Cesare Cremonini e i tortelli

Cremonini (GQ, agosto 2006)

Siamo sempre nell’ambito ripescaggi e questa intervista a Cesare Cremonini è uno dei primi pezzi di musica che scrivo per GQ (a rileggerla oggi, mi viene da dire che si vede…). Corre l’anno 2006 (agosto, se non ricordo male) e deve passare ancora parecchia acqua sotto i ponti prima di Poetica (il singolo uscito oggi, n.d.r.). Per farla, l’intervista, mi mandano in Emilia e mi costringono persino a mangiare crescentine e tortelli. Che s’ha da fa’ pe’ campa’…

La verità è che io Cesare vorrei intervistarlo di nuovo. Per chiedergli come diavolo si chiamava la trattoria sui colli bolognesi dove mi ha portato quella volta. Non mi sono mai più ricordata il nome e vorrei tanto, ma tanto, tornarci.

Fine dei preamboli. Ecco l’intervista.


Ore 12.30 – LO STUDIO

L’appuntamento è fissato presso lo studio di registrazione di Cesare, a Casalecchio di Reno. Obiettivo: trascorrere 5 ore nel cuore dell’universo di Cremonini (enfant prodige del pop italiano, un milione di copie vendute col primo album, Squerez), il che farebbe sicuramente gola a molte ragazzine. (Non solo: ho un’amica che va per i 30 e una collega vicina ai 40 che farebbero carte false per incontrare l’ex leader dei Lùnapop). Cosa generi questa “dipendenza” sarà la materia di studio delle prossime ore.
Le porte del 40 Special Studio (il nome omaggia la più grossa hit dei Lùnapop, anno 1999) si aprono su un enorme appartamento, dalle pareti rosso fuoco, «arredato Ikea», spiegherà poi Cesare. Lui, seduto al pianoforte, si alza per fare gli onori di casa, con Ballo, fidato amico e musicista, e dopo una breve visita dello studio, confessa di avere fame: «conosco un’antica trattoria dove si mangia come dalla nonna».

Ore 13.30 – LA TAVOLA
La prima cosa che bisogna sapere di Cesare, oltre al fatto che è davvero alto (tanto da doversi chinare per entrare al ristorante), è che gli piace mangiare (anche se dalla linea non si direbbe). Inizialmente un po’ schivo, si scioglie immediatamente davanti a crescentine con salumi misti e tortelloni di magro. Dall’antipasto alla chiacchierata il passo è breve.
Come stai trascorrendo questa estate?
«Faccio un po’ di concerti in giro, sto scaldando il motore per l’autunno. Si tratta di concerti elettrici, molto energici e in location spartane: piazze, spiagge, campi sportivi».
Concerti diversi da quelli di primavera.
«Quella nei teatri è stata una scommessa, una sfida. Non credevo che sarei riuscito a fare concerti che non ti fanno sudare. Eppure tutto è andato bene, con un pubblico molto variegato. Dai ragazzini ai 50enni. Non mi piace ragionare in termini di target: si dice che Biagio Antonacci sia ascoltato dalle shampiste, io dalle ragazzine ecc: sono tutte stronzate».
Quindi niente vacanze?
«In realtà per me il tour è la vera vacanza. Significa rilassarmi, divertirmi e soprattutto uscire dal mio studio, che ormai è praticamente diventato una casa-prigione».
Quali sono le tue sensazioni sul palco?
«Una volta salito, la sensazione è grandiosa. Ma ti confesso che prima di ogni concerto faccio entrare in camerino un paio di amici fidati e di solito me ne esco con un “io-mollo-tutto-e-me-ne-vado”. Certe volte mi rendo conto che mi sono infilato in qualcosa che è più grande di me. Poi questa certezza mi sprona ad andare avanti. Come dire: ormai ci sono dentro…».

Cremonini (GQ, agosto 2006) - 2

Che sia stato costretto a crescere piuttosto in fretta, è un’altra cosa che Cesare non nasconde. E fa capire di aver pagato la popolarità anche a caro prezzo. Quello di una automobile, tanto per cominciare…
«Diventare famoso a 20 anni ha avuto i suoi pro, ma anche i suoi contro. Mi ricorderò sempre di quella volta in cui ho posteggiato la macchina per andare dal tabaccaio e, quando sono uscito, l’ho trovata distrutta. Di questo genere di “scherzi” ne ho subiti parecchi».
Il flusso di parole viene interrotto dal caffè. È giunto il momento di ritornare al 40 Special.

Ore 15.00 – LA POLTRONA
Di nuovo a “casa”, Cesare si siede sulla sua poltrona in pelle nera, accanto al piano.
Nel tuo futuro cosa vedi?
«Coltivo un progetto, anche se ancora non so quando si realizzerà esattamente. La mia idea è quella di tornare a fare il leader di una band. Nei panni di cantautore mi trovo bene, ma in un certo senso ho voglia di levarmi un po’ di peso dalle spalle. La formula della band potrebbe darmi anche un po’ di tregua, da quel punto di vista».
Che musica ascolti in questo periodo?
«I punti di riferimento sono sempre stati Freddie Mercury, Bob Dylan e Francesco De Gregori. È colpa di Dylan se ho cominciato a cantare come De Gregori. In un certo senso De Gregori è stato rovinato da Dylan. Dylan è De Gregori».
Sei proprio sicuro?
«Forse sto esagerando un po’. Tra le band recenti, trovo interessanti i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys. Purtroppo sono gruppi che rimarranno sempre intrappolati in quel genere. Di solito sfornano un ottimo album d’esordio, ma poi difficilmente quello successivo soddisfa le aspettative».
E del tuo nuovo album cosa racconti?
«Sul nuovo album mi è stato chiesto espressamente di non spifferare troppo, visto che sono noto per essere uno che difficilmente sa tenere un segreto».
Quindi è tutto già pronto?
«I nuovi brani li ho scritti già da tempo, anzi, mi toccherà scartarne alcuni. Per me scrivere musica è un modo di comunicare, che attinge da ciò che vivo, dalle mie emozioni. Se fai musica in questo modo, l’ispirazione può venir meno soltanto quando non hai più niente da dire».
Come ti sei sentito sul set fotografico?
«Stare davanti all’obiettivo mi piace, mi diverte molto. In fondo sono un vanesio. Sono abituato a fare servizi fotografici e la macchina fotografica non mi spaventa, anzi, m’intriga questo gioco di pose e di scatti».
Che rapporto hai con il mondo della moda e delle mode?
«Quand’ero coi Lùnapop, in cui mi vestivo in maniera molto eccentrica e mi ispiravo a Freddie Mercury, andavo pazzo per paillettes e lustrini. Poi, da solista, il look è passato in secondo piano. Non m’interessava più. Mi vestivo come capitava e andavo in giro trasandato e con la barba incolta. Ora sto attraversando una fase intermedia: mi curo, perché mi fa sentire meglio, ma non sono certo fissato con la moda».

Ore 17.00 – L’ADDIO
Le prove devono ricominciare e Ballo, nella stanza accanto, ha già imbracciato il banjo. È ora di rientrare. Tra me e me penso che amica e collega non hanno tutti i torti.