(un)Faithfull: le confidenze troppo poco intime di Marianne

– “Cosa pensi del fatto che stiamo facendo un film su di te?”
– “Non mi piace affatto, ma sarò sincera.”

Si apre con questo scambio tra la regista (e attrice) Sandrine Bonnaire e Marianne Faithfull il documentario che ha per titolo il cognome di quest’ultima. A dire il vero apre con lei che recita il primo canto dell’Inferno dantesco, ma questo primo dialogo tra le due ci dice molto della direzione che prenderà la pellicola.

Seduta su una sedia, sul sedile di un’automobile o in una poltrona accanto a un caminetto, Marianne potrebbe essere Anna di Confidenze troppo intime (Patrice Leconte, 2004), il film in cui la Bonnaire recita la parte di una donna che prende appuntamento con uno psicanalista, ma poi sbaglia porta e si ritrova a raccontare la sua vita privata a un consulente finanziario. La Faithfull qui racconta la sua a una regista (la Bonnaire appunto), ma lo fa con una certa riluttanza.

“È dura parlare del passato e non voglio farlo. È passato ormai.”

Nel mezzo scorrono filmati in bianco e nero e scatti degli anni Sessanta/Settanta, estratti di live più recenti e vecchie registrazioni in cui la sua voce e il suo modo di cantare erano indubbiamente diversi. “Non voglio rinnegare i miei primi lavori”, commenta, “vado molto fiera anche di quelli.” E qui vorremmo sentirle spiegare un po’ la Marianne di quel periodo, ma niente, si passa oltre.

Seguono i racconti dell’esordio. Aveva soltanto 17 anni, Andrew Loog Oldham le diede da incidere As Tears Go By e le presentò Keith Richards e Mick Jagger. Di quando più avanti con loro scrisse Sister Morphine, che fu, a suo dire, la prima vera lezione musicale.

Naturalmente non mancano i riferimenti alla relazione con Jagger (per il quale confessa di aver messo completamente da parte la sua carriera) e al figlio che aspettavano, ma hanno perso. “Per Mick è stato uno shock. Voleva tanto un figlio”. Poi però la butta sul ridere: “Direi che oggi sappiamo tutti che i figli gli piacciono molto” (il cantante al momento ne ha 8). Dice di averlo lasciato poco prima che fosse lui a farlo e di essersi trasferita da sua madre per superare il momento particolarmente difficile (altro discorso che però non approfondisce).

Racconta anche di come la lettura de Il pasto nudo di Burroughs le cambiò la vita, ma non in meglio. “Lo presi un po’ troppo alla lettera: decisi che sarei diventata una drogata e avrei vissuto per strada. Diversi anni dopo incontrai Borroughs e gli dissi: ‘Lo vedi cosa mi hai fatto?’ E lui: ‘Non l’avevo mica scritto per te. E comunque è finzione.”
Un periodo da homeless e l’unica cosa di cui noi spettatori veniamo a conoscenza è che non fu mai costretta a prostituirsi.

Faithfull vorrebbe essere fedele a Marianne. Alla persona, più che all’artista, alla donna, più che alla sua musica. Ma non ci riesce.

“Potrei dire di aver recitato tutta la vita, ma ora sono stufa. Amo i miei fan, ma non voglio più vivere per loro. Non più.”

Effettivamente non sembra una pellicola recitata, con contenuti concordati a tavolino, ma in alcuni momenti si ha la netta impressione che sia davvero un po’ troppo improvvisata. Non decolla. La Bonnaire non va mai davvero a fondo. La protagonista non le permette di entrare e lei si accontenta di fermarsi sulla soglia.

C’è poesia in Faithfull, sta nei primissimi piani del volto di Marianne, nei sorrisi bambini, negli occhi ancora lucenti, ma non trova mai forma nei dialoghi con la regista, che rimangono il più delle volte sospesi e, in quanto a capacità rivelatoria, fanno soltanto rimpiangere la sua musica. Persino l’amore, quello per cui in passato ha sacrificato anche se stessa, qui viene fuori come un accrocchio di luoghi comuni: “Il punto è l’amore, il vero amore”.

Soltanto sul finale, quando ormai ci si era dati per vinti, arriva una piccola scintilla. Marianne racconta la genesi di There’s no moon in Paris (una delle canzoni che faranno parte del nuovo album) e lo fa mentre in sottofondo Ed Harcourt suona e canta una versione demo del pezzo.

“L’ho scritta a Natale. Ero completamente sola, lontano dalla mia famiglia e Parigi mi è sembrata così triste.”

Per un attimo Marianne, da dentro casa, sembra tenderci la mano, ma è un vero peccato che lo faccia proprio ora che la porta sta per chiudersi sui titoli di coda.

