sunglasses playlist

La primavera è in fiore. Le calze spariscono, le gonne si accorciano e appena il vento soffia un po’, da lontano arriva l’odore dell’estate. Anche la luce è cambiata: ora più decisa e abbagliante, fa la felicità di chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.).

La sottoscritta dunque non poteva esimersi dal cogliere la palla al balzo e confezionare una playlist di musica per gli occhi, anzi, per gli occhiali.

Loom (Ani Difranco)
Apre le danze lei, la ragazzaccia con la chitarra. E sfacciata canta: “Se mi prometti di levarti quegli occhiali scuri, non farò nulla che tu non possa raccontare a tua moglie.” (Quelli che… prima di provarci, voglio guardarti negli occhi. Non sarai mica strabico?)

Shades (Iggy Pop)
Prima dei comunisti col Rolex, c’era lui, il punk con un debole per gli occhiali da sei milioni di dollari. “Questi sono gli occhiali più belli che abbia mai visto. Puoi essere la mia ragazza per l’eternità! Non credevo di valere così tanto.” (Quelli che… per arrivare al cuore di un uomo a volte basta un paio d’occhiali. Costosissimo però.)

Cheap Sunglasses (ZZ Top)
Per loro gli occhiali da sole sono uno status symbol. Non c’è scatto o live in cui non li abbiano addosso. “Aveva un’andatura dolce come melassa, ma quello che mi ha conquistato davvero erano i suoi occhiali a buon mercato.” (Quelli che… se ne fregano delle griffe, perché sanno essere cheap and chic.)

Sunglasses After Dark (The Cramps)
“Ora vi spiego come essere davvero cool: occhiali da sole quando fa buio!”. Che detto da uno che si faceva chiamare Lux… (Quelli che… – per stravolgere Allan Poe – noi che mettiamo gli occhiali da sole di notte sappiamo molte cose che sfuggono a chi li mette soltanto di giorno.)

Dark Sunglasses (Chrissie Hynde)
Anche lei, che passava il sabato sera in lavanderia e lavorava sodo per racimolare qualche quattrino, non bada a spese quando si tratta dell’accessorio fashion per eccellenza. (Quelli che… niente è più glamourous di un paio d’occhiali scuri.)

Outlaw Blues (Bob Dylan)
Dylan ha sempre amato nascondersi e ha fatto degli occhiali neri il suo dettaglio di stile, un’indispensabile barriera tra il suo personaggio e il resto del mondo. “I miei occhiali scuri e il mio dente cariato come porta fortuna.” Del resto, che altro serve nella vita? (Quelli che… ritiro il Nobel solo se riesco a comprarmici un bel paio di Ray-Ban nuovi di zecca.)

Shades (Dean Martin)
Non hai mai visto un uomo piangere? (cit.) Continuerai a non vederlo, perché Dean le lacrime le nasconde dietro un bel paio di occhialoni da sole. Anche se “dietro a questi occhiali posso nascondere i miei occhi rossi, ma il mio cuore spezzato no”. (Quelli che… boys don’t cry.)

Take Off Your Sunglasses (Ezra Furman and the Harpoons)
E, per chiudere, una vivace canzonetta con tanto di armonica e paragone ardito: “Non chiedermi di levarmi gli occhiali, è come se chiedessi a te di togliere i lacci delle scarpe.”
(Quelli che… toglietemi tutto, ma non i miei occhiali da sole.)

La playlist la ritrovate tutta qui (quasi tutta, a dire il vero. la canzone di Dean Martin su Spotify non l’hanno proprio considerata. “povero Martin, meglio ripartire”.).
Buon sole e occhio agli occhiali!

nella mente di David Lynch

Entrare nella mente di David Lynch richiede una buona dose di coraggio (se avete visto anche soltanto un paio dei suoi film, ne converrete con me) e i registi di The Art Life (Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm) mi piacciono, perché sono dei temerari.

