infanzia: parliamoci chiaro

Lo scorso sabato, all’interno del festival Family Care, organizzato da Emmi’s Care, da Edufrog e curato dalla comunità di pratiche [mi+t]3, si è parlato di infanzia e di famiglia.
La vera differenza tra le chiacchiere a cui siamo molto spesso abituati e quello che è stato detto in quel particolare contesto, per me l’ha fatta il modo in cui se n’è parlato: in poco più di tre ore si è andati al sodo davvero. A un sodo scomodo, irritante, a tratti persino angosciante. Eppure è stato un incontro importante e bellissimo.
Provo a spiegarmi meglio.

Che familiarità abbiamo con frasi tipo queste?
1. “Sai cosa facciamo di bello oggi, piccolino? Andiamo all’Ikea!”
2. “Avete un libro che mi aiuti a far togliere rapidamente il pannolino a mio figlio?”
3. “Santo tablet! Un paio di puntate di Masha e guarda come sta a tavola tranquillo.”

Parecchia, vero? Un paio le ho pronunciate anch’io non molto tempo fa.
E cosa diciamo a noi stessi (genitori), (ma soprattutto cosa ci raccontano) per (farci) stare tranquilli?
1. I bambini all’Ikea e nei centri commerciali in generale si divertono molto più che ai giardini. Non rischiano di prendersi germi giocando con la terra, non si sporcano e che meraviglia tutte quelle cose da guardare.
2. Dev’esserci una ricettina facile facile e veloce per semplificarsi la vita. Certo che c’è: glielo spiega il libro.
3. D’altra parte uno deve pur mangiare in pace, è una questione di sopravvivenza. Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno.

“Lo fanno tutti e non è mai morto nessuno”. Già. Un’espressione che in qualche modo ci assolve tutti, accomunandoci in una leggerezza rassicurante, che in parte giustifica anche il modo in cui noi stessi siamo stati cresciuti e gli adulti che siamo diventati oggi. E ci può stare. Per tutte quelle volte in cui non abbiamo tempo, per quelle in cui siamo ridotti ai minimi termini. Per carità, la levità è importante, spesso necessaria, ma si può essere davvero in grado di misurare e sperimentare leggerezza quando si è sempre viaggiato senza bagaglio? Io credo di no. Penso che questo bagaglio in qualche modo dovremmo averlo (avuto) tutti. Dobbiamo averlo portato sulle spalle almeno una volta per poter decidere consapevolmente cosa tenerci dentro, cosa togliere e persino di lasciarlo a casa, qualche volta, a seconda del tipo di viaggio e del percorso che vogliamo/dobbiamo intraprendere. Tenendo sempre a mente che abbiamo tutto il diritto, nonché il dovere, di prendere personalmente le decisioni che riguardano i nostri figli, ma anche che nella stragrande maggioranza dei casi sono le decisioni che prendono alla sprovvista noi. E no, non (sempre) “fa lo stesso”.

Ecco. Sabato sono venuta via dal Family Care con molte informazioni preziose da aggiungere al mio bagaglio di persona e di mamma. Spunti interessanti ma soprattutto utili. Appunti sparsi che voglio fermare anche online, qui a casa mia.

Paola Tonelli, formatrice e pubblicista, ha parlato di adulti, bambini e oggetti della natura.

Problematiche
I bambini delle grandi città sono poco autonomi, passivi e virtuali e l’invasione tecnologica massiva e senza criterio ha provocato danni che oggi si quantificano proprio sulla loro pelle. Dora Kalff, allieva e paziente di Jung, sosteneva che l’allontanamento dalla natura fosse anche un allontanamento dalle emozioni. Oggi i bambini vivono in scatole: passano dalla scatola casa alla scatola macchina, dalla scatola macchina alla scatola asilo/scuola, da quest’ultima di nuovo alla scatola casa dove vengono messi davanti alla scatola televisione. E nel fine settimana? Spesso si preferisce il centro commerciale al parco.

Cosa possiamo fare
Guardare le facce dei bambini. Fare un passo indietro e osservarli attentamente, come fossimo antropologi al lavoro. Cosa leggiamo sui loro volti? Spesso noia e apatia. Non dobbiamo mai dimenticare che hanno il sacrosanto diritto di oziare e di trascorrere del tempo non programmato. Devono poter affondare le mani nella terra e sporcarsi. Sì, anche e soprattutto in città. Cosa possono e possiamo imparare in questo modo? A sviluppare sguardi, cogliere quanto la vita ci regala e a tessere progetti con quanto viene raccolto e osservato.

