2017: la playlist mai datata

“Io non appartengo a un periodo storico. I problemi su cui rifletto possono essere comuni a certe persone, ma mai a tutti, e non sono mai questioni sociali. Sono sempre questioni psicologiche, romantiche o esistenziali. Sono immutabili. Se il film è brutto, lo sembrerà sempre. E se il film è bello, non sembrerà mai datato.” (Woody Allen)

Lo stesso vale per la musica. Da sempre, quella che amo non ha né stagione, né età. Ecco perché contravvengo alla regola ferrea dei post musicali di fine anno: nella mia playlist non troverete pezzi usciti nel 2017 (a parte qualche rara eccezione), ma 20 canzoni di qualsiasi anno e provenienza che hanno attirato la mia attenzione proprio nell’anno che sta per finire.

Brani che non avevo mai ascoltato prima, scovati nei film, citati in qualche libro, pescati da nuove serie tv, o che magari mi avete fatto conoscere voi condividendoli sui social. Pezzi che per qualche oscuro motivo non mi avevano colpito a tempo debito, ma si sono rifatti vivi al momento giusto. La triste verità è che non vivrò mai abbastanza per scoprire tutta la musica bella davvero, però ogni anno che passa regala sorprese sonore in grado di farmi battere il cuore.

Per farla breve, vi auguro un intenso 2018 con questa playlist che, un po’ come i film di Allen, è fatta di suoni psicologici, romantici o esistenziali. Se la trovate brutta, ahimé, sarà brutta sempre. Ma se vi piace, vi farà compagnia anche per i prossimi vent’anni e non sarà mai datata.

“Nico, 1988” non è (solo) un film su Nico

Dopo averci dormito sopra sono giunta alla seguente conclusione: Nico, 1988 è un film splendido, penalizzato dal fatto che sia appunto (considerato) “un film su Nico” (un po’ anche dai pregiudizi – onestamente comprensibili, di ‘sti tempi – legati al cinema italiano).

Mi spiego meglio. Ieri sera al Cinema Beltrade, qui a Milano, saremo stati in 10 a dir tanto a vedere il film di Susanna Nicchiarelli. Una manciata di duri e puri, musicofili incalliti, nostalgici dei Velvet Underground, della Factory di Andy Warhol e di Lou Reed naturalmente. Probabilmente nemmeno così consapevoli di chi fosse davvero Christa Päffgen, che per tutto il film cerca invano di scrollarsi di dosso un nome d’arte diventato scomodo: “Don’t call me Nico, call me by my real name: Christa”.

Se, prima della proiezione, avessi intervistato uno qualunque dei presenti in sala e gli avessi chiesto di dirmi un paio di titoli dei suoi pezzi, probabilmente mi avrebbe risposto All Tomorrow’s Parties o Femme Fatale, il più attento magari avrebbe citato anche These Days, ma queste non sono canzoni sue. Non portano la firma di una professionista che in qualche modo vuole sia resa giustizia al suo lavoro: “My life started after the experience with the Velvet Underground. I started making my own music.”.

E rendere giustizia a questa pellicola, significa dire che Nico, 1988 non è soltanto il docufilm su una cantante “rock”, ma è la storia di una donna bellissima eppure infelice. “Am I ugly?”, chiede in una scena al suo manager. E quando lui, scherzando, risponde di sì, lei replica così: “I want to be ugly, I wasn’t happy when I was beautiful”. È il ritratto di una madre che non essendo in grado di prendersi cura del proprio figlio (il padre, Alain Delon, non ha mai voluto riconoscerlo), lo affida ai suoceri e lo ritrova soltanto anni dopo, non proprio in ottime condizioni (Ari Päffgen, come lei, è passato da una droga all’altra, oltre ad aver tentato più volte il suicidio). Nico, 1988 racconta il punto di vista di un’artista che non ha mai voluto essere amata da chiunque indistintamente, ma che ha sempre cercato il consenso di quelli davvero in grado di comprenderla. (E qui mi è tornata in mente Sylvia Plath: “Of wanting, in a juvenile way, […] to be loved by a man who admired me, who understood me as much as I understood myself”.)

Non fraintendetemi però, Nico è un film denso di musica. La scena del concerto di Praga in cui, in piena crisi d’astinenza, Trine Dyrholm (straordinaria attrice protagonista su cui tornerò tra poco) canta My Heart Is Empty, credo sia una delle più intense rappresentazioni di live mai viste sul grande schermo. Ci sono anche pezzi che non ti aspetti: Big in Japan e Nature Boy, per esempio. E ci sono i suoni che Nico cercherà di catturare un po’ ovunque con l’inseparabile registratore. Ma sopra ogni cosa, c’è il timbro particolarissimo della sua voce (Trine riesce a renderla in maniera quasi impeccabile), che Warhol una volta definì così: “an IBM computer doing an impression of Greta Garbo”.