Anche se probabilmente (come la sottoscritta) si sogneranno di notte un paio di cosette:
1. La donna completamente nuda, con la bocca insanguinata, che David racconta di aver visto camminare davanti a casa sua quand’era bambino e viveva con la famiglia nell’Idaho.
2. Il racconto delle numerose vivisezioni che faceva (insetti, pesci, topi…), preoccupandosi di annotare minuziosamente le caratteristiche e la texture di ogni singolo frammento recuperato, viscere incluse.

[se la parentesi splatter vi ha turbato, non preoccupatevi: da qui in avanti è tutta discesa. mettetevi comodi, fate partire questa e rilassatevi]

Quello che mi ha colpito della regia

In questo documentario Lynch non parla, pensa. I suoi discorsi non hanno alcuna connessione col labiale (no, non è come negli urticanti fuori sincrono di Ghezzi), la bocca lui non la muove per nulla. La sua voce, registrata in altre circostanze, fa da tappeto sonoro alle sequenze in cui fuma (e quanto fuma!), a quelle in cui crea, mettendo mano a colla, vernici, smerigliatrice e gommapiuma. Fa da sottofondo ai vecchi filmati della sua infanzia e alle inquietanti animazioni dei suoi dipinti. Non siamo di fronte a una semplice intervista insomma (come quella a Iggy Pop in Gimme Danger, per intenderci), ma a un vero e proprio flusso di coscienza.

C’è molta luce in questa pellicola, una luce ostentata, spesso accecante. Tutta quella che non abbiamo (quasi) mai visto nei suoi film, qui trova spazio nel presente (nelle immagini di casa e nei giochi con sua figlia Lula) e fa da contrasto all’oscurità che avvolge il passato, le tele, le visioni e i sogni. Anzi, gli incubi.

Cose che sono rimaste

Un libro: The Art Spirit (Robert Henri). Consigliato a Lynch dall’artista e suo mentore Bushnell Keeler. Resterà per molti anni il suo testo guida.

Un fattaccio: Quando Lynch è studente, Peter Wolf, suo coinquilino per un breve periodo, una sera lo porta a un concerto di Bob Dylan e lui a un certo punto, nel bel mezzo dell’esibizione, prende e se ne va. “Nobody walks out on Dylan”, gli fa notare Peter. “I walk out on Dylan. Get the fuck out of here.”, risponde lui. Fine di una convivenza.

Le mie citazioni preferite

“The only thing that was important is what happened outside of school and that had a huge impact on me. People and relationships, slow dancing parties, big, big love and dreams, dark, fantastic dreams.”

“Accident or destroying something can lead you to something good.”

connessioni

connessioni (Jenny Holzer)

Ogni cosa è illuminata, secondo Jonathan Safran Foer. Ok. Ma soprattutto ogni cosa è in qualche modo collegata ad altre, aggiungo io. Esistono fili sottilissimi (spesso impercettibili) che uniscono oggetti, parole, pensieri, persone. E Jenny Holzer per me lo dice benissimo: “All things are delicately interconnected”.

Per quanto mi riguarda, ormai ne ho la certezza: fili invisibili legano le cose che ascolto, guardo e amo. E quando alcuni di questi decidono di palesarsi, mi ritrovo in qualche modo a pensare che nel (mio) caos tutto abbia il suo bel posticino predefinito.

Per esempio, sono ragazzetta, Lou Reed già lo adoro, ma nella mia stanza ascolto ossessivamente anche la Strambelli e rimango di stucco quando scopro questa:

(Che poi Patty ha cantato anche la sua versione di Walk on the wild side. Ma si tratta di un pezzo decisamente più inflazionato.)

Poi c’è quella volta di Jenny Holzer. Me ne innamoro dopo aver visto alcune sue opere a Siena, accompagnata da un cicerone d’eccezione. Qualche anno dopo guardo un film di Dennis Hopper (altro mio punto di riferimento artistico), Ore contate, in cui Jodie Foster fa la parte di un’artista concettuale che crea “scritte elettroniche”. Una su tutte richiama la mia attenzione: “Protect me from what I want”. E indovinate chi è la vera autrice? Jenny Holzer ovviamente.