Cose che sono rimaste

Love More Or Less (da Give My Love To London, 2014). Una struggente ballata arpeggiata a cui non avevo mai dato l’attenzione che meritava. (vale la pena riprendere l’intero album che porta le firme, tra gli altri, di Steve Earle, Roger Waters, Nick Cave e Leonard Cohen)

Il modo in cui descrive quella volta che con Jagger e gli altri fu arrestata nella tenuta che Richards aveva comprato nel Sussex: “Doveva essere un tranquillo weekend di acidi con i miei amici, quando arrivarono 24 poliziotti a rovinare tutto.”

Le mie citazioni preferite

– “Cos’hai imparato dal matrimonio?” – “Che non fa per me.”

“La vita mi ha travolto con una tale rapidità che ho avuto appena il tempo di fare un figlio.”

“Se non avessi lasciato Mick sarei morta. Era troppo per me, non potevo farcela.”

“Non sono una vittima, non sono una ragazzina stupida. Sono Marianne Faithfull.”

“Sono cambiata. Ecco perché non sono più una ribelle. Mi sono arresa.”

2017: la playlist mai datata

“Io non appartengo a un periodo storico. I problemi su cui rifletto possono essere comuni a certe persone, ma mai a tutti, e non sono mai questioni sociali. Sono sempre questioni psicologiche, romantiche o esistenziali. Sono immutabili. Se il film è brutto, lo sembrerà sempre. E se il film è bello, non sembrerà mai datato.” (Woody Allen)

Lo stesso vale per la musica. Da sempre, quella che amo non ha né stagione, né età. Ecco perché contravvengo alla regola ferrea dei post musicali di fine anno: nella mia playlist non troverete pezzi usciti nel 2017 (a parte qualche rara eccezione), ma 20 canzoni di qualsiasi anno e provenienza che hanno attirato la mia attenzione proprio nell’anno che sta per finire.

Brani che non avevo mai ascoltato prima, scovati nei film, citati in qualche libro, pescati da nuove serie tv, o che magari mi avete fatto conoscere voi condividendoli sui social. Pezzi che per qualche oscuro motivo non mi avevano colpito a tempo debito, ma si sono rifatti vivi al momento giusto. La triste verità è che non vivrò mai abbastanza per scoprire tutta la musica bella davvero, però ogni anno che passa regala sorprese sonore in grado di farmi battere il cuore.

Per farla breve, vi auguro un intenso 2018 con questa playlist che, un po’ come i film di Allen, è fatta di suoni psicologici, romantici o esistenziali. Se la trovate brutta, ahimé, sarà brutta sempre. Ma se vi piace, vi farà compagnia anche per i prossimi vent’anni e non sarà mai datata.

Fairytale of New York: la (non) canzone di Natale compie 30 anni

Non parla di neve, di slitte o di sorprese sotto l’albero, ha ben poco di sentimentale, eppure, da quando è uscita, è una delle canzoni in assoluto più associate al Natale.

Fairytale of New York è venuta alla luce il 23 novembre di un ormai lontano 1987, ma ogni dicembre che Dio manda in terra, l’ormai trentenne “canzoncina”, scala diligentemente le classifiche per fare di nuovo capolino nelle nostre vite e venire a strapparci il cuore.

Di cosa parla veramente? Racconta la storia di due immigrati irlandesi, arrivati in America in cerca di fortuna. E qui si apre un bivio: potete scegliere di continuare a credere a Babbo Natale, chiudere questa pagina e tornare a fare quello che stavate facendo prima di aprirla, oppure potete andare avanti a leggere, squarciando il velo di Maya che avvolge questo brano meraviglioso. E secondo me vi piacerà ancora di più. (sono chiaramente esclusi quelli che sanno benissimo di che si tratta e stanno già facendo spallucce. vi vedo!) (seguono anche curiosità. mangari quelle vi mancano)

Occorre premettere che Shane MacGowan, leader dei Pogues e autore del pezzo in questione, nonostante sia nato il 25 dicembre (forse proprio per quello), sul genere umano una volta si è pronunciato in questa maniera: “La gente è a tanto così dall’ammazzarsi, stuprarsi, accoltellarsi, spararsi, massacrarsi, strangolarsi. È quello che vogliono fare e lo faranno comunque, indipendentemente da quanto cazzo frignate.” Lo scrive James Fearnley, membro della band, nella sua autobiografia (Here Comes Everybody).

