Ci sono cronache e Chronicles…

«La grossa automobile si fermò sull’altro lato del fiume e mi fece scendere. Chiusi bene la portiera, salutai con la mano e mi incamminai sulla neve indurita. Sentii subito in faccia il morso del vento. Finalmente ero arrivato a New York, città ragnatela, troppo difficile da capire, e io non ci volevo nemmeno provare.
Ero lì per cercare i cantanti che avevo sentito nei dischi – Dave Van Ronk, Peggy Seeger, Ed McCurdy, Brownie McGhee e Sonny Terry, Josh White, i New Lost City Ramblers, Reverend Gary Davis e tanti altri – e soprattutto per trovare Woody Guthrie. New York, la città che avrebbe dato forma al mio destino..»

Più o meno così comincia l’avventura di Bob Dylan. Lui è uno dei miei punti di riferimento musicali. Lo ascolto da quand’ero bimbetta e da sempre mastico folk come fosse cingomma.

Non amo le biografie e sono convinta che, quando si tratta di cantautori, testi e musiche dicano molto più di qualsiasi cronaca. Le "cronache" in questione però sono cosa a sé. Innanzitutto a scriverle è Dylan stesso. Un’autobiografia dunque.

Quando sono andata alla Feltrinelli apposta per comprarla, ho pensato più o meno quello che lui scrive di aver pensato di New York: mi troverò di fronte a qualcosa di sorprendente e ben poco lineare, una ragnatela di emozioni e sensazioni difficili da capire. E, come Dylan, non mi sforzerò di comprenderle, ma la leggerò come ascolto le sue canzoni: lasciandomi trasportare dai suoni e dalle parole.


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