E di nuovo. È il 2006, sono a Parigi, tappa obbligata al Pompidou. C’è una mostra che sembra interessante, Los Angeles 1955-1985 – Naissance d’une capitale artistique. Di chi è la foto della locandina? Di Dennis Hopper naturalmente.


Dennis Hopper, Double Standard, 1961.

Un caso che anche una delle mie primissime interviste io l’abbia fatta proprio a lui? I don’t think so.

Di recente ho scovato altre connessioni leggendo l’autobiografia di Diane Keaton. Non avrei mai pensato di trovarci dentro Amelia Earhart, che ha dato il nome a mia figlia (“I’ll never forget the day our next-door neighbor Laurel Bastendorf said, ‘Diane, you know who you look like?’ ‘Doris Day?’ I asked. ‘Oh no, this is far better. You look like Amelia Earhart, the famous woman pilot whose plane went down over the Pacific – you know, the national heroine? You could be mistaken for her daughter.'”), e Joni Mitchell, la mia cantautrice di riferimento (“During the early 1970s, Joni Mitchell’s ‘A case of you’ told me the story I wanted to hate but loved to hear. The story of goodbye. The perfect goodbye. The perfect loss. The perfect ache. Nothing does words better than music.”).

Ho scoperto dopo che Diane Keaton ha interpretato proprio la Earhart sul grande schermo. Per non parlare del fatto che uno dei pezzi che preferisco di Joni Mitchell fa riferimento proprio all’aviatrice statunitense.

E così via. Potrei andare avanti all’infinito, ma ne andrebbe del mio pranzo e della vostra pazienza.

musica tra il buio e il silenzio

Scrivo che è quasi notte. Il momento che preferisco, da sempre. Quello in cui mi riesce meglio qualunque cosa (o almeno così pare a me). Adoro camminare in bilico sul filo della mezzanotte per poi allungare il passo e andare oltre. Mi piace restare sospesa tra il buio e il silenzio.

Quand’ero ragazzina era la situazione ideale per studiare. Oggi è molto di più: è un varco interdimensionale, la porta per accedere al mio spazio senza tempo. Posso leggere, ascoltare, guardare e scrivere senza interruzioni, con la sensazione che i minuti che mi separano dalla mattina siano infiniti.

Stasera su consiglio di uno che (di musica) ne sa, sto ascoltando Leoš Janáček e dalla mia dimensione parallela voglio condividere la buonanotte perfetta.

Bonne nuit!

(music: Sur un sentier recouvert – Bonne nuit!, Leoš Janáček, Sarah Lavaud. photo: Bus stop, Astrid Kruse Jensen)

donne, motori e donne motrici

Poco fa, ascoltando in auto un vecchio disco di Prince, l’orecchio mi è cascato su Little Red Corvette. Diciamolo, suona sempre dannatamente bene nello stereo. L’avrò cantata a squarciagola diverse volte, ma senza mai fare particolare attenzione al testo.

Oggi invece riflettevo sulla prospettiva ribaltata: il latin lover, colui che seduce e abbandona ignare fanciulle in una quantità spropositata di canzoni (italiane, inglesi, francesi, ostrogote…), questa volta lascia spazio a una donna supercar, con molti cavalli a disposizione. Lei accelera a tal punto che il malcapitato TAFKAP si ritrova a supplicarla: “honey, you got to slow down”.

Al di là del fatto che la maggior parte della musica di Prince, come ben sappiamo, trasuda sesso da tutti i pori, ma non è questo il punto, ho cominciato a pensare ad altri pezzi (non suoi), che hanno messo l’uomo in ginocchio e (me lo dico da sola) ne è venuta fuori una playlist (tra il serio e il faceto) niente male. Al grido di “non di sole Florence Nightingale è fatto il mondo!”.

Little Red Corvette (Prince)
“I guess I must be dumb, ‘cause you had a pocket full of horses.” Una che, per parafrasare uno dei nostri, ha più clienti di un consorzio alimentare.