Pensieri “natalizi” a parte, Jem Finer, coautore (e banjo player) di Fairytale of New York, inizialmente cercò di scrivere una canzone su un marinaio che a Natale sente la mancanza della moglie, ma fu proprio la moglie di Finer, Marcia Farquhar, a cassare immediatamente l’idea, etichettandola come banale. “Va bene, allora trova tu una storia più originale”, replicò lui. E così fu. Il grosso della trama (ispirata alla relazione di due amici newyorchesi) venne proprio da Marcia: una coppia attraversa un momento difficile, ma poi in qualche modo trova la redenzione. MacGowan all’epoca non aveva nemmeno mai visto New York e forse è per questo che ci ha messo due anni a scrivere la perfetta favola di Natale americana, che, per farla più semplice, è un po’ un litigio in tre atti.

C’è il ricordo della magia dei primi tempi:

“You were handsome. You were pretty
Queen of New York City
when the band finished playing, they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
we kissed on a corner
then danced through the night.”

(eri bello. eri carina, regina di New York. quando la band smise di suonare, ne chiesero ancora. Sinatra dondolava, gli ubriachi cantavano. ci baciammo in un angolo e ballamo nella notte)

C’è la rabbia nel constatare che ormai quella magia è svanita per sempre:

“You’re a bum, you’re a punk
you’re an old slut on junk
lying there almost dead on a drip in that bed
you scumbag, you maggot
you cheap lousy faggot
happy Christmas your arse, I pray God it’s our last.”

(sei un mantenuto, sei un teppista. sei una vecchia puttana drogata, lì sdraiata quasi morta con la flebo in quel letto. tu feccia, tu verme, tu piccolo frocio da quattro soldi. Buon Natale coglione, prego Dio che sia il nostro ultimo)

E infine c’è la resa e l’incapacità di lasciarsi, nonostante tutto:

“I could have been someone
well so could anyone
you took my dreams from me
when I first found you
I kept them with me babe
I put them with my own
can’t make it all alone
I’ve built my dreams around you.”

(avrei potuto essere qualcuno. chiunque potrebbe esserlo. mi togliesti i sogni quando all’inizio ti trovai. li ho presi con me, piccola, li ho messi con ciò che mi appartiene. non posso farcela da solo, ho costruito i miei sogni attorno a te)

La prima versione era ambientata in Irlanda: “It was a wild Christmas Eve on the West coast of Clare. I looked ‘cross the ocean, asked what’s over there?”. E per Shane, a quanto pare, è stato un vero e proprio parto:

“È la canzone in assoluto più complicata che mi sia mai trovato a dover scrivere e cantare. Il bello è che invece sembra semplicissima.”

Elvis Costello, che nel 1985 aveva prodotto il loro Rum, Sodomy & the Lash, suggerì di chiamarla Christmas Day in the Drunk Tank, ma a MacGowan il titolo pareva poco accattivante e siccome Finer proprio in quel periodo stava leggendo il romanzo di James Patrick Donleavy, A Fairy Tale of New York, chiesero allo scrittore il permesso di utilizzare il suo.

A febbraio del 1986 i Pogues sbarcarono a New York per il loro primo tour americano e Shane si innamorò perdutamente della Grande Mela. La sera stessa del concerto, nel backstage si presentarono Peter Dougherty, che poi diresse il video della canzone, e Matt Dillon, che nello stesso video recitò la parte del poliziotto che arrestava MacGowan.

Ai tempi, Fairytale of New York si è fatta soffiare il primo posto della classifica dalla versione di Always on My Mind dei Pet Shop Boys, ma Shane non se n’è mai fatto un cruccio: “L’importante per me era arrivare al primo posto in Irlanda. Del resto non ho mai pensato che gli inglesi avessero buon gusto.”

Riferimenti:
Fairytale of a fairytale (BBC, 21 dicembre 2007)
Here Comes Everybody by James Fearnley – review, Alexis Petridis (The Guardian, 14 giugno 2012)
Fairytale of New York: the story behind the Pogues’ classic Christmas anthem, Dorian Lynskey (The Guardian, 6 dicembre 2012)
The making of Irish Christmas song “Fairytale of New York” by The Pogues, Niall O’Dowd (Irish Central, 12 dicembre 2016)

Noel Gallagher odia il rock

Noel Gallagher

Quando qualche anno fa ho fatto una chiacchierata con Noel Gallagher (era il 2012, per Riders), ho scoperto una cosa che non avrei mai immaginato, vista la fama di burberi che ha sempre aleggiato sugli Oasis: lui fa davvero molto ridere. Nel senso buono del termine, intendiamoci. L’altra cosa che ho imparato è che se ti trovi in una stanza con Noel, sentirai più “fuckin'” in un paio d’ore lì, di quelli che hai sentito nel corso di tutta la tua esistenza.

Oltre a essere particolarmente simpatico, c’è da aggiungere che il “ragazzo” non le manda a dire e anche stamattina, durante la conferenza stampa di presentazione del suo nuovo album, Who Built The Moon?, ha regalato diverse perle.

