“Nico, 1988” non è (solo) un film su Nico

Dopo averci dormito sopra sono giunta alla seguente conclusione: Nico, 1988 è un film splendido, penalizzato dal fatto che sia appunto (considerato) “un film su Nico” (un po’ anche dai pregiudizi – onestamente comprensibili, di ‘sti tempi – legati al cinema italiano).

Mi spiego meglio. Ieri sera al Cinema Beltrade, qui a Milano, saremo stati in 10 a dir tanto a vedere il film di Susanna Nicchiarelli. Una manciata di duri e puri, musicofili incalliti, nostalgici dei Velvet Underground, della Factory di Andy Warhol e di Lou Reed naturalmente. Probabilmente nemmeno così consapevoli di chi fosse davvero Christa Päffgen, che per tutto il film cerca invano di scrollarsi di dosso un nome d’arte diventato scomodo: “Don’t call me Nico, call me by my real name: Christa”.

Se, prima della proiezione, avessi intervistato uno qualunque dei presenti in sala e gli avessi chiesto di dirmi un paio di titoli dei suoi pezzi, probabilmente mi avrebbe risposto All Tomorrow’s Parties o Femme Fatale, il più attento magari avrebbe citato anche These Days, ma queste non sono canzoni sue. Non portano la firma di una professionista che in qualche modo vuole sia resa giustizia al suo lavoro: “My life started after the experience with the Velvet Underground. I started making my own music.”.

E rendere giustizia a questa pellicola, significa dire che Nico, 1988 non è soltanto il docufilm su una cantante “rock”, ma è la storia di una donna bellissima eppure infelice. “Am I ugly?”, chiede in una scena al suo manager. E quando lui, scherzando, risponde di sì, lei replica così: “I want to be ugly, I wasn’t happy when I was beautiful”. È il ritratto di una madre che non essendo in grado di prendersi cura del proprio figlio (il padre, Alain Delon, non ha mai voluto riconoscerlo), lo affida ai suoceri e lo ritrova soltanto anni dopo, non proprio in ottime condizioni (Ari Päffgen, come lei, è passato da una droga all’altra, oltre ad aver tentato più volte il suicidio). Nico, 1988 racconta il punto di vista di un’artista che non ha mai voluto essere amata da chiunque indistintamente, ma che ha sempre cercato il consenso di quelli davvero in grado di comprenderla. (E qui mi è tornata in mente Sylvia Plath: “Of wanting, in a juvenile way, […] to be loved by a man who admired me, who understood me as much as I understood myself”.)

Non fraintendetemi però, Nico è un film denso di musica. La scena del concerto di Praga in cui, in piena crisi d’astinenza, Trine Dyrholm (straordinaria attrice protagonista su cui tornerò tra poco) canta My Heart Is Empty, credo sia una delle più intense rappresentazioni di live mai viste sul grande schermo. Ci sono anche pezzi che non ti aspetti: Big in Japan e Nature Boy, per esempio. E ci sono i suoni che Nico cercherà di catturare un po’ ovunque con l’inseparabile registratore. Ma sopra ogni cosa, c’è il timbro particolarissimo della sua voce (Trine riesce a renderla in maniera quasi impeccabile), che Warhol una volta definì così: “an IBM computer doing an impression of Greta Garbo”.

Quello che voglio dire è che Nico, 1988 è innanzitutto una storia, appassionata e struggente, che merita di essere vista indipendentemente da Nico, anche per i motivi elencati qui sotto.

Cose che sono rimaste

La fotografia, con questa tonalità di verde cupo che permane in tutta la pellicola, ad eccezione soltanto dell’apertura e della scena finale (entrambe ambientate a Ibiza), in cui tutto esplode nella luce.

Il volto di Trine Dyrholm e l’infinità di espressioni su di esso. Un’interpretazione davvero fuori dal comune.

I titoli di coda che vorresti non finissero mai, perché li accompagna una splendida versione di Big in Japan cantata sempre da lei.

Un libro: le poesie di William Wordsworth, da cui Nico ha tratto il titolo di un album del 1968.

“Of moon or favouring stars, I could behold
The antechapel where the statue stood
Of Newton with his prism and silent face,
The marble index of a mind for ever
Voyaging through strange seas of Thought, alone.”

Restano anche gli inserti della Factory di Warhol (filmati originali), gli scorci di Manchester, le immagini di lei bambina tra le macerie. E, mio malgrado, resteranno anche le camicie improponibili dell’impresario di Nico.

Le mie citazioni preferite

“I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both places are empty”. Lo dice Nico, mentre mangia un piatto di spaghetti al pomodoro, a proposito della sua carriera e del suo desiderio di normalità.

connessioni

connessioni (Jenny Holzer)

Ogni cosa è illuminata, secondo Jonathan Safran Foer. Ok. Ma soprattutto ogni cosa è in qualche modo collegata ad altre, aggiungo io. Esistono fili sottilissimi (spesso impercettibili) che uniscono oggetti, parole, pensieri, persone. E Jenny Holzer per me lo dice benissimo: “All things are delicately interconnected”.

