è venuta alla luce il 23 novembre di un ormai lontano 1987, ma ogni dicembre che Dio manda in terra, l’ormai trentenne “canzoncina”, scala diligentemente le classifiche per fare di nuovo capolino nelle nostre vite e venire a strapparci il cuore.

Di cosa parla veramente? Racconta la storia di due immigrati irlandesi, arrivati in America in cerca di fortuna. E qui si apre un bivio: potete scegliere di continuare a credere a Babbo Natale, chiudere questa pagina e tornare a fare quello che stavate facendo prima di aprirla, oppure potete andare avanti a leggere, squarciando il velo di Maya che avvolge questo brano meraviglioso. E secondo me vi piacerà ancora di più. (sono chiaramente esclusi quelli che sanno benissimo di che si tratta e stanno già facendo spallucce. vi vedo!) (seguono anche curiosità. mangari quelle vi mancano)

Occorre premettere che Shane MacGowan, leader dei Pogues e autore del pezzo in questione, nonostante sia nato il 25 dicembre (forse proprio per quello), sul genere umano una volta si è pronunciato in questa maniera: “La gente è a tanto così dall’ammazzarsi, stuprarsi, accoltellarsi, spararsi, massacrarsi, strangolarsi. È quello che vogliono fare e lo faranno comunque, indipendentemente da quanto cazzo frignate.” Lo scrive James Fearnley, membro della band, nella sua autobiografia (Here Comes Everybody).

Pensieri “natalizi” a parte, Jem Finer, coautore (e banjo player) di Fairytale of New York, inizialmente cercò di scrivere una canzone su un marinaio che a Natale sente la mancanza della moglie, ma fu proprio la moglie di Finer, Marcia Farquhar, a cassare immediatamente l’idea, etichettandola come banale. “Va bene, allora trova tu una storia più originale”, replicò lui. E così fu. Il grosso della trama (ispirata alla relazione di due amici newyorchesi) venne proprio da Marcia: una coppia attraversa un momento difficile, ma poi in qualche modo trova la redenzione. MacGowan all’epoca non aveva nemmeno mai visto New York e forse è per questo che ci ha messo due anni a scrivere la perfetta favola di Natale americana, che, per farla più semplice, è un po’ un litigio in tre atti.

C’è il ricordo della magia dei primi tempi:

“You were handsome. You were pretty
Queen of New York City
when the band finished playing, they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
we kissed on a corner
then danced through the night.”

(eri bello. eri carina, regina di New York. quando la band smise di suonare, ne chiesero ancora. Sinatra dondolava, gli ubriachi cantavano. ci baciammo in un angolo e ballamo nella notte)

C’è la rabbia nel constatare che ormai quella magia è svanita per sempre:

“You’re a bum, you’re a punk
you’re an old slut on junk
lying there almost dead on a drip in that bed
you scumbag, you maggot
you cheap lousy faggot
happy Christmas your arse, I pray God it’s our last.”

(sei un mantenuto, sei un teppista. sei una vecchia puttana drogata, lì sdraiata quasi morta con la flebo in quel letto. tu feccia, tu verme, tu piccolo frocio da quattro soldi. Buon Natale coglione, prego Dio che sia il nostro ultimo)

E infine c’è la resa e l’incapacità di lasciarsi, nonostante tutto:

“I could have been someone
well so could anyone
you took my dreams from me
when I first found you
I kept them with me babe
I put them with my own
can’t make it all alone
I’ve built my dreams around you.”

(avrei potuto essere qualcuno. chiunque potrebbe esserlo. mi togliesti i sogni quando all’inizio ti trovai. li ho presi con me, piccola, li ho messi con ciò che mi appartiene. non posso farcela da solo, ho costruito i miei sogni attorno a te)

La prima versione era ambientata in Irlanda: “It was a wild Christmas Eve on the West coast of Clare. I looked ‘cross the ocean, asked what’s over there?”. E per Shane, a quanto pare, è stato un vero e proprio parto:

“È la canzone in assoluto più complicata che mi sia mai trovato a dover scrivere e cantare. Il bello è che invece sembra semplicissima.”

Elvis Costello, che nel 1985 aveva prodotto il loro Rum, Sodomy & the Lash, suggerì di chiamarla Christmas Day in the Drunk Tank, ma a MacGowan il titolo pareva poco accattivante e siccome Finer proprio in quel periodo stava leggendo il romanzo di James Patrick Donleavy, A Fairy Tale of New York, chiesero allo scrittore il permesso di utilizzare il suo.

A febbraio del 1986 i Pogues sbarcarono a New York per il loro primo tour americano e Shane si innamorò perdutamente della Grande Mela. La sera stessa del concerto, nel backstage si presentarono Peter Dougherty, che poi diresse il video della canzone, e Matt Dillon, che nello stesso video recitò la parte del poliziotto che arrestava MacGowan.