Femme Fatale (Velvet Underground)
“You’re put down in her book, you’re number thirty seven, have a look!” Quella che, per tenere il conto dei suoi incontri galanti, addirittura gira con l’agendina.

Cactus Tree (Joni Mitchell)
“There’s a lady in the city and she thinks she loves them all.” Tra le mie preferite, l’intellettuale con un uomo per ogni stagione.

Malafemmena (Totò)
“Si dolce come ‘o zucchero, però sta faccia d’angelo te serve pe’ngannà.” Naturalmente non poteva mancare la femme fatale partenopea.

Contessa (Decibel)
“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te. Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.” E, dulcis in fundo, la donna egocentrica piuttosto golosa che ha fatto arrabbiare Enrico Ruggeri.

(ne avrei molte altre da aggiungere, ma il mio tempo dedicato al cazzeggio per oggi finisce qui). Buon ascolto!

il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

buon compleanno, nonna

buon compleanno, nonna

quando qualcuno che ami se ne va, restano miriadi di piccole (grandi) cose: gli spazi che avete condiviso, quello in cui metteva cuore e anima, il modo in cui si prendeva cura di te…

mia nonna amava tanto la sua casa. la custodiva come un gioiello, ché fosse sempre pulita, in ordine e pronta per ospitarci (in questo, ahimè, io non ho preso da lei…).

mia nonna era una buona forchetta (e qui invece le somiglio parecchio). le piaceva moltissimo mangiar bene, ma ancora di più preparare prelibatezze. quello era il suo modo di coccolarci, ci stringeva tutti in un grosso abbraccio culinario. ogni vigilia di Natale si presentava a cena da noi con la sua memorabile teglia di cardi al burro e parmigiano. mentre a pranzo da lei i pezzi forti erano vincisgrassi, involtini e fegato alla veneziana. ricordo ancora perfettamente profumi e sapori. finché gli occhi e le mani gliel’hanno permesso, ha cucinato con amore per sé e per noi, apparecchiando scrupolosamente la tavola e versando generosamente vino rosso.

mia nonna amava leggere. c’è stato un periodo in cui mi chiedeva spesso consigli di lettura. tra gli altri le avevo prestato La diva Giulia, Il mondo secondo Garp e I ponti di Madison County. poi le avevo portato anche i film e li avevamo guardati assieme.

la cosa che più mi rimprovero da quando se n’è andata lo scorso maggio è di non averle mai raccontato molto di me, ma soprattutto di non averle chiesto di più di lei, del nonno e degli anni in cui io non ero nemmeno un pensiero.

poco prima di partire per le vacanze, ho passato un intero pomeriggio a casa sua, a frugare tra vecchie foto. ce n’erano di bellissime, ma la mia preferita è quella che ho postato qui sopra. è datata 8 agosto 1943, stava per compiere 23 anni.

proprio oggi avrebbe spento 96 candeline e la torta questa volta avrei proprio voluto preparargliela io.

buon compleanno, nonna!

coccole e musica a colazione

La colazione, che per un periodo ho completamente trascurato, saltandola anche a piè pari, da qualche anno ha raggiunto il podio nella mia personale classifica dei pasti più desiderati e irrinunciabili.

Io che sono sempre stata quella del “meglio 10 minuti di sonno in più e qualcosina di meno nella pancia”, oggi non mi accontento più di cappuccio e brioche consumati velocemente al bar, né tanto meno di un caffé trangugiato cinque minuti prima di uscire di casa.

Oggi la mia colazione è assai desiderata e pensata. Si tratta di una coccola tutta per me, dolce quanto basta e soprattutto sana. Sì, sana. Non sono mai stata una salutista: tra un vasetto di yogurt e uno di nutella, il mio cucchiaino ha sempre scelto il secondo. Ma aprire le danze in maniera salutare per me è un po’ come dire al corpo (e alla mente): “Anche se non sappiamo come andrà il resto della giornata, io e te stiamo cominciando col piede giusto”.