Per esempio, ecco cosa pensa del rock: “Il rock ha ucciso il rock’n’roll. Oggi c’è troppa gente coi capelli colorati e piena di tatuaggi che urla. Questo cosa c’entra col rock? Che cazzo urlate a fare? Datevi una cazzo di calmata! Shhhhhhh!”. Ovviamente non si è trattenuto dal fare nomi e cognomi: Dave Grohl, Green Day e Queens Of The Stone Age in prima linea. “Per me urlano troppo.”

Noel Gallagher - press conference

Quando si tratta di musica insomma, Noel ha le idee chiare: sì a Kasabian, ma anche a U2 e Primal Scream. Poi naturalmente ci sono gli amici del cuore, Paul Weller (è anche suo vicino di casa) e Johnny Marr, che hanno partecipato all’album. E consiglia di ascoltare i Jungle: “il loro è uno dei dischi migliori degli ultimi anni”.

Alle liti di famiglia ormai siamo abituati: “L’altro tizio (Liam Gallagher, n.d.r.) sembra davvero arrabbiato. Non ho ancora capito per quale motivo. Se lo scoprite prima di me, per favore fatemelo sapere. Credo abbia bisogno di una terapia psichiatrica.”
Questa volta però non si è salvata nemmeno la regina Elisabetta e a chi gli ha chiesto un commento sui Paradise Papers, ha risposto ironico: “Ah, la regina non paga le tasse? Cazzo, questa sì che è una sorpresa!”.

Who Built The Moon? è il frutto della collaborazione col produttore e compositore di Belfast David Holmes. “All’inizio David mi tirava scemo: ogni volta che i pezzi che gli facevo ascoltare si avvicinavano in qualche modo allo stile Oasis o alle prime cose degli High Flying Birds, me li cassava e mi faceva rifare tutto. In realtà poi ho capito che è stata una gran fortuna lavorare insieme a lui. Il risultato è un sound diverso da tutto quello che ho fatto in passato, è cosmic pop.”
E già dal singolo Holy Mountain, con l’intro che potrebbe essere un mash-up di Let’s Stick Together (Bryan Ferry) e Who Said (Planet Funk), questa diversità effettivamente si sente.

Battute a parte, il più “vecchio” dei Gallagher diventa serissimo quando si parla di musica: “Deve combattere le brutture del mondo. Oggi tutti non fanno altro che gridare le notizie del giorno. Che noia! Io invece faccio musica per dare speranza e in questo mi ritengo un rivoluzionario.”
Una positività che traspare anche dai testi di Who Built The Moon?: “It’s a beautiful dream. It’s a beautiful night. It’s a beautiful world when we dance in the light. All that is real and all that is mine is right.”

Cesare Cremonini e i tortelli

Cremonini (GQ, agosto 2006)

Siamo sempre nell’ambito ripescaggi e questa intervista a Cesare Cremonini è uno dei primi pezzi di musica che scrivo per GQ (a rileggerla oggi, mi viene da dire che si vede…). Corre l’anno 2006 (agosto, se non ricordo male) e deve passare ancora parecchia acqua sotto i ponti prima di Poetica (il singolo uscito oggi, n.d.r.). Per farla, l’intervista, mi mandano in Emilia e mi costringono persino a mangiare crescentine e tortelli. Che s’ha da fa’ pe’ campa’…

La verità è che io Cesare vorrei intervistarlo di nuovo. Per chiedergli come diavolo si chiamava la trattoria sui colli bolognesi dove mi ha portato quella volta. Non mi sono mai più ricordata il nome e vorrei tanto, ma tanto, tornarci.

Fine dei preamboli. Ecco l’intervista.


Ore 12.30 – LO STUDIO

L’appuntamento è fissato presso lo studio di registrazione di Cesare, a Casalecchio di Reno. Obiettivo: trascorrere 5 ore nel cuore dell’universo di Cremonini (enfant prodige del pop italiano, un milione di copie vendute col primo album, Squerez), il che farebbe sicuramente gola a molte ragazzine. (Non solo: ho un’amica che va per i 30 e una collega vicina ai 40 che farebbero carte false per incontrare l’ex leader dei Lùnapop). Cosa generi questa “dipendenza” sarà la materia di studio delle prossime ore.
Le porte del 40 Special Studio (il nome omaggia la più grossa hit dei Lùnapop, anno 1999) si aprono su un enorme appartamento, dalle pareti rosso fuoco, «arredato Ikea», spiegherà poi Cesare. Lui, seduto al pianoforte, si alza per fare gli onori di casa, con Ballo, fidato amico e musicista, e dopo una breve visita dello studio, confessa di avere fame: «conosco un’antica trattoria dove si mangia come dalla nonna».