Quello che voglio dire è che Nico, 1988 è innanzitutto una storia, appassionata e struggente, che merita di essere vista indipendentemente da Nico, anche per i motivi elencati qui sotto.

Cose che sono rimaste

La fotografia, con questa tonalità di verde cupo che permane in tutta la pellicola, ad eccezione soltanto dell’apertura e della scena finale (entrambe ambientate a Ibiza), in cui tutto esplode nella luce.

Il volto di Trine Dyrholm e l’infinità di espressioni su di esso. Un’interpretazione davvero fuori dal comune.

I titoli di coda che vorresti non finissero mai, perché li accompagna una splendida versione di Big in Japan cantata sempre da lei.

Un libro: le poesie di William Wordsworth, da cui Nico ha tratto il titolo di un album del 1968.

“Of moon or favouring stars, I could behold
The antechapel where the statue stood
Of Newton with his prism and silent face,
The marble index of a mind for ever
Voyaging through strange seas of Thought, alone.”

Restano anche gli inserti della Factory di Warhol (filmati originali), gli scorci di Manchester, le immagini di lei bambina tra le macerie. E, mio malgrado, resteranno anche le camicie improponibili dell’impresario di Nico.

Le mie citazioni preferite

“I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both places are empty”. Lo dice Nico, mentre mangia un piatto di spaghetti al pomodoro, a proposito della sua carriera e del suo desiderio di normalità.

chiedi chi era Astrid Lindgren


(Astrid Lindgren, 1952 – Foto: Karl Werner Gullers)

Leggevo spesso Pippi Calzelunghe da bambina. Mia figlia va matta per Lotta e per Emil (ce li ha consigliati Francesca di Edufrog). Che li avesse scritti Astrid Lindgren lo sapevo. Chi fosse realmente questa donna, no. Conoscevo poco e nulla della sua vita, dell’indole ribelle, delle battaglie politiche e della sua forza straordinaria. Poi, un paio di settimane fa, al Teatro Franco Parenti ho visto Astrid, un documentario emozionante e davvero ben fatto che mi ha aperto un mondo.

Cose che sono rimaste

– La sua emancipazione: fu tra le prime ragazze di Vimmerby (sua città natale) a tagliare i capelli corti e, appena diciannovenne, incinta del primo figlio, dato che si rifiutava di sposare l’uomo che non amava, lasciò la famiglia e si trasferì a Stoccolma.

– Il suo rapporto con una giovane lettrice che le rivolse critiche ferocissime sulla scelta degli attori per i film tratti da Pippicalzelunghe e da Emil. La Lindgren intrattenne per anni una corrispondenza con lei, aiutandola a superare anche molti momenti difficili.

– Il parallelismo tra Pippi Calzelunghe e alcuni film muti del 1920 con Mary Pickford.

Approfondimenti

Astrid di Kristina Lindström

Astrid Lindgren’s legacy di Birgitta Steene (docente di letteratura e cultura scandinava all’Università di Washington)

A World Gone Mad: The Diaries of Astrid Lindgren, 1939-45

“Io non voglio scrivere per gli adulti. Voglio scrivere per quei lettori che possono attuare miracoli. E solo i bambini fanno miracoli quando leggono.” (Astrid Lindgren)


(Astrid e il figlio Lasse a Stoccolma, 1930)

Marsiglia nel cuore


Nei viaggi quello che più colpisce è l’inaspettato, il panorama non scelto che rimarrà ricordo indelebile. Per me è stato lo sguardo da una terrazza al quinto piano, durante una tappa intermedia tra Spagna e Italia. Marsiglia, per sempre, nel cuore.

Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia». (Jean-Claude Izzo)


Consigli di viaggio


Ero a Marsiglia soltanto di passaggio e la posizione dell’Hotel Hermes (2 Rue Bonneterie), nel Quartier du Panier, è stata davvero ottima per visitare la città senza scarpinare troppo. La mia camera era al primo piano, ma non mi sono fatta mancare più di un salto al quinto, dove c’è la terrazza dalla vista mozzafiato.


Avrei voluto fare una merenda-aperitivo da Cup of Tea (1 Rue Casserie), un delizioso caffè letterario a pochi passi dal porto, ma quando ci sono passata davanti stava già chiudendo. Peccato, sarà per la prossima volta.


Su consiglio di un amico, ho cenato da Au Vieux Clocher (12 Places des Augustines). Si trova in una piazzetta, a qualche metro dal caffè di cui sopra. Qui ho gustato un ottimo magret de canard con salsa di mango e purea di patate. Se ci penso mi viene l’acquolina in bocca.

il sole di Cat Power (rimedi antipirateria)

La Rete, la musica e i download frenetici: un trittico che terrorizza le case discografiche.

Non riesco a smettere di ascoltare Sun di Cat Power.
Il cd masterizzato, di quelli senza alcuna scritta sopra, campeggia nello stereo della mia macchina da due mesi ormai (mi hanno mandato gli mp3 per lavoro – N.d.R.): parte ogni volta che giro la chiave e mi fa compagnia tutte le sere, quando parcheggio per tornare a casa.