Per quanto mi riguarda, ormai ne ho la certezza: fili invisibili legano le cose che ascolto, guardo e amo. E quando alcuni di questi decidono di palesarsi, mi ritrovo in qualche modo a pensare che nel (mio) caos tutto abbia il suo bel posticino predefinito.

Per esempio, sono ragazzetta, Lou Reed già lo adoro, ma nella mia stanza ascolto ossessivamente anche la Strambelli e rimango di stucco quando scopro questa:

(Che poi Patty ha cantato anche la sua versione di Walk on the wild side. Ma si tratta di un pezzo decisamente più inflazionato.)

Poi c’è quella volta di Jenny Holzer. Me ne innamoro dopo aver visto alcune sue opere a Siena, accompagnata da un cicerone d’eccezione. Qualche anno dopo guardo un film di Dennis Hopper (altro mio punto di riferimento artistico), Ore contate, in cui Jodie Foster fa la parte di un’artista concettuale che crea “scritte elettroniche”. Una su tutte richiama la mia attenzione: “Protect me from what I want”. E indovinate chi è la vera autrice? Jenny Holzer ovviamente.

E di nuovo. È il 2006, sono a Parigi, tappa obbligata al Pompidou. C’è una mostra che sembra interessante, Los Angeles 1955-1985 – Naissance d’une capitale artistique. Di chi è la foto della locandina? Di Dennis Hopper naturalmente.


Dennis Hopper, Double Standard, 1961.

Un caso che anche una delle mie primissime interviste io l’abbia fatta proprio a lui? I don’t think so.

Di recente ho scovato altre connessioni leggendo l’autobiografia di Diane Keaton. Non avrei mai pensato di trovarci dentro Amelia Earhart, che ha dato il nome a mia figlia (“I’ll never forget the day our next-door neighbor Laurel Bastendorf said, ‘Diane, you know who you look like?’ ‘Doris Day?’ I asked. ‘Oh no, this is far better. You look like Amelia Earhart, the famous woman pilot whose plane went down over the Pacific – you know, the national heroine? You could be mistaken for her daughter.'”), e Joni Mitchell, la mia cantautrice di riferimento (“During the early 1970s, Joni Mitchell’s ‘A case of you’ told me the story I wanted to hate but loved to hear. The story of goodbye. The perfect goodbye. The perfect loss. The perfect ache. Nothing does words better than music.”).

Ho scoperto dopo che Diane Keaton ha interpretato proprio la Earhart sul grande schermo. Per non parlare del fatto che uno dei pezzi che preferisco di Joni Mitchell fa riferimento proprio all’aviatrice statunitense.

E così via. Potrei andare avanti all’infinito, ma ne andrebbe del mio pranzo e della vostra pazienza.

that’s how much I do lov(e)Lou

Quando ricevi messaggi da amici e parenti per la morte di un artista, significa che sei riuscita a far capire a tutti quanto contasse per te, e un po’ anche che devi aver spaccato ben bene le palle con la tua “ossessione musicale”. Io me la sono sempre cavata egregiamente in entrambe le cose: comunicare le mie passioni e rompere i cabbasisi cercando di evangelizzare gli astanti.

Come ho conosciuto Lou Reed, l’ho già scritto in un post di qualche anno fa e non starò a ripetermi. Come mi ha lasciato la notizia della sua morte, adesso non sono nemmeno in grado di spiegarlo. Quello che so è che dai 14 anni in poi, il mio modo di sentire la musica è radicalmente cambiato, ho un nick e un blog che portano il suo nome, e, nonostante nel frattempo abbia traslocato in ben cinque case, il libro che vedete qui sotto è sempre rimasto sul mio comodino.

And then sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
when the sun rose
and he made to leave
You know, sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
neither one regretted a thing.

Buon viaggio, gran vecchio Lou. Per me resti comunque immortale.

lovlou

some day you gotta stand up straight

Quella appena passata è stata una settimana pesante, frustrante, infinita.

Eppure lui, con le prime due note di questa, è già riuscito a strapparmi un sorriso.

Felice compleanno, Mr. Lou Reed!

dalla principessa che vive sulla collina

“… but remember the princess who lived on the hill
Who loved you even though she knew you was wrong
And right now she just might come shining through
and the glory of love, glory of love
Glory of love, just might come through…”

ON AIR: Coney Island Baby (Lou Reed)

15 album (che ti hanno influenzato)

[una di quelle note che girano su Facebook e a cui, data la mia musicofilia, ho deciso di dedicare un post]

Quindici dischi che ti hanno influenzato e ti saranno sempre cari. Elenca i primi quindici in non più di quindici minuti.