Approfondimenti
Usciamo all’aperto, Paola Tonelli.
L’ultimo bambino nei boschi, Richard Louv.


(foto © Spazio B**K, Milano)

Fausta Orecchio, editore (Orecchio Acerbo), ha intitolato il suo intervento I grandi contro i bambini.

Problematiche
Quando si tratta di libri per l’infanzia, due sono le tendenza principali cavalcate dagli editori:
– pubblicare per categorie e grandi temi (rabbia, “capricci”…)
– selezionare soltanto la poesia (bandito ogni riferimento a dolore, tristezza e crudeltà).
Si presuppone che tutti i bambini siano uguali, che facciano parte di un insieme perfettamente omogeneo. E si considerano i libri alla stregua di ricettari e di strumenti che educatori e genitori possono usare per far crescere il più rapidamente possibile. Dunque non esistono più libri DI qualcuno, ma soltanto libri SU un determinato argomento.

Cosa possiamo fare
Dare valore al potere salvifico dei libri, importanti anche per esorcizzare piccole e grandi paure (il libro che ci piaceva leggere e rileggere da bambini spesso ci dice chi siamo stati). Scegliere con attenzione le letture che proponiamo ai nostri figli, cercando in esse domande invece che facili risposte. Offrire il più ampio spettro di emozioni possibile.

Approfondimenti
Aprite quella porta di Benoît Jacques. E l’importanza dell’umorismo.
Hänsel e Gretel di Lorenzo Mattotti. E il senso del bello.
L’isola di Armin Greder. E il senso del NOI.
A una stella cadente di Mara Cerri. E il senso di SÉ.

Il sociologo Stefano Laffi (Codici Ricerche Sociali), nel suo intervento Se le cose parlano per noi, ha riportato l’attenzione sugli oggetti che oggi circondano i bambini.

Problematiche
Non ce ne rendiamo conto, ma gli oggetti hanno un potere fortissimo. Sono imperativi, non rispondono. Cosa insegnano? Rendono capaci o inetti? La resa al tablet è spesso considerata l’unica via per tenere impegnati i bambini, per distrarli mentre mangiano, per rendere più silenziosi i viaggi in treno o in automobile. La società in cui viviamo sponsorizza continuamente oggetti seriali, seduttivi e tecnologi. Come se fosse diventato impossibile giocare senza il tasto PLAY. Con questo tipo di giocattoli la fatica dell’apprendimento si riduce a zero e c’è un’inversione del senso del tempo, che non scorre, scade. Ecco quindi che l’attesa perde completamente senso.

Cosa possiamo fare
Anche se la nostra società ha privilegiato la vista, dobbiamo ricordarci che questa non ci restituisce i 360°. I bambini devono avere l’opportunità di sentire, annusare e toccare, non soltanto di vedere.

Approfondimenti
La congiura contro i giovani, Stefano Laffi.
Libro d’ombra, Junichiro Tanizaki.
L’infra-ordinario, Georges Perec.

E, proprio ascoltando quest’ultimo intervento, mi è venuto in mente un episodio di qualche settimana fa. Sono ai giardinetti con mia figlia. Lei sta giocando sul prato con una macchinina. Si avvicina un bimbo più grande (avrà 4/5 anni), le toglie la macchinina dalle mani e comincia a osservarla, rivoltandola ossessivamente: “Come funziona? Dov’è il pulsante per farla andare?”. Mia figlia riprende la macchinina e la muove avanti e indietro sull’erba: “Va così, guarda!”. Di nuovo lui: “Si, ma come si accende?”.

Cos’ha determinato il pensiero di quel bambino? Una predisposizone naturale oppure quello che gli è stato dato in mano e messo attorno mentre cresceva? Possiamo ancora far finta che gli oggetti che sono nelle camerette (e nelle nostre case), e che spesso rimpiazzano completamente libri e natura, non influenzino in alcun modo l’immaginazione e il loro (e nostro) modo di guardare il mondo?