In tavola
Il latte che bevo da un annetto a questa parte è quello di mandorla. Denso, nutriente e leggero. Una vera delizia per il palato. Il mio preferito al momento è quello della cooperativa siciliana Valdibella. Esiste in due versioni: dolcificato con sciroppo d’uva e al naturale. Io ho scelto la seconda.

I biscotti sono una scoperta più recente, che risale più o meno all’estate scorsa. Li confeziona una pasticceria biologica di Lecco, il laboratorio artigianale Manzi. Da provare i baci grano saraceno e mandorle, i frollini miglio e mandorle e i fior di riso al cocco. Tutti prodotti rigorosamente vegani.

E per finire, anche lo zucchero fa la sua parte. Quello che uso io è di canna grezzo, arriva dalle filippine e ha un nome che è tutto un programma: Mascobado. Doppi sensi a parte, me l’ha fatto conoscere un po’ di anni fa il Bordonchio e da allora è un must anche a casa mia.

Nelle casse
Le note della colazione sono quelle che accompagnano i primi raggi di luce dalla mia finestra, gli occhi che si stropicciano e le gambe che pian piano si rimettono in movimento (Rhymes of an hour – Mazzy Star).

Note che fanno da sottofondo al primo getto d’acqua fresca sul mio viso (Dead Already – Thomas Newman).

Che mi seguono in cucina, mentre apro il frigorifero per recuperare il cartone del latte (Here’s looking at you, kid – The Gaslight Anthem).

Il caffé sta salendo sul fuoco e con esso arrivano anche le energie di cui ho bisogno per cominciare la giornata (The seeker – The Who).

Primi sorsi, primi morsi (Why do fools fall in love? – Joni Mitchell).

Ed eccomi pronta per affrontare la frenetica metropoli (Hoedown – Emerson, Lake & Palmer).

Buona giornata a tutti!

Georgia (amarcord musicali)

georgia
[post motivato dalla felicità di aver appena recuperato in Rete il testo di una canzone di cui mi innamorai diversi anni fa]

È il 1995, la tv passa Georgia, dramma alcolico in salsa rock. Vado immediatamente in fissa per tre cose: il look di Jennifer Jason Leigh, i riferimenti ai Velvet Underground e una canzone, scritta dall’attrice coprotagonista, cantautrice nel film e nella realtà, Mare Winningham (oggi, quasi 20 anni dopo, me la ritrovo nel telefilm The Affair. Corsi e ricorsi…). Ascolto quella canzone soltanto una volta, non ho nemmeno il tempo di registrare, ma mi rimane talmente in testa che, finito il film, provo subito a trascriverne accordi e testo. Ho 19 anni (all’epoca) e ne viene fuori questo:

Il mio stile alla chitarra, modello zappatore, era davvero pessimo (ed è rimasto tale…), ma il mio inglese e la mia memoria non erano poi malaccio, visto che con la lyric ci avevo preso quasi in toto.

Ecco la canzone nel film (dal min. 1:37 in poi):

La versione originale, se interessa, la trovate qui.

What am I supposed to do
With happy times I have in my head
Send them off to purgatory, thoroughly confused
Maybe they could meet some old acquaintances of theirs
And they could have a drink together, reminiscing, missing you

If I wanted
I could scrap you
If I wanted
Get back at you
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

If I wanted
I could feel good
If I wanted
Act like I should
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

And what am I supposed to feel
When every time I hear your name
I fall four steps behind, when I have only climbed up two
I don’t want to give away my fears
I don’t want anyone to taste my tears
I don’t want help from anyone but you

If I wanted
I could kill you
If I wanted
I would die too
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

If I wanted
I could never
Find another friend forever
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

If I wanted
I don’t know what makes me more mad
Than losing you

happy birthday, Joni

Una donna dallo sguardo lucente, profondo e dagli zigomi pronunciati tiene tra le dita una sigaretta accesa. In testa ha un basco morbido che le incornicia il viso, ma il vento riesce comunque a scompigliarle la lunga chioma bionda. Indossa una pelliccia nera che si staglia su uno sfondo bianco latte. Abbasso di poco lo sguardo e mi ritrovo su una highway americana, selvaggia, polverosa e sterminata.