Ai tempi, Fairytale of New York si è fatta soffiare il primo posto della classifica dalla versione di Always on My Mind dei Pet Shop Boys, ma Shane non se n’è mai fatto un cruccio: “L’importante per me era arrivare al primo posto in Irlanda. Del resto non ho mai pensato che gli inglesi avessero buon gusto.”

Riferimenti:
Fairytale of a fairytale (BBC, 21 dicembre 2007)
Here Comes Everybody by James Fearnley – review, Alexis Petridis (The Guardian, 14 giugno 2012)
Fairytale of New York: the story behind the Pogues’ classic Christmas anthem, Dorian Lynskey (The Guardian, 6 dicembre 2012)
The making of Irish Christmas song “Fairytale of New York” by The Pogues, Niall O’Dowd (Irish Central, 12 dicembre 2016)

il cinema e le bugie su Joni Mitchell

Era un po’ che volevo farlo. Ne sentivo tremendamente il bisogno. “Fare cosa?”, vi starete chiedendo. Raccogliere le scene dei film in cui viene citata Joni Mitchell e raccontare gli stereotipi legati alla sua musica.

Lo so, molti di voi probabilmente non sanno nemmeno chi sia Joni Mitchell (mi riferisco a quelli che hanno avuto poco a che fare con la sottoscritta, dato che gli altri sono stati prontamente evangelizzati) (beh, che aspettate? googlatela immediatamente!), ma sono quasi certa che tutti abbiate visto almeno uno dei film che sto per citare qui sotto. Ecco perché non posso permettere che viviate nella menzogna. Schiavi di sceneggiature tendenziose e colme di fake news. Questo è un post per farvi aprire gli occhi.

“Sieeeeti caaaldi?” Ok, let’s start!

1. Joni Mitchell è complicata

“Io non potrei mai stare con qualcuno a cui piaccia Joni Mitchell. ‘Son nuvole false, se non sbaglio. Io le nuvole non le conosco.’ Cosa vuol dire? È un pilota, per caso? Dev’essere una metafora, ma non so cosa voglia dire.”

Lo dice Tom Hanks in You’ve Got Mail (concedetemi di lasciare soltanto il titolo originale. tanto ci siamo capiti. la traduzione si è troppo defilippizzata per i miei gusti), mentre una Meg Ryan piuttosto basita, che più volte fa riferimento alle canzoni di Joni nel film (qui, per esempio, cita River), sembra pensare “questo è proprio un cretino presuntuoso”.

Troppe metafore, signora Mitchell. Perché servirsi di tutti quei sottotesti, quando si potrebbe parlare forte, chiaro e a tutti indistintamente?
A Pascoli e a Montale avreste detto la stessa cosa forse? Ah, no? Sessisti!

2. Joni Mitchell è triste

Il film in questione è Love Actually (L’amore davvero). Marito (Alan Rickman) e moglie (Emma Thompson) stanno scartando i regali di Natale assieme ai figli. Premessa: in una scena precedente a questa, tra i due c’è già stato lo scambio verbale che segue: “Cos’è che stiamo ascoltando?”, chiede lui. “Joni Mitchell.” “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” “La amo… e il vero amore dura tutta la vita. Joni Mitchell è la donna che ha insegnato alla tua gelida moglie inglese cos’è un’emozione.” “Davvero? Ah… bene, un giorno o l’altro le scriverò per ringraziarla.” (fa anche lo spiritoso…). Già la povera Joni non partiva proprio benissimo. “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” suona come “dai, è musica da ragazzine. Sei una donna adesso.”

Ma torniamo ai regali di Natale. Emma scarta il dono che le ha fatto il marito e cosa trova nel pacchetto? Both Sides Now, disco orchestrale di Joni del 2000. A quel punto si allontana, fa partire il cd in camera da letto e si ritrova in lacrime (la canzone incriminata, quella che dà il titolo al cd, peraltro è la stessa delle nuvole che infastidivano Tom Hanks). Le canzoni di Joni Mitchell sono tristi. Joni Mitchell vi farà piangere. Eh, no! La verità è che Emma si aspettava un gioiello che invece è finito al collo di un’altra donna, l’amante del marito. Quindi, mettetevi il cuore in pace, avrebbe pianto comunque. Anche su un pezzo di Elio E Le Storie Tese, per dire.

3. Se sei un uomo e ti piace Joni Mitchell, sei gay

Agli uomini, quelli alfa dominanti, Joni Mitchell non può piacere. Lo sostiene senza troppi giri di parole la pellicola The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene). Anche se, come abbiamo visto nei filmati precedenti, si tratta di una teoria gettonatissima.