Paul McCartney mette Sanremo sul piatto

Sanremo 2013 Al di là del fatto che Paul McCartney deve aver ascoltato parecchio People get ready quando scriveva questa, c’è un passaggio non malaccio (da 1:26 in poi), ascoltiamola insieme. E’ un pezzo semplicissimo, orecchiabile, una ballata già sentita e piuttosto banale (passatemi il termine, mi occorre ai fini della dimostrazione), ma NON PIATTA.

Perché chiamare in causa proprio Paul McCartney, uno che di pezzi geniali ne ha scritti giusto due o tre e la maggior parte, probabilmente, mentre se ne stava seduto sul water? E, soprattutto, perché scomodare un disco sottotono rispetto ad altre creature del baronetto e citare una canzone “da poco” che è quasi il plagio di un’altra (People get ready degli Impressions n.d.r.)?

Perché Sanremo mi irrita! I motivi principali sono due. 1. Ogni volta (negli ultimi anni, a dire il vero) mi riprometto di non guardarlo, ma c’è sempre qualcuno (gente che stimo) in grado di farmi sentire “snob” se non lo faccio. 2. Nel momento in cui finisce e partono i bilanci, leggo/ascolto elogi di vincitori e vinti e mi viene l’orticaria.

E questo che c’entra con il beatle di cui sopra? C’entra, c’entra… A Sanremo quest’anno hanno “plagiato” di tutto, passando attraverso swing e canzone napoletana, jazz e tango. Eppure nessuno è stato in grado di metterci un’idea, UNA, per permettere a chi ascolta di dire “va beh, niente di nuovo, ma per quel passaggio al minuto tot in fondo è valsa la pena di sentirla” (fatta eccezione forse per il pezzo di Gualazzi).

E smettiamola di sciorinare tutte le attenuanti del caso: gli anni scorsi era persino peggio, ormai nella musica non c’è più nulla da inventare… Come può un autore portare a Sanremo (manifestazione canora in Eurovisione, mica gara di paese) quella roba da piano bar: mediocre, scadente e piatta? E’ come dare un esame avendo studiato 1/5 del programma (con la differenza che in quest’ultimo caso la platea è decisamente più ristretta).

Per farla breve, se non sei Paul McCartney, devi impegnarti di più. Non puoi proporre al Festival un pezzo che hai scritto in cinque minuti (cinque!) sul wc, perché nel 99% dei casi, stanne pur certo, non ne uscirà qualcosa di (altrettanto) accettabile.

ON AIR: Anyway (Paul McCartney)

avrei fatto meglio a guardare Sanremo

[memo] MAI guardare i film in televisione. MAI guardare i film in televisione. MAI guardare i film in televisione. MAI guardare i film in televisione. MAI guardare i film in televisione…

Capita per esempio che su Rai3 una gran pellicola venga troncata ancor prima dell’inizio dei titoli di coda, sui primi due accordi di un pezzo come questo.

Mandando al tappeto insieme al povero Randy Robinson anche i miei occhi lucidi e la poesia di un finale “sospeso”.

E poi non fanno che ricordarci che dobbiamo pagare il canone.

ON AIR: The Wrestler (Bruce Springsteen)

Casini vuol far le scarpe a Méliès

Torno a casa e mi metto a scartare, tutta felice, il mio acquisto di oggi: un cofanetto, ben 5 dvd!, con tutti i cortometraggi di Georges Méliès. In realtà, conservo ancora gelosamente una videocassetta coi suoi corti, comprata anni fa per l’esame di Storia e critica del cinema (con la Dagrada). Averli tutti, e in digitale, però fa un altro effetto.

Che i dischi sono 5 lo dice proprio la fascetta. Allora perché apro e ne trovo soltanto 4? E soprattutto: perché c’è un quinto vano vuoto? Me lo spiega sempre la fascetta interna (quella non visibile, guarda caso, al momento dell’acquisto). “Per ricevere gratuitamente il quinto disco, registrati su www.casinieditore.com e inserisci il codice riportato sulla scheda dentro il cofanetto”. E già mi girano le balle.

Mettiamo il caso più assurdo: il cofanetto l’ha comprato mia nonna. Ha già ampiamente superato gli 80 e di Internet non ne sa nulla. Non ha pc, né connessione, ma il cinema le piace. Perché, dopo aver pagato per 5 dvd, deve trovarsi costretta a fare una registrazione su un sito (nemmeno saprebbe da dove cominciare) per averli davvero tutti?