Ore 13.30 – LA TAVOLA
La prima cosa che bisogna sapere di Cesare, oltre al fatto che è davvero alto (tanto da doversi chinare per entrare al ristorante), è che gli piace mangiare (anche se dalla linea non si direbbe). Inizialmente un po’ schivo, si scioglie immediatamente davanti a crescentine con salumi misti e tortelloni di magro. Dall’antipasto alla chiacchierata il passo è breve.
Come stai trascorrendo questa estate?
«Faccio un po’ di concerti in giro, sto scaldando il motore per l’autunno. Si tratta di concerti elettrici, molto energici e in location spartane: piazze, spiagge, campi sportivi».
Concerti diversi da quelli di primavera.
«Quella nei teatri è stata una scommessa, una sfida. Non credevo che sarei riuscito a fare concerti che non ti fanno sudare. Eppure tutto è andato bene, con un pubblico molto variegato. Dai ragazzini ai 50enni. Non mi piace ragionare in termini di target: si dice che Biagio Antonacci sia ascoltato dalle shampiste, io dalle ragazzine ecc: sono tutte stronzate».
Quindi niente vacanze?
«In realtà per me il tour è la vera vacanza. Significa rilassarmi, divertirmi e soprattutto uscire dal mio studio, che ormai è praticamente diventato una casa-prigione».
Quali sono le tue sensazioni sul palco?
«Una volta salito, la sensazione è grandiosa. Ma ti confesso che prima di ogni concerto faccio entrare in camerino un paio di amici fidati e di solito me ne esco con un “io-mollo-tutto-e-me-ne-vado”. Certe volte mi rendo conto che mi sono infilato in qualcosa che è più grande di me. Poi questa certezza mi sprona ad andare avanti. Come dire: ormai ci sono dentro…».

Cremonini (GQ, agosto 2006) - 2

Che sia stato costretto a crescere piuttosto in fretta, è un’altra cosa che Cesare non nasconde. E fa capire di aver pagato la popolarità anche a caro prezzo. Quello di una automobile, tanto per cominciare…
«Diventare famoso a 20 anni ha avuto i suoi pro, ma anche i suoi contro. Mi ricorderò sempre di quella volta in cui ho posteggiato la macchina per andare dal tabaccaio e, quando sono uscito, l’ho trovata distrutta. Di questo genere di “scherzi” ne ho subiti parecchi».
Il flusso di parole viene interrotto dal caffè. È giunto il momento di ritornare al 40 Special.

Ore 15.00 – LA POLTRONA
Di nuovo a “casa”, Cesare si siede sulla sua poltrona in pelle nera, accanto al piano.
Nel tuo futuro cosa vedi?
«Coltivo un progetto, anche se ancora non so quando si realizzerà esattamente. La mia idea è quella di tornare a fare il leader di una band. Nei panni di cantautore mi trovo bene, ma in un certo senso ho voglia di levarmi un po’ di peso dalle spalle. La formula della band potrebbe darmi anche un po’ di tregua, da quel punto di vista».
Che musica ascolti in questo periodo?
«I punti di riferimento sono sempre stati Freddie Mercury, Bob Dylan e Francesco De Gregori. È colpa di Dylan se ho cominciato a cantare come De Gregori. In un certo senso De Gregori è stato rovinato da Dylan. Dylan è De Gregori».
Sei proprio sicuro?
«Forse sto esagerando un po’. Tra le band recenti, trovo interessanti i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys. Purtroppo sono gruppi che rimarranno sempre intrappolati in quel genere. Di solito sfornano un ottimo album d’esordio, ma poi difficilmente quello successivo soddisfa le aspettative».
E del tuo nuovo album cosa racconti?
«Sul nuovo album mi è stato chiesto espressamente di non spifferare troppo, visto che sono noto per essere uno che difficilmente sa tenere un segreto».
Quindi è tutto già pronto?
«I nuovi brani li ho scritti già da tempo, anzi, mi toccherà scartarne alcuni. Per me scrivere musica è un modo di comunicare, che attinge da ciò che vivo, dalle mie emozioni. Se fai musica in questo modo, l’ispirazione può venir meno soltanto quando non hai più niente da dire».
Come ti sei sentito sul set fotografico?
«Stare davanti all’obiettivo mi piace, mi diverte molto. In fondo sono un vanesio. Sono abituato a fare servizi fotografici e la macchina fotografica non mi spaventa, anzi, m’intriga questo gioco di pose e di scatti».
Che rapporto hai con il mondo della moda e delle mode?
«Quand’ero coi Lùnapop, in cui mi vestivo in maniera molto eccentrica e mi ispiravo a Freddie Mercury, andavo pazzo per paillettes e lustrini. Poi, da solista, il look è passato in secondo piano. Non m’interessava più. Mi vestivo come capitava e andavo in giro trasandato e con la barba incolta. Ora sto attraversando una fase intermedia: mi curo, perché mi fa sentire meglio, ma non sono certo fissato con la moda».