Ma vediamo che succede in questo film. Annette Bening trova Blue tra i vinili di Mark Ruffalo, padre biologico dei suoi figli, e se ne compiace (lei e Julianne Moore interpretano una coppia lesbo che è ricorsa appunto a un donatore per procreare). A dire il vero, Annette rimane piuttosto sorpresa, dato che, come dice, “è difficile trovare ragazzi etero a cui piaccia Joni Mitchell”. L’emozione di aver figliato con un animale raro è talmente grande, che si mette subito a cantare dalla gioia. Intona All I Want, il pezzo che apre proprio quel disco del 1971. E Julianne Moore, pur essendo lesbica, per l’entusiasmo ci va a letto (con l’animale in via di estinzione). Morale: alla stragrande maggioranza dei “veri uomini” Joni Mitchell non piace, anche se quei tre gatti che invece l’apprezzano potranno trasformare l’acqua in vino e moltiplicare pani e pesci. E ho detto tutto.

Decisamente, mi sento autorizzata ad affermarlo, tra Joni Mitchell e il grande schermo non è mai corso buon sangue.

“Nico, 1988” non è (solo) un film su Nico

Dopo averci dormito sopra sono giunta alla seguente conclusione: Nico, 1988 è un film splendido, penalizzato dal fatto che sia appunto (considerato) “un film su Nico” (un po’ anche dai pregiudizi – onestamente comprensibili, di ‘sti tempi – legati al cinema italiano).

Mi spiego meglio. Ieri sera al Cinema Beltrade, qui a Milano, saremo stati in 10 a dir tanto a vedere il film di Susanna Nicchiarelli. Una manciata di duri e puri, musicofili incalliti, nostalgici dei Velvet Underground, della Factory di Andy Warhol e di Lou Reed naturalmente. Probabilmente nemmeno così consapevoli di chi fosse davvero Christa Päffgen, che per tutto il film cerca invano di scrollarsi di dosso un nome d’arte diventato scomodo: “Don’t call me Nico, call me by my real name: Christa”.

Se, prima della proiezione, avessi intervistato uno qualunque dei presenti in sala e gli avessi chiesto di dirmi un paio di titoli dei suoi pezzi, probabilmente mi avrebbe risposto All Tomorrow’s Parties o Femme Fatale, il più attento magari avrebbe citato anche These Days, ma queste non sono canzoni sue. Non portano la firma di una professionista che in qualche modo vuole sia resa giustizia al suo lavoro: “My life started after the experience with the Velvet Underground. I started making my own music.”.

E rendere giustizia a questa pellicola, significa dire che Nico, 1988 non è soltanto il docufilm su una cantante “rock”, ma è la storia di una donna bellissima eppure infelice. “Am I ugly?”, chiede in una scena al suo manager. E quando lui, scherzando, risponde di sì, lei replica così: “I want to be ugly, I wasn’t happy when I was beautiful”. È il ritratto di una madre che non essendo in grado di prendersi cura del proprio figlio (il padre, Alain Delon, non ha mai voluto riconoscerlo), lo affida ai suoceri e lo ritrova soltanto anni dopo, non proprio in ottime condizioni (Ari Päffgen, come lei, è passato da una droga all’altra, oltre ad aver tentato più volte il suicidio). Nico, 1988 racconta il punto di vista di un’artista che non ha mai voluto essere amata da chiunque indistintamente, ma che ha sempre cercato il consenso di quelli davvero in grado di comprenderla. (E qui mi è tornata in mente Sylvia Plath: “Of wanting, in a juvenile way, […] to be loved by a man who admired me, who understood me as much as I understood myself”.)

Non fraintendetemi però, Nico è un film denso di musica. La scena del concerto di Praga in cui, in piena crisi d’astinenza, Trine Dyrholm (straordinaria attrice protagonista su cui tornerò tra poco) canta My Heart Is Empty, credo sia una delle più intense rappresentazioni di live mai viste sul grande schermo. Ci sono anche pezzi che non ti aspetti: Big in Japan e Nature Boy, per esempio. E ci sono i suoni che Nico cercherà di catturare un po’ ovunque con l’inseparabile registratore. Ma sopra ogni cosa, c’è il timbro particolarissimo della sua voce (Trine riesce a renderla in maniera quasi impeccabile), che Warhol una volta definì così: “an IBM computer doing an impression of Greta Garbo”.

Quello che voglio dire è che Nico, 1988 è innanzitutto una storia, appassionata e struggente, che merita di essere vista indipendentemente da Nico, anche per i motivi elencati qui sotto.

Cose che sono rimaste

La fotografia, con questa tonalità di verde cupo che permane in tutta la pellicola, ad eccezione soltanto dell’apertura e della scena finale (entrambe ambientate a Ibiza), in cui tutto esplode nella luce.

Il volto di Trine Dyrholm e l’infinità di espressioni su di esso. Un’interpretazione davvero fuori dal comune.

I titoli di coda che vorresti non finissero mai, perché li accompagna una splendida versione di Big in Japan cantata sempre da lei.

Un libro: le poesie di William Wordsworth, da cui Nico ha tratto il titolo di un album del 1968.

“Of moon or favouring stars, I could behold
The antechapel where the statue stood
Of Newton with his prism and silent face,
The marble index of a mind for ever
Voyaging through strange seas of Thought, alone.”