Vado sul sito di Casini… e mi girano ancor più le balle. Per registrarmi, oltre a nome-cognome-indirizzo, vogliono anche il mio codice fiscale.

Ora, signor Casini, è vero che magie e giochi di prestigio fanno parte dell’universo di Méliès, ma francamente (non se la prenda, eh…) preferisco farmi illudere da lui sullo schermo che farmi prendere per i fondelli da lei nella realtà.

Postilla del 26 marzo:
Per evitare la registrazione, si può mandare una mail a segreteria@morriscasini.com. Basta ci siano i dati per la spedizione e il codice contenuto nel cofanetto. Peccato che questa cosa venga comunicata solo in seguito a una telefonata…

Postilla del 5 maggio:
Mica male, dopo 5 telefonate, 2 spedizioni andate male e quasi 2 mesi di attesa, oggi (finalmente!) ho ricevuto il mio quinto dvd. E’ stato un parto…

Cos’è quel coso che s’è magnato Tori Amos???

Quando cantava “non sono mai stata una cornflake girl”, non immaginavo che un giorno sarebbe diventata una plastic lady. Non lei che cantava cose sul genere “prendimi come sono, o fottiti!”.

Eggià, c’è cascata anche Tori (e quanto mi costa ammetterlo!): ha ceduto alle lusinghe degli “spiana rughe”. E tra l’altro deve aver tirato al risparmio, visto che nel suo caso i risultati sono a dir poco agghiaccianti. Fosse almeno andata da uno bravo…

Del resto, come dice Micol, quando una leonessa china il capo non è mai un buon segno. E aggiungo io: “… is she still pissing in the river now? Heard she’d gone, moved into a trailer park…”

Disillusioni e certezze musicali

L’Amica (coetanea) si lascia alle spalle un “simpatico” 28enne, dopo aver pronunciato le ultime parole famose: “Non mi fregano più sti ragazzetti. Giuro!”. Salvo poi cascare come una pera cotta davanti alle avanches del 25enne spuntato fuori dal corso di ballo.

Il coinquilino si affaccia alla soglia della mia camera da letto solo per dirmi che non gli è piaciuto per niente l’ultimo pezzo di Lou Reed e che poi nemmeno Berlin, l’album, lo ha mai convinto davvero.

La collega si lascia e si riprende col moroso ai ritmi intermittenti delle luci stroboscopiche. Roba che non riesco più a starle dietro. Manca solo la palla anni 80 e poi mi sento in discoteca.

Scopro ora che le “parole musicali” più cercate su Google dall’Italia sono “tokio hotel”, “tiziano ferro”, “max pezzali” e “laura pausini”. Se salta fuori anche “gli amici di maria de filippi”, giuro che chiedo l’espatrio.

Disillusioni. Certezze che si sgretolano. Come Woody Allen in Manhattan, sdraiata sul divano, registratore alla mano, in un marasma caotico e totalmente instabile, elenco a voce alta i miei punti fermi (musicali almeno).

Mr. Bob Dylan, anche se tutti si lamentano che nei concerti rende sempre più irriconoscibili le sue canzoni. Fa lo stronzetto, ok. Ma, diamine!, lui almeno se lo può permettere. Ha scritto Blonde on Blonde. C’è gente che si permette d’essere stronza per molto meno.

Boxer (The National), l’album migliore dello scorso anno. Lo sto riascoltando stasera e suona ancora dannatamente bene.

The Velvet Underground & Nico e la banana fluo di Andy Warhol. Che dice tutto e ci sta come cacio sui maccheroni. Un disco che non mi stancherò mai di “sbucciare”.

La Rapsodia in blu di Gershwin (tornando ad Allen) mescolata alle immagini in bianco e nero di Manhattan. Amo quella sequenza d’apertura.

Il pianoforte, strumento esaustivo e incredibilmente completo. Io ci ho provato, ma alla mia età mi sa che è troppo tardi per imparare a suonarlo come si deve. Avrei bisogno di un po’ più di costanza e tempo libero.

La chitarra. Forse non sarà all’altezza di un Bösendorfer, ma Foxy Lady al pianoforte non sarebbe stata la stessa.

E per finire mia madre, che da un anno a questa parte ha imparato a usare Messenger. Col discorso musica e disillusioni lei c’entra poco, ma questo non le ha impedito di “disturbarmi” con trilli e messaggini mentre scrivevo questo post.