musica tra il buio e il silenzio

Scrivo che è quasi notte. Il momento che preferisco, da sempre. Quello in cui mi riesce meglio qualunque cosa (o almeno così pare a me). Adoro camminare in bilico sul filo della mezzanotte per poi allungare il passo e andare oltre. Mi piace restare sospesa tra il buio e il silenzio.

Quand’ero ragazzina era la situazione ideale per studiare. Oggi è molto di più: è un varco interdimensionale, la porta per accedere al mio spazio senza tempo. Posso leggere, ascoltare, guardare e scrivere senza interruzioni, con la sensazione che i minuti che mi separano dalla mattina siano infiniti.

Stasera su consiglio di uno che (di musica) ne sa, sto ascoltando Leoš Janáček e dalla mia dimensione parallela voglio condividere la buonanotte perfetta.

Bonne nuit!

(music: Sur un sentier recouvert – Bonne nuit!, Leoš Janáček, Sarah Lavaud. photo: Bus stop, Astrid Kruse Jensen)

il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

just a little green

little green[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:42 circa]

“… and it’s your face I’m looking for on every street…”

Il vicino del piano di sopra, esattamente come ogni giorno che Dio manda in terra, più o meno a quest’ora smette di suonare la chitarra e di borbottare qualcosa alla donna che divide l’appartamento con lui. Non so bene quale sia il rapporto tra loro, ma di certo non è roba facile. Nonostante lui la svegli suonando il pianoforte al mattino e le dia la buonanotte con un arpeggio di chitarra ogni sera, quel che accade in mezzo ha poco a che fare con la musica: si avvicina piuttosto a un rumore di uragano.

Le discussioni che li trovano coinvolti sono agitate e ricorrenti, ma quasi mai superano i cinque minuti: se hanno qualcosa di poco carino da dirsi, di solito lo fanno in fretta e in maniera sbrigativa, anche se con toni per nulla pacati. Poi riprendono le loro faccende esattamente da dove le avevano interrotte.

Dalle voci sembra abbiano più o meno la stessa età, a occhio e croce una sessantina d’anni. Lei spesso chiede attenzioni, infastidita dal tempo che lui dedica ai suoi strumenti musicali. Lui, di contro, ripete ossessivamente l’inciso di quel pezzo che ancora non gli viene come vorrebbe.

Stanno insieme da parecchi anni, lo svela il loro modo di litigare: procede su binari paralleli, battuti migliaia di volte, che portano a stazioni vicine, ma non troppo. Stanno una di fronte all’altra, ma con in mezzo un fiumiciattolo sempre in piena.

Il momento che preferisco è quello in cui ognuno dei due scende dal proprio treno e si ferma nella propria stazione personale. È l’istante immediatamente successivo all’affievolirsi della tempesta.

Allora sento i passi di lui, inconfondibili per peso e “strascicamento”, dirigersi verso un’altra stanza. Mi sembra quasi di vederlo: si avvicina allo stereo, lo accende e fa partire il suo disco preferito (una raccolta dei Dire Straits). Poi si siede in poltrona, chiude gli occhi, ascolta l’assolo di Knopfler e nella sua mente parte una pellicola in super-8.

“… and it’s your face I’m looking for on every street… and it’s your face I’m looking for on every street…”

Hanno quarant’anni di meno e sono vestiti in quel modo un po’ buffo, quello di cui ci si vergogna sempre riguardando vecchie foto. Stanno correndo insieme su un prato immenso, di un verde acceso che con il riflesso del sole fa quasi male agli occhi. La tiene per mano e ridono come due bambini, di un riso sciocco, fragoroso, contagioso. Corrono e corrono a perdifiato. Senza un perché e senza una meta, che non sia quella di buttarsi a terra per rotolare l’uno nelle braccia dell’altra. E lei è bella da mozzare il fiato, lo guarda di nuovo con quell’espressione intensa che lui non ha mai saputo vedere in nessun’altra. Gli stringe la mano e dice soltanto: “Ora però riportami a casa”.

Poi la musica sfuma e lei approfitta del volume basso per chiamarlo: “Vuoi spegnere quella musica, che è pronto in tavola!?!”

Riapre gli occhi e la raggiunge in cucina, ancora col sorriso stampato in faccia: “Che c’è di buono per cena, amore mio?”. Lei lo guarda con aria un po’ perplessa, poi ride e gli mette nel piatto una bella fetta di parmigiana di melanzane.
“È davvero squisita, tesoro! Ora però riportami a casa”.

front porches (tutte le donne del Boss)

“Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia”.

Stamattina riascoltavo Thunder Road, un pezzo che non mi stancherà mai e che ogni volta si veste di significati nuovi. Pochi minuti di canzone rappresentano attimi infiniti: attese, incontri, scintille, ferite, partenze.

Nella mia mente però resta costante l’immagine di questa donna, non bella, nel senso canonico (forse anche un po’ banale) del termine, ma meravigliosamente intensa, affascinante. Spesso pericolosa. Capace, soltanto sfiorando, di toccare per sempre.

Così penso a pagine e storie indelebili. E il portico del Boss diventa quello caldo e familiare di Francesca, quello “mancato” di Daisy e a volte anche quello letale di Louise.

“… we got one last chance to make it real…
Tonight we’ll be free, all the promises will be broken…”

secrets

Stanotte brindo ai segreti, figli unici o condivisi tra pochi.

Quelli che, se hai la fortuna di avervi accesso (anche solo per pochi istanti), ti svelano l’essenza della persona che hai di fronte.

Siamo i segreti che abbiamo o i segreti sono la proiezione occulta di ciò che avremmo voluto essere?