Restano anche gli inserti della Factory di Warhol (filmati originali), gli scorci di Manchester, le immagini di lei bambina tra le macerie. E, mio malgrado, resteranno anche le camicie improponibili dell’impresario di Nico.

Le mie citazioni preferite

“I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both places are empty”. Lo dice Nico, mentre mangia un piatto di spaghetti al pomodoro, a proposito della sua carriera e del suo desiderio di normalità.

Noel Gallagher odia il rock

Noel Gallagher

Quando qualche anno fa ho fatto una chiacchierata con Noel Gallagher (era il 2012, per Riders), ho scoperto una cosa che non avrei mai immaginato, vista la fama di burberi che ha sempre aleggiato sugli Oasis: lui fa davvero molto ridere. Nel senso buono del termine, intendiamoci. L’altra cosa che ho imparato è che se ti trovi in una stanza con Noel, sentirai più “fuckin'” in un paio d’ore lì, di quelli che hai sentito nel corso di tutta la tua esistenza.

Oltre a essere particolarmente simpatico, c’è da aggiungere che il “ragazzo” non le manda a dire e anche stamattina, durante la conferenza stampa di presentazione del suo nuovo album, Who Built The Moon?, ha regalato diverse perle.

Per esempio, ecco cosa pensa del rock: “Il rock ha ucciso il rock’n’roll. Oggi c’è troppa gente coi capelli colorati e piena di tatuaggi che urla. Questo cosa c’entra col rock? Che cazzo urlate a fare? Datevi una cazzo di calmata! Shhhhhhh!”. Ovviamente non si è trattenuto dal fare nomi e cognomi: Dave Grohl, Green Day e Queens Of The Stone Age in prima linea. “Per me urlano troppo.”

Noel Gallagher - press conference

Quando si tratta di musica insomma, Noel ha le idee chiare: sì a Kasabian, ma anche a U2 e Primal Scream. Poi naturalmente ci sono gli amici del cuore, Paul Weller (è anche suo vicino di casa) e Johnny Marr, che hanno partecipato all’album. E consiglia di ascoltare i Jungle: “il loro è uno dei dischi migliori degli ultimi anni”.

Alle liti di famiglia ormai siamo abituati: “L’altro tizio (Liam Gallagher, n.d.r.) sembra davvero arrabbiato. Non ho ancora capito per quale motivo. Se lo scoprite prima di me, per favore fatemelo sapere. Credo abbia bisogno di una terapia psichiatrica.”
Questa volta però non si è salvata nemmeno la regina Elisabetta e a chi gli ha chiesto un commento sui Paradise Papers, ha risposto ironico: “Ah, la regina non paga le tasse? Cazzo, questa sì che è una sorpresa!”.

Who Built The Moon? è il frutto della collaborazione col produttore e compositore di Belfast David Holmes. “All’inizio David mi tirava scemo: ogni volta che i pezzi che gli facevo ascoltare si avvicinavano in qualche modo allo stile Oasis o alle prime cose degli High Flying Birds, me li cassava e mi faceva rifare tutto. In realtà poi ho capito che è stata una gran fortuna lavorare insieme a lui. Il risultato è un sound diverso da tutto quello che ho fatto in passato, è cosmic pop.”
E già dal singolo Holy Mountain, con l’intro che potrebbe essere un mash-up di Let’s Stick Together (Bryan Ferry) e Who Said (Planet Funk), questa diversità effettivamente si sente.

Battute a parte, il più “vecchio” dei Gallagher diventa serissimo quando si parla di musica: “Deve combattere le brutture del mondo. Oggi tutti non fanno altro che gridare le notizie del giorno. Che noia! Io invece faccio musica per dare speranza e in questo mi ritengo un rivoluzionario.”
Una positività che traspare anche dai testi di Who Built The Moon?: “It’s a beautiful dream. It’s a beautiful night. It’s a beautiful world when we dance in the light. All that is real and all that is mine is right.”

Cesare Cremonini e i tortelli

Cremonini (GQ, agosto 2006)

Siamo sempre nell’ambito ripescaggi e questa intervista a Cesare Cremonini è uno dei primi pezzi di musica che scrivo per GQ (a rileggerla oggi, mi viene da dire che si vede…). Corre l’anno 2006 (agosto, se non ricordo male) e deve passare ancora parecchia acqua sotto i ponti prima di Poetica (il singolo uscito oggi, n.d.r.). Per farla, l’intervista, mi mandano in Emilia e mi costringono persino a mangiare crescentine e tortelli. Che s’ha da fa’ pe’ campa’…

La verità è che io Cesare vorrei intervistarlo di nuovo. Per chiedergli come diavolo si chiamava la trattoria sui colli bolognesi dove mi ha portato quella volta. Non mi sono mai più ricordata il nome e vorrei tanto, ma tanto, tornarci.

Fine dei preamboli. Ecco l’intervista.