Ore 17.00 – L’ADDIO
Le prove devono ricominciare e Ballo, nella stanza accanto, ha già imbracciato il banjo. È ora di rientrare. Tra me e me penso che amica e collega non hanno tutti i torti.

Tori Amos, l’intervista (quasi) inedita

Tori American Doll Posse

La mattina del 12 aprile 2007, in una suite del Principe di Savoia (a Milano), mi ritrovo faccia a faccia con Tori Amos. Parte di quella chiacchierata esce poi sul numero di maggio di GQ. Il grosso però, come spesso accade, rimane in una registrazione che conservo gelosamente. Dato che ormai l’intervista è ampiamente caduta in prescrizione (e soprattutto devo togliere un po’ di polvere da questo blog), direi che è giunto il momento di riproporla in versione integrale.

Prima di partire in quarta però, vediamo di inquadrare un po’ meglio quel preciso momento storico. Al cinema, qui da noi, è un periodo di gran bei film: Le vite degli altri, Io non sono qui, La promessa dell’assassino, per citare i miei preferiti. La musica è donna: Patti Smith sta per pubblicare un disco di cover (Twelve) e Charlotte Gainsbourg, vent’anni dopo il suo debutto discografico, ha deciso di riprovarci con 5:55, facendo parlare parecchio di sé questa volta. Sul fronte editoriale invece è l’inizio della fine: in libreria stanno facendo il botto Fabio Volo e Federio Moccia. Ma torniamo a Tori. È in giro per presentare il suo nuovo album, American Doll Posse. Ne è passata di acqua sotto i ponti da Little Earthquakes (1992), Under The Pink (1994) e Boys For Pele (1996), il trittico che l’ha consacrata alla storia come talentuosa cantautrice, nonché sexy divinità del pianoforte e nel frattempo è diventata anche mamma (una bimba che – all’epoca dell’intervista – ha sei anni). Per concludere, se American Doll Posse fosse stato un libro, visto il panorama generale, avrebbe fatto un figurone. Se fosse stato un film, beh, le avrebbe prese. Siccome è un disco, io lo collocherei nel girone dei #benemanonbenissimo (anche detti #sipuòdaredipiù). [da estimatrice della rossa, ritengo abbia fatto di meglio. forse però questo è stato anche il disco dei suoi ultimi picchi creativi. da lì in poi francamente io e lei ci siamo un po’ perse di vista. senza rancore s’intende]

Ora passiamo a cose più serie. Signore e signori, l’intervista.

Ascoltando il tuo nuovo album, salta immediatamente all’orecchio l’incredibile varietà di suoni e di stili musicali. È come se le canzoni fossero state scritte davvero da donne diverse. Che nesso c’è tra il modo in cui sono nate e la scelta di creare cinque personaggi per rappresentarle?
Dopo aver ascoltato così tanta musica per anni, forse era arrivato il momento di allargare i miei orizzonti di compositrice. Ho sempre creduto che siano le canzoni ad arrivare da te quando sei pronto per farne qualcosa e questa volta ho capito subito che non si sarebbe trattato di un disco da cantautrice. Sta volta avrei fatto parte di una band. Sono state le singole canzoni a delineare il loro stile, io mi sono fatta un po’ da parte, allontanandomi anche dai miei gusti musicali personali.

Viene naturale il parallelismo tra le Strange Little Girls e le bambole americane della posse. Cosa ti ha spinto a creare degli alter ego proprio per questi due album?
Se non avessi fatto Strange Little Girls, non sarei mai stata in grado di affrontare la complessità di quest’ultimo progetto. Quello è stato l’inizio di un lavoro con più personaggi, proprio perché si trattava di un disco di canzoni scritte da altri. La sfida in quel caso è stata presentare nel modo migliore del materiale che non mi apparteneva, cercando di lasciarne intatta l’essenza. Anni dopo mi sono resa conto che le canzoni a cui avevo reso omaggio avevano generato cinque forze energetiche distinte e American Doll Posse è un po’ il prodotto di queste forze.

Mentre lavoravi al disco, stavi leggendo o ascoltando qualcosa in particolare che ti ha influenzato e ispirato?
Sono tornata indietro agli anni sessanta e settanta, a Jim Morrison e i Doors, a Jimi Hendrix. Per Teenage Hustling ho preso spunto da The Damned e dai Sex Pistols. Quello che mi ha influenzato maggiormente è stata l’energia dei Public Image Ltd. Jon Evans, il bassista, è appassionato di blues e jazz. Mac Aladdin è decisamente più punk e il suo influsso si sente soprattutto in Big Wheel. Con questo intendo dire che non è un album in cui dei musicisti accompagnano una cantautrice, anche a livello di produzione è completamente diverso da tutto quello che ho fatto prima, questo è a tutti gli effetti un lavoro in gruppo.

