Giù dalla collina (Fool on the hill)

Qualcosa di cui vado un po’ fiera. E non è quello che ho scritto, ma il motivo per cui l’ho scritto. E’ stato pubblicato su Penisola: trimestrale dell’Associazione Anffas “Villa Gimelli” Onlus di Rapallo.  Grazie a Francesco Grandi. Per la bella introduzione (esagerato!) e per avermelo chiesto.
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Giù dalla collina

“… Day after day,
Alone on a hill,
The man with the foolish grin is keeping perfectly still…”

(“… giorno dopo giorno, da solo su una collina, l’uomo col sorriso stupido se ne sta completamente immobile…”)

Mio padre mi faceva ascoltare spesso questa canzone quand’ero bambina. Quando l’inglese per me era soltanto un insieme di suoni attraenti e incomprensibili, che mi stuzzicavano le orecchie. La marcetta dolce e orecchiabile ci mise comunque pochissimo a prendermi il cuore.

Man mano che diventavo più grandicella, da semplice canzone, divenne una storia. Papà l’ha sempre raccontata magistralmente, tanto che ancora, se chiudo gli occhi mentre ascolto, rivedo le immagini perfettamente nitide.

La giornata è splendida: sole caldo, vento che muove le fronde e cielo di un turchese da mozzare il fiato. In fondo a un prato verde sterminato c’è una collina. Sulla cima un albero dall’ampia chioma. Appoggiato al tronco, all’ombra, se ne sta un uomo minuto, con gli occhi grandi come ciliegie. Fermo immobile, guarda al di là del verde, dove comincia la città, che è tutto un brulicare senza sosta. E fuori da quel bailamme di anime, si gusta tramonti, profumi e colori che la maggior parte non è nemmeno in grado di vedere.

“… But the fool on the hill,
Sees the sun going down,
And the eyes in his head,
See the world spinning ‘round…”

(“… eppure lo sciocco sulla collina si gode il tramonto, e i suoi occhi osservano il mondo che gira vorticosamente…”)

Per quanto poi, una volta cresciuta, abbia letto molte interpretazioni del pezzo dei Beatles e miriadi di presunti retrosignificati nascosti nel testo, lo scemo sulla collina per me è rimasto quell’uomo speciale, diverso dai più, spesso tenuto a distanza, perché in qualche modo nella sua diversità si cela un mistero insondabile. Il depresso, l’autistico, il disabile… Tutti “folli”abitanti di una collina, a pochi passi dalla città, che troppo spesso dimentichiamo di visitare.

“… And he never listens to them,
He knows that they’re the fools…”

(“… lui non li ascolta mai. Sa che i veri stupidi sono loro…”)

E questa sera, le mani sulla tastiera, provo a osservare questi “sciocchi” dal basso. Alzo gli occhi verso la collina, sicura di comprendere poco o nulla da quaggiù. E basta un attimo per sentirsi piccola e stupidamente normale.

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