Ore 12.30 – LO STUDIO

L’appuntamento è fissato presso lo studio di registrazione di Cesare, a Casalecchio di Reno. Obiettivo: trascorrere 5 ore nel cuore dell’universo di Cremonini (enfant prodige del pop italiano, un milione di copie vendute col primo album, Squerez), il che farebbe sicuramente gola a molte ragazzine. (Non solo: ho un’amica che va per i 30 e una collega vicina ai 40 che farebbero carte false per incontrare l’ex leader dei Lùnapop). Cosa generi questa “dipendenza” sarà la materia di studio delle prossime ore.
Le porte del 40 Special Studio (il nome omaggia la più grossa hit dei Lùnapop, anno 1999) si aprono su un enorme appartamento, dalle pareti rosso fuoco, «arredato Ikea», spiegherà poi Cesare. Lui, seduto al pianoforte, si alza per fare gli onori di casa, con Ballo, fidato amico e musicista, e dopo una breve visita dello studio, confessa di avere fame: «conosco un’antica trattoria dove si mangia come dalla nonna».

Ore 13.30 – LA TAVOLA
La prima cosa che bisogna sapere di Cesare, oltre al fatto che è davvero alto (tanto da doversi chinare per entrare al ristorante), è che gli piace mangiare (anche se dalla linea non si direbbe). Inizialmente un po’ schivo, si scioglie immediatamente davanti a crescentine con salumi misti e tortelloni di magro. Dall’antipasto alla chiacchierata il passo è breve.
Come stai trascorrendo questa estate?
«Faccio un po’ di concerti in giro, sto scaldando il motore per l’autunno. Si tratta di concerti elettrici, molto energici e in location spartane: piazze, spiagge, campi sportivi».
Concerti diversi da quelli di primavera.
«Quella nei teatri è stata una scommessa, una sfida. Non credevo che sarei riuscito a fare concerti che non ti fanno sudare. Eppure tutto è andato bene, con un pubblico molto variegato. Dai ragazzini ai 50enni. Non mi piace ragionare in termini di target: si dice che Biagio Antonacci sia ascoltato dalle shampiste, io dalle ragazzine ecc: sono tutte stronzate».
Quindi niente vacanze?
«In realtà per me il tour è la vera vacanza. Significa rilassarmi, divertirmi e soprattutto uscire dal mio studio, che ormai è praticamente diventato una casa-prigione».
Quali sono le tue sensazioni sul palco?
«Una volta salito, la sensazione è grandiosa. Ma ti confesso che prima di ogni concerto faccio entrare in camerino un paio di amici fidati e di solito me ne esco con un “io-mollo-tutto-e-me-ne-vado”. Certe volte mi rendo conto che mi sono infilato in qualcosa che è più grande di me. Poi questa certezza mi sprona ad andare avanti. Come dire: ormai ci sono dentro…».

Cremonini (GQ, agosto 2006) - 2

Che sia stato costretto a crescere piuttosto in fretta, è un’altra cosa che Cesare non nasconde. E fa capire di aver pagato la popolarità anche a caro prezzo. Quello di una automobile, tanto per cominciare…
«Diventare famoso a 20 anni ha avuto i suoi pro, ma anche i suoi contro. Mi ricorderò sempre di quella volta in cui ho posteggiato la macchina per andare dal tabaccaio e, quando sono uscito, l’ho trovata distrutta. Di questo genere di “scherzi” ne ho subiti parecchi».
Il flusso di parole viene interrotto dal caffè. È giunto il momento di ritornare al 40 Special.

Ore 15.00 – LA POLTRONA
Di nuovo a “casa”, Cesare si siede sulla sua poltrona in pelle nera, accanto al piano.
Nel tuo futuro cosa vedi?
«Coltivo un progetto, anche se ancora non so quando si realizzerà esattamente. La mia idea è quella di tornare a fare il leader di una band. Nei panni di cantautore mi trovo bene, ma in un certo senso ho voglia di levarmi un po’ di peso dalle spalle. La formula della band potrebbe darmi anche un po’ di tregua, da quel punto di vista».
Che musica ascolti in questo periodo?
«I punti di riferimento sono sempre stati Freddie Mercury, Bob Dylan e Francesco De Gregori. È colpa di Dylan se ho cominciato a cantare come De Gregori. In un certo senso De Gregori è stato rovinato da Dylan. Dylan è De Gregori».
Sei proprio sicuro?
«Forse sto esagerando un po’. Tra le band recenti, trovo interessanti i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys. Purtroppo sono gruppi che rimarranno sempre intrappolati in quel genere. Di solito sfornano un ottimo album d’esordio, ma poi difficilmente quello successivo soddisfa le aspettative».
E del tuo nuovo album cosa racconti?
«Sul nuovo album mi è stato chiesto espressamente di non spifferare troppo, visto che sono noto per essere uno che difficilmente sa tenere un segreto».
Quindi è tutto già pronto?
«I nuovi brani li ho scritti già da tempo, anzi, mi toccherà scartarne alcuni. Per me scrivere musica è un modo di comunicare, che attinge da ciò che vivo, dalle mie emozioni. Se fai musica in questo modo, l’ispirazione può venir meno soltanto quando non hai più niente da dire».
Come ti sei sentito sul set fotografico?
«Stare davanti all’obiettivo mi piace, mi diverte molto. In fondo sono un vanesio. Sono abituato a fare servizi fotografici e la macchina fotografica non mi spaventa, anzi, m’intriga questo gioco di pose e di scatti».
Che rapporto hai con il mondo della moda e delle mode?
«Quand’ero coi Lùnapop, in cui mi vestivo in maniera molto eccentrica e mi ispiravo a Freddie Mercury, andavo pazzo per paillettes e lustrini. Poi, da solista, il look è passato in secondo piano. Non m’interessava più. Mi vestivo come capitava e andavo in giro trasandato e con la barba incolta. Ora sto attraversando una fase intermedia: mi curo, perché mi fa sentire meglio, ma non sono certo fissato con la moda».