1. Aqualung – Jethro Tull
2. Under the Pink – Tori Amos
3. Greatest Hits – Bob Dylan
4.  New York – Lou Reed
5. 24 Nights – Eric Clapton
6. Blue – Joni Mitchell
7. Tunnel of Love – Bruce Springsteen
8. Live MCMXCIII – The Velvet Underground
9. 1962 – 1966 – The Beatles
10. Closing Time – Tom Waits
11. Hounds of Love – Kate Bush
12. The Best of – Rod Stewart
13. Moondance – Van Morrison
14. Mondi lontanissimi – Franco Battiato
15. Daylight Again – Crosby, Stills & Nash

La lista potrebbe continuare all’infinito, ma questi sono sicuramente tra i primi ascolti che mi hanno in qualche modo segnato. Per mille motivi. Colonne sonore di viaggi con mamma e papà, musicassette consumate assieme a cottarelle estive, testi che hanno riempito i miei diari e accompagnato la mia adolescenza. Alcuni dei miei piccoli tatuaggi musicali.

Beck, Velvet Underground & Nico (and a happy New Year!)

Le feste sono passate. Il 2009 pure. Nel nuovo anno la sottoscritta c’è già entrata a pie pari. Nuove responsabilità, nuovi obiettivi, ma soprattutto meno sprechi di cuore e di tempo. C’è troppo da sentire, annusare, toccare e vedere per perdersi dietro a inutili quisquilie. I punti fermi naturalmente restano ben saldi. E tra questi, sul podio, c’è sempre musica.

Velvet Undergorund & Nico, per esempio, è un gran disco. Per la sottoscritta a dir poco un pilastro. Eppure mi piace che Beck ci si sia sporcato le mani, che ci abbia giocato senza troppo timore reverenziale (progetto Record Club). Mi piace che abbia deciso di distribuire gratuitamente in Rete il risultato di questo divertissement. E, udite udite! (detto da me vale doppio), la sua rivisitazione non mi dispiace nemmeno.

Ascoltate, ascoltate…
Beck – Velvet Underground & Nico

E Buon Anno a tutti!

oggi val bene una danza

Ci sono giornate che valgono bene una danza. Quelle in cui, bello o brutto che sia il tempo, tu ti sei svegliata col sole in pancia. Senza un motivo preciso ti vien voglia di cantare e battere i piedi sul parquet. E lo fai.

Poi, mentre balli, ti metti a pensare alle cazzate che hai combinato, ai traguardi raggiunti, alle piccole follie vissute e a tutto quello che ancora ha da venì.

Sorridi come una cretina, mentre gli episodi più intensi della tua vita li vedi scorrere come in un videoclip. Il tuo personale, caleidoscopico, videoclip. E ti accorgi che la musica, ancora una volta, scandisce ogni singolo battito.

A casa mia oggi si balla su queste:

Romeo Had Juliette e le infinite chiacchierate con la Giusi.
Voglio vederti danzare e un portone che mi fu fatale.
Thunder Road e un bel po’ di scintille in una Milano deserta e innevata.
You Shook Me All Night Long e le danze sfrenate con le amichette.
Caught A Lite Sneeze e una mezz’ora di chiacchiere proprio con Tori Amos.
Daylight Again (e questa la capiamo solo io e il babbo).
Walk of life e una sveglia personalizzata alle sei del mattino.
I Want You e una certezza che rende immortali.

acrobati

“Lock in! Be alert, my acrobat
and I will be soft wood and you the nail
and we will make fiery ovens for Jack Sprat
and you will hurt yourself into my tiny jail
and we will take a supper together and that
will be that.”

Anne Sexton

AmeliaLa la la Human Steps

mangiami l’anima (a teatro)

Lei è un’amica, Giovanna Furio, in arte Anna Voig, e questo un estratto del suo Mangiami l’anima e poi sputala:

“… l’asfalto arde sotto i colpi del sole alto. Avverto il suo odore acido, mentre sgommo sulla corvette rossa nella campagna arida.
Non succede niente.
Affondo il piede sull’acceleratore. Il vento caldo si accanisce sui miei capelli, colorati rossi e gialli.
Non succede niente.
Volo. Almeno credo. Il vento caldo mi si aggrappa al collo e inizia a succhiare l’aria dai polmoni…”

Dalla carta, il libro di Giovanna è già passato al palcoscenico. E il debutto milanese dello spettacolo, adattato dalle Fibre Parallele, sarà al Teatro Pim Spazio Scenico dal 27 febbraio al 2 marzo.

La trama:
Quale è la soluzione ideale per lasciarsi alle spalle una vita sentimentale disastrata? Fidanzarsi con “l’uomo buono” per eccellenza: Gesù Cristo. Così la protagonista del romanzo, una giovane schizofrenica che forse è una serial killer e forse no, stacca dalla croce il Cristo ligneo della Chiesa di San Damiano e di fronte a lei si materializza un ragazzo emaciato ma indubbiamente di carne e sangue.

Io ci vado. Perché Mangiami l’anima… è una storia folle, irriverente, intelligente. Un testo davvero ben scritto, che danza veloce e a ritmo di musica coi controca**i (Lou, per esempio…)!