Leggendo alcuni testi di American Doll Posse, ho ritrovato un po’ dell’energia, delle cicatrici e della passione che caratterizzavano Little Earthquakes. Mentre da Scarlet’s Walk in poi mi eri sembrata più concentrata su tematiche politiche e sociali, oggi sei tornata ad occuparti di Tori?
I due dischi prima di questo (Scarlet’s Walk, 2002 e The Beekeeper, 2005, n.d.r.) sono stati i miei primi da mamma e quando diventi madre, se sei abbastanza “grande”, cominci a pensare al mondo in cui hai fatto nascere tuo figlio. Prima di avere figli hai moltissimo tempo da dedicare a te stessa, tempo necessario per comprendere chi sei, ma quando diventi madre il cambiamento non è piccolo, è enorme se ci metti dell’impegno. Certo, se tuo figlio è un accessorio, come una borsa, probabilmente nella tua vita non cambierà assolutamente nulla. Continuerai a fare tutto quello che facevi prima. Lo lascerai alla nonna e alla bisnonna e saranno loro a crescerlo. Se invece ascolti tuo figlio, se comunichi con lui e te ne prendi cura in prima persona, non puoi non domandarti come sarà il mondo quando lui sarà grande. Potrebbe essere uno scenario spaventoso, se continuiamo a vivere con i paraocchi. Ecco perché, come dici, quegli album trattano tematiche più sociali. Oggi Tash (la figlia Natashya, n.d.r.) sta crescendo e so che è in grado di capire che esistono ferite e cicatrici che noi donne ci portiamo dietro. Prima sarebbe stato durissimo per lei rendersi conto che anche sua madre ha sofferto e può soffrire. In qualche modo ho voluto proteggerla e io stessa ero molto concentrata sul mio compito di “allevatrice”. Poi due anni fa l’America ha preso una decisione (riconfermare il mandato di George W. Bush, n.d.r.), non mettendo fine a un governo assolutamente irresponsabile. Quando è successo io vivevo in America e per me è stato come se un tomahawk (accetta da battaglia dei nativi americani, n.d.r.) fosse venuto fuori dal suolo e fosse caduto direttamente sui miei fianchi. Ho sentito che le mie antenate mi stavano parlando: “Tori, è giunto il momento di chiamare a raccolta le donne. Dovete ricordarvi chi siete. La vostra discendenza è fatta di donne forti”.

A proposito di Bush, la prima canzone dell’album (Yo George) è dedicata a lui.
George W. Bush è soltanto un dito del braccio che si estende fino ai media, alla propaganda e a ogni sfaccettatura dell’America e questo braccio è il cristianesimo, che zittisce le donne e chiede loro di essere remissive. Contempla solo due tipologie di donne: Maria Vergine e la Maddalena, la madre sacra e la puttana attraente. Ma tutte noi sappiamo che la questione è molto più complessa di così e nella mitologia greca per esempio esistevano più sfumature della femminilità. Ecco perché ho deciso di dare vita a questa banda di donne differenti, per contrapporla a un patriarcato imperante. In qualche modo sono riusciti a convincerci che la bugia è migliore di qualsiasi altra scelta e anche cambiare presidente non porterà a una soluzione finché non prenderemo coscienza del problema. La consapevolezza non può arrivare dall’esterno, ma deve arrivare da ognuna di noi e una madre che lavora e si occupa dei figli, quando torna a casa, non ha materialmente il tempo di guardare dentro se stessa. Ecco perché è nato questo disco: volevo che la mia musica fosse un ricostituente, volevo regalare un po’ di forza alle donne. Non sono una cospiratrice, ma sono certa che è più facile mettere a tacere una donna se la spingi a combattere una guerra interiore tra la sua razionalità e le sue passioni.