Ore 17.00 – L’ADDIO
Le prove devono ricominciare e Ballo, nella stanza accanto, ha già imbracciato il banjo. È ora di rientrare. Tra me e me penso che amica e collega non hanno tutti i torti.

Tori Amos, l’intervista (quasi) inedita

Tori American Doll Posse

La mattina del 12 aprile 2007, in una suite del Principe di Savoia (a Milano), mi ritrovo faccia a faccia con Tori Amos. Parte di quella chiacchierata esce poi sul numero di maggio di GQ. Il grosso però, come spesso accade, rimane in una registrazione che conservo gelosamente. Dato che ormai l’intervista è ampiamente caduta in prescrizione (e soprattutto devo togliere un po’ di polvere da questo blog), direi che è giunto il momento di riproporla in versione integrale.

Prima di partire in quarta però, vediamo di inquadrare un po’ meglio quel preciso momento storico. Al cinema, qui da noi, è un periodo di gran bei film: Le vite degli altri, Io non sono qui, La promessa dell’assassino, per citare i miei preferiti. La musica è donna: Patti Smith sta per pubblicare un disco di cover (Twelve) e Charlotte Gainsbourg, vent’anni dopo il suo debutto discografico, ha deciso di riprovarci con 5:55, facendo parlare parecchio di sé questa volta. Sul fronte editoriale invece è l’inizio della fine: in libreria stanno facendo il botto Fabio Volo e Federio Moccia. Ma torniamo a Tori. È in giro per presentare il suo nuovo album, American Doll Posse. Ne è passata di acqua sotto i ponti da Little Earthquakes (1992), Under The Pink (1994) e Boys For Pele (1996), il trittico che l’ha consacrata alla storia come talentuosa cantautrice, nonché sexy divinità del pianoforte e nel frattempo è diventata anche mamma (una bimba che – all’epoca dell’intervista – ha sei anni). Per concludere, se American Doll Posse fosse stato un libro, visto il panorama generale, avrebbe fatto un figurone. Se fosse stato un film, beh, le avrebbe prese. Siccome è un disco, io lo collocherei nel girone dei #benemanonbenissimo (anche detti #sipuòdaredipiù). [da estimatrice della rossa, ritengo abbia fatto di meglio. forse però questo è stato anche il disco dei suoi ultimi picchi creativi. da lì in poi francamente io e lei ci siamo un po’ perse di vista. senza rancore s’intende]

Ora passiamo a cose più serie. Signore e signori, l’intervista.

Ascoltando il tuo nuovo album, salta immediatamente all’orecchio l’incredibile varietà di suoni e di stili musicali. È come se le canzoni fossero state scritte davvero da donne diverse. Che nesso c’è tra il modo in cui sono nate e la scelta di creare cinque personaggi per rappresentarle?
Dopo aver ascoltato così tanta musica per anni, forse era arrivato il momento di allargare i miei orizzonti di compositrice. Ho sempre creduto che siano le canzoni ad arrivare da te quando sei pronto per farne qualcosa e questa volta ho capito subito che non si sarebbe trattato di un disco da cantautrice. Sta volta avrei fatto parte di una band. Sono state le singole canzoni a delineare il loro stile, io mi sono fatta un po’ da parte, allontanandomi anche dai miei gusti musicali personali.

Viene naturale il parallelismo tra le Strange Little Girls e le bambole americane della posse. Cosa ti ha spinto a creare degli alter ego proprio per questi due album?
Se non avessi fatto Strange Little Girls, non sarei mai stata in grado di affrontare la complessità di quest’ultimo progetto. Quello è stato l’inizio di un lavoro con più personaggi, proprio perché si trattava di un disco di canzoni scritte da altri. La sfida in quel caso è stata presentare nel modo migliore del materiale che non mi apparteneva, cercando di lasciarne intatta l’essenza. Anni dopo mi sono resa conto che le canzoni a cui avevo reso omaggio avevano generato cinque forze energetiche distinte e American Doll Posse è un po’ il prodotto di queste forze.