La verità è un segreto che il morente porta con sé – Søren Kierkegaard

elogio delle porte chiuse


Dietro ogni porta chiusa si nascondono misteri, parole non dette, sensazioni non condivise. E fin qui potrebbe anche sembrare un concetto negativo. Ma non lo è. Almeno non quando si tratta di una libera scelta. Quando non sono le persone, le situazioni o il nostro stesso inconscio a imporcelo.

Quando sei tu a decidere che quelle porte vanno lasciate chiuse è perché dietro ci sono cose che vanno protette, salvate da fiumi di parole inutili e da vivisezioni impietose. Emozioni sospese che non vuoi tocchino terra. Mai. Tanto sai perfettamente che non esistono scarpette abbastanza grandi da calzar loro a pennello. E vederle strette in décolleté fuori misura sarebbe una scena a dir poco penosa.

Siamo proprio sicuri che un finale debba necessariamente spiegare il film? Che il testo di una canzone vada sempre compreso in toto? Che una poesia presupponga necessariamente una parafrasi? A scuola le odiavo, le parafrasi. Montale e Baudelaire rivoltati come calzini, colmati di significati, ma così crudelmente depredati di poesia. E quanto mi piaceva ascoltare i primi dischi di Tori Amos, pieni di enigmi e metafore incomprensibili.

Tanto, mettiamoci il cuore in pace: ci sono cose che colpiscono a prescindere, arrivando comunque dove devono. E lo fanno proprio mentre noi siamo lì che ci affanniamo a interpretarle. Si sono già insinuate sotto pelle.

Abbiamo davvero bisogno di vivere in open space di sentimenti? Oppure è meglio tirar su qualche muro in questi loft di interpretazioni facili? E provare a spalancare occhi, orecchie e anima, soprattutto di fronte a quello che resta sospeso?

ON AIR: André Dziezuk
IL FILM SOSPESO DA VEDERE: Une Liaison Pornographique

io credo (no easy run)

[pensieri dopo una bellissima serata di chiacchiere a ruota libera con un’amica]

Credo nel potere del comunicare.
Nella voglia di condividere, scambiarsi pensieri e sensazioni.
Credo negli slanci, nel comprendere e nel saper(si) commuovere.
Sempre. Nonostante tutto.
L’unica vera fede.
L’unica politica in grado di cambiare il mondo.

There’s no such thing as an easy run
for a treetop flyer.

ON AIR: Treetop Flyer – Stephen Stills

Grazie a theleeshore per l’ispirazione. E per la chiacchierata.

La compilation perfetta: istruzioni per crearne una

Di compilation nella mia vita ne ho fatte davvero tantissime. Per parenti, amici, compagni di scuola, professori, colleghi… Ho cominciato con le musicassette per poi passare ai cd. Al momento le playlist le carico direttamente sui loro iPod.

Così, prendendo spunto dalla celebre scena di Alta fedeltà, ho deciso di stilare, in 10 punti, le mie personalissime (e discutibilissime) indicazioni per dar vita a una buona compilation.

Nick Hornby scriveva: “Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile. Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione (all’inizio pensai di cominciare con Got to get you off my mind, ma poi mi resi conto che c’era il rischio che Laura non andasse mai oltre la prima canzone del lato A, se le davo subito quello che si aspettava, così finii col seppellire Solomon Burke in mezzo al lato B), poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, a meno che la musica bianca non sembri musica nera, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie, e… beh, ci sono un sacco di regole.”

Io la penso più o meno così:

1. Il primo pezzo dev’essere grande. Non straordinario, per non bruciare il resto della compilation, ma grande abbastanza per far capire che stai facendo sul serio.

2. Diversamente da un regalo, la musica va scelta secondo i propri gusti e non secondo quelli dei potenziali ascoltatori. Non mettere canzoni, che secondo te sono brutte, soltanto perché sai che piaceranno agli altri. Più una compilation è sentita, più coglierà nel segno.

3. Non aver paura di mischiare i generi: rock, pop, jazz, lirica… La musica è così incredibilmente variegata. E una playlist eclettica difficilmente rischia di risultare noiosa.

4. Non far troppo riferimento alla stagione, al contesto o a eventuali ricorrenze. Punta piuttosto su mood e atmosfera. La compilation natalizia perfetta può anche non contenere nemmeno una canzone di Natale.

5. Una playlist è un po’ come una lettera: se ci metti parole, non metterle a caso. Sceglile in modo che diventino parte integrante del messaggio che vuoi far passare.

6. Non sottovalutare anche aspetti più tecnici: normalizza sempre le tracce, prima di masterizzarle. I repentini cambi di volume da un pezzo all’altro possono decisamente compromettere la buona riuscita di un ascolto.

7. Non cercare a tutti i costi di essere trendy. Non mettere un brano, senza nemmeno averlo ascoltato, solo perché su Pitchfork lo definiscono un capolavoro. E’ la tua compilation: il tuo giudizio personale conta più di tante classifiche.

8. Non aver paura che la playlist risulti datata, solo perché ci hai messo dentro anche i Beatles o i Rolling Stones. Guardiamo in faccia la realtà: le cose musicalmente più innovative non sono roba dei giorni nostri.

9.
Ci sono pezzi che pensi di conoscere soltanto tu? Se li ritieni speciali, mettili. Che importa se sarai l’unico a canticchiarli. Una playlist è anche un’ottima occasione per condividere cose belle. La volta successiva a conoscerli sarete almeno in due.

10.
Chiudi sempre in bellezza. L’ultimo brano deve sì accompagnare le orecchie alla porta, ma anche lasciare un’eco che continueranno a sentire per un po’.

(grazie a PJ per avermi ispirato questo post)