Oggi però ho deciso che quel disco “anonimo” non mi bastava più. Dopo l’ennesimo ascolto di Cherokee, Manhattan e Peace and Love a tutto volume, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di accostare l’auto, entrare in un negozio e comprare il cd originale.

Fanculo la crisi! – mi sono detta – Prendilo per te, Vale! Anzi, prendine due copie e regalalo a qualcuno a cui tieni! I dischi come questo non vanno soltanto ascoltati, vanno gridati al mondo.

Non l’avete ancora capito? La Musica, quella vera, combatte la pirateria, la debella, la straccia!
Tutto il resto è soltanto una gran perdita di tempo e di note.

[e voi, se potete, la gatta, non perdetevela dal vivo!]

per cambiare davvero…

Servono più artisti che fanno musica con questo spirito.
E anche più gente davvero in grado di “sentirla”.
Ecco cosa.

“… speak out, you got to speak out against the madness,
you got to speak your mind,
if you dare
But don’t no don’t now try to get yourself elected
If you do you had better cut your hair…”

(ph Mario Tama / Getty Images)
ON AIR: Long Time Gone (live) – Crosby & Nash

front porches (tutte le donne del Boss)

“Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia”.

Stamattina riascoltavo Thunder Road, un pezzo che non mi stancherà mai e che ogni volta si veste di significati nuovi. Pochi minuti di canzone rappresentano attimi infiniti: attese, incontri, scintille, ferite, partenze.

Nella mia mente però resta costante l’immagine di questa donna, non bella, nel senso canonico (forse anche un po’ banale) del termine, ma meravigliosamente intensa, affascinante. Spesso pericolosa. Capace, soltanto sfiorando, di toccare per sempre.

Così penso a pagine e storie indelebili. E il portico del Boss diventa quello caldo e familiare di Francesca, quello “mancato” di Daisy e a volte anche quello letale di Louise.

“… we got one last chance to make it real…
Tonight we’ll be free, all the promises will be broken…”

Cyndi still wants to have fun!

24 anni d’attesa per vedere Cyndi Lauper finalmente su un palco italiano! Ero poco più che una bambina quando ascoltavo Change of Heart, All Through the Night, Girls Just Want To Have Fun e She Bop. Lei l’altra sera le ha fatte tutte e quattro. E questo sarebbe già un ottimo motivo per volerle bene, ma non è l’unico.

La cosa che più mi ha colpito, da neofita di Cyndi-concerti, è un’altra: pur essendo sulla cresta dell’onda da quasi 30 anni, lei si comporta come una di noi.

Niente capricci da diva o regali distacchi. Questa “Madonna mancata” (come l’hanno spesso definita), già alla seconda canzone, se ne stava a mezzo centimetro da me e cantava in piedi su una delle sedie del parterre. La security le intimava di tornare sul palco, beccandosi come risposta un “it’s ok… cosa volete che mi facciano…?”. Tutti preoccupati tranne lei, che di questi bagni di folla, durante la serata, ne ha fatti diversi.

Tre motivi per cui il concerto è entrato immediatamente nei miei “best ever”:
1. La sua voce – Pur avendo da poco compiuto 58 anni, Cyndi ha dimostrato di avere una voce che ancora spacca il culo ai passeri.
2. Il suo modo di muoversi – Sul palco ho visto una donna bambina, sanguigna e matta come un cavallo, che si scatenava a ritmo di blues e pop.
3. I suoi urletti – Ironici, disperati, liberatori. Sono rimasti il suo meraviglioso marchio di fabbrica.

Niente trucchi o inganni insomma, Cyndi oggi è esattamente come l’abbiamo vista in alcuni tra i più colorati e divertenti videoclip degli anni 80: un’artista talentuosa, che non si è mai presa troppo sul serio. Del resto, è la stessa che qualche mese fa, cantando, ha salvato una compagnia aerea dal linciaggio.

Perciò, veline, tronisti, ma soprattutto artisti e cantanti con la puzza sotto il naso, prendete esempio da questa donna. Che sa ancora divertirsi un mondo a fare il mestriere che ama, ma non ha mai smesso un attimo di trattarlo esattamente per quello che è: un lavoro particolarmente divertente.

ON AIR: Cyndi-list by lovlou
PHOTO: by lovlou (taken on July 13th 2011 @ Arena Civica, Milano)

happy birthday, Mr. Schiele

Follemente innamorata del tuo tratto sensuale e tormentato. Così invidiosa delle tue femmine intense e disperate. Eros e Thanatos, inchiodati su carta da pacchi. E non esiste nulla di più doloroso e di più vivo.

Happy birthday, Mr. Schiele!

I must see new things and investigate them. I want to taste dark water and see crackling trees and wild winds. – Egon Schiele