Mentre lavoravi al disco, stavi leggendo o ascoltando qualcosa in particolare che ti ha influenzato e ispirato?
Sono tornata indietro agli anni sessanta e settanta, a Jim Morrison e i Doors, a Jimi Hendrix. Per Teenage Hustling ho preso spunto da The Damned e dai Sex Pistols. Quello che mi ha influenzato maggiormente è stata l’energia dei Public Image Ltd. Jon Evans, il bassista, è appassionato di blues e jazz. Mac Aladdin è decisamente più punk e il suo influsso si sente soprattutto in Big Wheel. Con questo intendo dire che non è un album in cui dei musicisti accompagnano una cantautrice, anche a livello di produzione è completamente diverso da tutto quello che ho fatto prima, questo è a tutti gli effetti un lavoro in gruppo.

Leggendo alcuni testi di American Doll Posse, ho ritrovato un po’ dell’energia, delle cicatrici e della passione che caratterizzavano Little Earthquakes. Mentre da Scarlet’s Walk in poi mi eri sembrata più concentrata su tematiche politiche e sociali, oggi sei tornata ad occuparti di Tori?
I due dischi prima di questo (Scarlet’s Walk, 2002 e The Beekeeper, 2005, n.d.r.) sono stati i miei primi da mamma e quando diventi madre, se sei abbastanza “grande”, cominci a pensare al mondo in cui hai fatto nascere tuo figlio. Prima di avere figli hai moltissimo tempo da dedicare a te stessa, tempo necessario per comprendere chi sei, ma quando diventi madre il cambiamento non è piccolo, è enorme se ci metti dell’impegno. Certo, se tuo figlio è un accessorio, come una borsa, probabilmente nella tua vita non cambierà assolutamente nulla. Continuerai a fare tutto quello che facevi prima. Lo lascerai alla nonna e alla bisnonna e saranno loro a crescerlo. Se invece ascolti tuo figlio, se comunichi con lui e te ne prendi cura in prima persona, non puoi non domandarti come sarà il mondo quando lui sarà grande. Potrebbe essere uno scenario spaventoso, se continuiamo a vivere con i paraocchi. Ecco perché, come dici, quegli album trattano tematiche più sociali. Oggi Tash (la figlia Natashya, n.d.r.) sta crescendo e so che è in grado di capire che esistono ferite e cicatrici che noi donne ci portiamo dietro. Prima sarebbe stato durissimo per lei rendersi conto che anche sua madre ha sofferto e può soffrire. In qualche modo ho voluto proteggerla e io stessa ero molto concentrata sul mio compito di “allevatrice”. Poi due anni fa l’America ha preso una decisione (riconfermare il mandato di George W. Bush, n.d.r.), non mettendo fine a un governo assolutamente irresponsabile. Quando è successo io vivevo in America e per me è stato come se un tomahawk (accetta da battaglia dei nativi americani, n.d.r.) fosse venuto fuori dal suolo e fosse caduto direttamente sui miei fianchi. Ho sentito che le mie antenate mi stavano parlando: “Tori, è giunto il momento di chiamare a raccolta le donne. Dovete ricordarvi chi siete. La vostra discendenza è fatta di donne forti”.

A proposito di Bush, la prima canzone dell’album (Yo George) è dedicata a lui.
George W. Bush è soltanto un dito del braccio che si estende fino ai media, alla propaganda e a ogni sfaccettatura dell’America e questo braccio è il cristianesimo, che zittisce le donne e chiede loro di essere remissive. Contempla solo due tipologie di donne: Maria Vergine e la Maddalena, la madre sacra e la puttana attraente. Ma tutte noi sappiamo che la questione è molto più complessa di così e nella mitologia greca per esempio esistevano più sfumature della femminilità. Ecco perché ho deciso di dare vita a questa banda di donne differenti, per contrapporla a un patriarcato imperante. In qualche modo sono riusciti a convincerci che la bugia è migliore di qualsiasi altra scelta e anche cambiare presidente non porterà a una soluzione finché non prenderemo coscienza del problema. La consapevolezza non può arrivare dall’esterno, ma deve arrivare da ognuna di noi e una madre che lavora e si occupa dei figli, quando torna a casa, non ha materialmente il tempo di guardare dentro se stessa. Ecco perché è nato questo disco: volevo che la mia musica fosse un ricostituente, volevo regalare un po’ di forza alle donne. Non sono una cospiratrice, ma sono certa che è più facile mettere a tacere una donna se la spingi a combattere una guerra interiore tra la sua razionalità e le sue passioni.