Proprio da quella strada (sulla copertina di Hejira, 1976 n.d.r.), parecchi anni fa, è cominciato il mio viaggio nell’universo Joni Mitchell. Da una canzone in particolare: Amelia, che, come la maggior parte dei pezzi di questa Signora della musica, che oggi compie 70 anni, racchiude universi di significato.

Ero piuttosto piccola ai tempi, innanzitutto Joni non parlava la mia lingua e poi cosa poteva capire una ragazzina delle medie di vita, amore, morte e miracoli? Mi spiegarono che il pezzo prendeva il nome da Amelia Earhart, la prima donna aviatrice che sorvolò da sola l’Oceano Atlantico. Una storia sicuramente affascinante, ma ancor più seducente, per me, era quella musica così diversa e insolita. Niente di minimamente paragonabile a tutto il resto che avevo ascoltato fino a quel momento.

Gli anni sono passati e ho scoperto Blue (1971), disco precedente e dalle sonorità acustiche più intimiste. Ricordo di aver consumato il cd nel lettore (gli mp3 ancora non esistevano), camminando da casa a Brera e ritorno (all’epoca seguivo un corso serale all’Accademia). ‘Sta volta la musica non bastava, dovevo assolutamente comprendere le parole. Spulciai i testi uno ad uno e mi ritrovai immersa in un libro di poesie, dense e struggenti, di fronte a quadri da sindrome di Stendhal.
Sicuramente fu River a lasciare il segno. Una canzone che (come anche For free, mi ha sempre fatto più Natale di mille addobbi, lucine colorate e persino della neve. “Oh, I wish I had a river I could skate away on. I wish I had a river so long I would teach my feet to fly.” (Come vorrei avere a disposizione un fiume su cui pattinare all’infinito. Così lungo da permettermi di insegnare ai miei piedi a volare).

Con questi due pezzi da novanta, la signora del Canyon aveva irrimediabilmente catalizzato la mia attenzione, prendendosi un sostanzioso pezzo del mio cuore.
Poi naturalmente è arrivato tutto il resto: il periodo jazz, quello “pop”, la riscoperta dei primi anni più “folk”, la fase orchestrale… Non mi sono più persa nulla. E non ho ancora finito di scoprirla.

Nell’ultimo periodo mi sono concentrata su un libro (che consiglio) e su Don Juan’s Reckless Daughter (1977), il disco che ha seguito Hejira, una creatura che amo molto (e un po’ gli somiglia).

Devo a Joni Mitchell molto più di quello che riuscirò mai a dire o a scrivere in un semplice post (che, alla fine, racconta più di me che di lei). Le devo la mia prima chitarra e gli esperimenti con le accordature aperte, ma anche una particolare visione della musica, quella vera, con la maiuscola, che non si piega al successo o al passare del tempo. Un po’ come Joni, che è arrivata a 70 anni senza cedere al botox, ai compromessi e a tutto il resto. In questa foto recente ha di nuovo una sigaretta tra le dita, ma questa volta sorride. Tra tutte le strade polverose, sembra proprio aver scelto quella giusta.

“I’ve had a very interesting and a very challenging life. A lot of battles, just disease after disease after — I mean, I shouldn’t be here, you know. But I have a tremendous will to live and a tremendous joie de vivre, alternating with irritability.” (Ho avuto una vita molto interessante e impegnativa. Molte battaglie, malattia dopo malattia – nemmeno mi aspettavo di essere ancora qui. Eppure ho un enorme desiderio e gioia di vivere, a cui alterno irritabilità).

CHICCHE

– Un vecchio filmato, rimasto nascosto per molto tempo, che in occasione di questo compleanno ha finalmente visto la luce.

– La più recente videointervista, dello scorso giugno, direttamente da casa sua.