Il mio tempo sta per scadere. Mio malgrado tocca tornare ad argomenti più leggeri per così dire. Sento molto anche i Beatles in quest’ultimo tuo lavoro. Penso a Mr. Bad Man, Girl Disappearing, Programmable Soda. Dal vivo fai spesso cover delle loro canzoni. C’è un loro disco a cui sei più affezionata?
Sin da quando ero bambina, li ho ascoltati tantissimo e per me significa davvero molto vedere che te ne sei resa conto. Se devo coinvolgere degli uomini nel mio lavoro, loro sono sicuramente tra i più importanti. Assieme ai Led Zeppelin per You Can Bring Your Dog, i Doors per Father’s Son, David Bowie per Digital Ghost, i T. Rex per Body And Soul. Una lista che potrebbe continuare all’infinito. Avevo soltanto tre anni quando mio fratello mi faceva ascoltare tutti i dischi dei Beatles e mio marito suona continuamente la loro musica a nostra figlia. Lei li adora. Questa è la cosa incredibile: dagli anni sessanta fino ad oggi, i Beatles mettono d’accordo grandi e piccini, giovani e vecchi. Una delle canzoni che mia figlia preferisce di American Doll Posse è proprio Girl Disappearing e credo sia perché le ricorda quel genere di suono.

Come sarà il tour di un disco così complesso e pieno di donne?
Sarà una vera e propria esplosione rock. Ogni data inizierà con una delle donne della posse, che non sono io, ma poi a un certo punto verrà fuori anche Tori. L’idea è quella di raccontare una storia, non di portare tante ragazze sul palco. Non è una performance di bambole sexy, è una posse. È molto diverso.

musica tra il buio e il silenzio

Scrivo che è quasi notte. Il momento che preferisco, da sempre. Quello in cui mi riesce meglio qualunque cosa (o almeno così pare a me). Adoro camminare in bilico sul filo della mezzanotte per poi allungare il passo e andare oltre. Mi piace restare sospesa tra il buio e il silenzio.

Quand’ero ragazzina era la situazione ideale per studiare. Oggi è molto di più: è un varco interdimensionale, la porta per accedere al mio spazio senza tempo. Posso leggere, ascoltare, guardare e scrivere senza interruzioni, con la sensazione che i minuti che mi separano dalla mattina siano infiniti.

Stasera su consiglio di uno che (di musica) ne sa, sto ascoltando Leoš Janáček e dalla mia dimensione parallela voglio condividere la buonanotte perfetta.

Bonne nuit!

(music: Sur un sentier recouvert – Bonne nuit!, Leoš Janáček, Sarah Lavaud. photo: Bus stop, Astrid Kruse Jensen)

donne, motori e donne motrici

Poco fa, ascoltando in auto un vecchio disco di Prince, l’orecchio mi è cascato su Little Red Corvette. Diciamolo, suona sempre dannatamente bene nello stereo. L’avrò cantata a squarciagola diverse volte, ma senza mai fare particolare attenzione al testo.

Oggi invece riflettevo sulla prospettiva ribaltata: il latin lover, colui che seduce e abbandona ignare fanciulle in una quantità spropositata di canzoni (italiane, inglesi, francesi, ostrogote…), questa volta lascia spazio a una donna supercar, con molti cavalli a disposizione. Lei accelera a tal punto che il malcapitato TAFKAP si ritrova a supplicarla: “honey, you got to slow down”.

Al di là del fatto che la maggior parte della musica di Prince, come ben sappiamo, trasuda sesso da tutti i pori, ma non è questo il punto, ho cominciato a pensare ad altri pezzi (non suoi), che hanno messo l’uomo in ginocchio e (me lo dico da sola) ne è venuta fuori una playlist (tra il serio e il faceto) niente male. Al grido di “non di sole Florence Nightingale è fatto il mondo!”.

Little Red Corvette (Prince)
“I guess I must be dumb, ‘cause you had a pocket full of horses.” Una che, per parafrasare uno dei nostri, ha più clienti di un consorzio alimentare.

Femme Fatale (Velvet Underground)
“You’re put down in her book, you’re number thirty seven, have a look!” Quella che, per tenere il conto dei suoi incontri galanti, addirittura gira con l’agendina.

Cactus Tree (Joni Mitchell)
“There’s a lady in the city and she thinks she loves them all.” Tra le mie preferite, l’intellettuale con un uomo per ogni stagione.

Malafemmena (Totò)
“Si dolce come ‘o zucchero, però sta faccia d’angelo te serve pe’ngannà.” Naturalmente non poteva mancare la femme fatale partenopea.

Contessa (Decibel)
“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te. Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.” E, dulcis in fundo, la donna egocentrica piuttosto golosa che ha fatto arrabbiare Enrico Ruggeri.

(ne avrei molte altre da aggiungere, ma il mio tempo dedicato al cazzeggio per oggi finisce qui). Buon ascolto!

il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

per cambiare davvero…

Servono più artisti che fanno musica con questo spirito.
E anche più gente davvero in grado di “sentirla”.
Ecco cosa.

“… speak out, you got to speak out against the madness,
you got to speak your mind,
if you dare
But don’t no don’t now try to get yourself elected
If you do you had better cut your hair…”

(ph Mario Tama / Getty Images)
ON AIR: Long Time Gone (live) – Crosby & Nash