Il mio tempo sta per scadere. Mio malgrado tocca tornare ad argomenti più leggeri per così dire. Sento molto anche i Beatles in quest’ultimo tuo lavoro. Penso a Mr. Bad Man, Girl Disappearing, Programmable Soda. Dal vivo fai spesso cover delle loro canzoni. C’è un loro disco a cui sei più affezionata?
Sin da quando ero bambina, li ho ascoltati tantissimo e per me significa davvero molto vedere che te ne sei resa conto. Se devo coinvolgere degli uomini nel mio lavoro, loro sono sicuramente tra i più importanti. Assieme ai Led Zeppelin per You Can Bring Your Dog, i Doors per Father’s Son, David Bowie per Digital Ghost, i T. Rex per Body And Soul. Una lista che potrebbe continuare all’infinito. Avevo soltanto tre anni quando mio fratello mi faceva ascoltare tutti i dischi dei Beatles e mio marito suona continuamente la loro musica a nostra figlia. Lei li adora. Questa è la cosa incredibile: dagli anni sessanta fino ad oggi, i Beatles mettono d’accordo grandi e piccini, giovani e vecchi. Una delle canzoni che mia figlia preferisce di American Doll Posse è proprio Girl Disappearing e credo sia perché le ricorda quel genere di suono.

Come sarà il tour di un disco così complesso e pieno di donne?
Sarà una vera e propria esplosione rock. Ogni data inizierà con una delle donne della posse, che non sono io, ma poi a un certo punto verrà fuori anche Tori. L’idea è quella di raccontare una storia, non di portare tante ragazze sul palco. Non è una performance di bambole sexy, è una posse. È molto diverso.

sunglasses playlist

La primavera è in fiore. Le calze spariscono, le gonne si accorciano e appena il vento soffia un po’, da lontano arriva l’odore dell’estate. Anche la luce è cambiata: ora più decisa e abbagliante, fa la felicità di chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.).

La sottoscritta dunque non poteva esimersi dal cogliere la palla al balzo e confezionare una playlist di musica per gli occhi, anzi, per gli occhiali.

Loom (Ani Difranco)
Apre le danze lei, la ragazzaccia con la chitarra. E sfacciata canta: “Se mi prometti di levarti quegli occhiali scuri, non farò nulla che tu non possa raccontare a tua moglie.” (Quelli che… prima di provarci, voglio guardarti negli occhi. Non sarai mica strabico?)

Shades (Iggy Pop)
Prima dei comunisti col Rolex, c’era lui, il punk con un debole per gli occhiali da sei milioni di dollari. “Questi sono gli occhiali più belli che abbia mai visto. Puoi essere la mia ragazza per l’eternità! Non credevo di valere così tanto.” (Quelli che… per arrivare al cuore di un uomo a volte basta un paio d’occhiali. Costosissimo però.)

Cheap Sunglasses (ZZ Top)
Per loro gli occhiali da sole sono uno status symbol. Non c’è scatto o live in cui non li abbiano addosso. “Aveva un’andatura dolce come melassa, ma quello che mi ha conquistato davvero erano i suoi occhiali a buon mercato.” (Quelli che… se ne fregano delle griffe, perché sanno essere cheap and chic.)

Sunglasses After Dark (The Cramps)
“Ora vi spiego come essere davvero cool: occhiali da sole quando fa buio!”. Che detto da uno che si faceva chiamare Lux… (Quelli che… – per stravolgere Allan Poe – noi che mettiamo gli occhiali da sole di notte sappiamo molte cose che sfuggono a chi li mette soltanto di giorno.)

Dark Sunglasses (Chrissie Hynde)
Anche lei, che passava il sabato sera in lavanderia e lavorava sodo per racimolare qualche quattrino, non bada a spese quando si tratta dell’accessorio fashion per eccellenza. (Quelli che… niente è più glamourous di un paio d’occhiali scuri.)

Outlaw Blues (Bob Dylan)
Dylan ha sempre amato nascondersi e ha fatto degli occhiali neri il suo dettaglio di stile, un’indispensabile barriera tra il suo personaggio e il resto del mondo. “I miei occhiali scuri e il mio dente cariato come porta fortuna.” Del resto, che altro serve nella vita? (Quelli che… ritiro il Nobel solo se riesco a comprarmici un bel paio di Ray-Ban nuovi di zecca.)

Shades (Dean Martin)
Non hai mai visto un uomo piangere? (cit.) Continuerai a non vederlo, perché Dean le lacrime le nasconde dietro un bel paio di occhialoni da sole. Anche se “dietro a questi occhiali posso nascondere i miei occhi rossi, ma il mio cuore spezzato no”. (Quelli che… boys don’t cry.)

Take Off Your Sunglasses (Ezra Furman and the Harpoons)
E, per chiudere, una vivace canzonetta con tanto di armonica e paragone ardito: “Non chiedermi di levarmi gli occhiali, è come se chiedessi a te di togliere i lacci delle scarpe.”
(Quelli che… toglietemi tutto, ma non i miei occhiali da sole.)

La playlist la ritrovate tutta qui (quasi tutta, a dire il vero. la canzone di Dean Martin su Spotify non l’hanno proprio considerata. “povero Martin, meglio ripartire”.).
Buon sole e occhio agli occhiali!