Tori Amos, l’intervista (quasi) inedita

Tori American Doll Posse

La mattina del 12 aprile 2007, in una suite del Principe di Savoia (a Milano), mi ritrovo faccia a faccia con Tori Amos. Parte di quella chiacchierata esce poi sul numero di maggio di GQ. Il grosso però, come spesso accade, rimane in una registrazione che conservo gelosamente. Dato che ormai l’intervista è ampiamente caduta in prescrizione (e soprattutto devo togliere un po’ di polvere da questo blog), direi che è giunto il momento di riproporla in versione integrale.

Prima di partire in quarta però, vediamo di inquadrare un po’ meglio quel preciso momento storico. Al cinema, qui da noi, è un periodo di gran bei film: Le vite degli altri, Io non sono qui, La promessa dell’assassino, per citare i miei preferiti. La musica è donna: Patti Smith sta per pubblicare un disco di cover (Twelve) e Charlotte Gainsbourg, vent’anni dopo il suo debutto discografico, ha deciso di riprovarci con 5:55, facendo parlare parecchio di sé questa volta. Sul fronte editoriale invece è l’inizio della fine: in libreria stanno facendo il botto Fabio Volo e Federio Moccia. Ma torniamo a Tori. È in giro per presentare il suo nuovo album, American Doll Posse. Ne è passata di acqua sotto i ponti da Little Earthquakes (1992), Under The Pink (1994) e Boys For Pele (1996), il trittico che l’ha consacrata alla storia come talentuosa cantautrice, nonché sexy divinità del pianoforte e nel frattempo è diventata anche mamma (una bimba che – all’epoca dell’intervista – ha sei anni). Per concludere, se American Doll Posse fosse stato un libro, visto il panorama generale, avrebbe fatto un figurone. Se fosse stato un film, beh, le avrebbe prese. Siccome è un disco, io lo collocherei nel girone dei #benemanonbenissimo (anche detti #sipuòdaredipiù). [da estimatrice della rossa, ritengo abbia fatto di meglio. forse però questo è stato anche il disco dei suoi ultimi picchi creativi. da lì in poi francamente io e lei ci siamo un po’ perse di vista. senza rancore s’intende]

Ora passiamo a cose più serie. Signore e signori, l’intervista.

Ascoltando il tuo nuovo album, salta immediatamente all’orecchio l’incredibile varietà di suoni e di stili musicali. È come se le canzoni fossero state scritte davvero da donne diverse. Che nesso c’è tra il modo in cui sono nate e la scelta di creare cinque personaggi per rappresentarle?
Dopo aver ascoltato così tanta musica per anni, forse era arrivato il momento di allargare i miei orizzonti di compositrice. Ho sempre creduto che siano le canzoni ad arrivare da te quando sei pronto per farne qualcosa e questa volta ho capito subito che non si sarebbe trattato di un disco da cantautrice. Sta volta avrei fatto parte di una band. Sono state le singole canzoni a delineare il loro stile, io mi sono fatta un po’ da parte, allontanandomi anche dai miei gusti musicali personali.

Viene naturale il parallelismo tra le Strange Little Girls e le bambole americane della posse. Cosa ti ha spinto a creare degli alter ego proprio per questi due album?
Se non avessi fatto Strange Little Girls, non sarei mai stata in grado di affrontare la complessità di quest’ultimo progetto. Quello è stato l’inizio di un lavoro con più personaggi, proprio perché si trattava di un disco di canzoni scritte da altri. La sfida in quel caso è stata presentare nel modo migliore del materiale che non mi apparteneva, cercando di lasciarne intatta l’essenza. Anni dopo mi sono resa conto che le canzoni a cui avevo reso omaggio avevano generato cinque forze energetiche distinte e American Doll Posse è un po’ il prodotto di queste forze.

Mentre lavoravi al disco, stavi leggendo o ascoltando qualcosa in particolare che ti ha influenzato e ispirato?
Sono tornata indietro agli anni sessanta e settanta, a Jim Morrison e i Doors, a Jimi Hendrix. Per Teenage Hustling ho preso spunto da The Damned e dai Sex Pistols. Quello che mi ha influenzato maggiormente è stata l’energia dei Public Image Ltd. Jon Evans, il bassista, è appassionato di blues e jazz. Mac Aladdin è decisamente più punk e il suo influsso si sente soprattutto in Big Wheel. Con questo intendo dire che non è un album in cui dei musicisti accompagnano una cantautrice, anche a livello di produzione è completamente diverso da tutto quello che ho fatto prima, questo è a tutti gli effetti un lavoro in gruppo.

Leggendo alcuni testi di American Doll Posse, ho ritrovato un po’ dell’energia, delle cicatrici e della passione che caratterizzavano Little Earthquakes. Mentre da Scarlet’s Walk in poi mi eri sembrata più concentrata su tematiche politiche e sociali, oggi sei tornata ad occuparti di Tori?
I due dischi prima di questo (Scarlet’s Walk, 2002 e The Beekeeper, 2005, n.d.r.) sono stati i miei primi da mamma e quando diventi madre, se sei abbastanza “grande”, cominci a pensare al mondo in cui hai fatto nascere tuo figlio. Prima di avere figli hai moltissimo tempo da dedicare a te stessa, tempo necessario per comprendere chi sei, ma quando diventi madre il cambiamento non è piccolo, è enorme se ci metti dell’impegno. Certo, se tuo figlio è un accessorio, come una borsa, probabilmente nella tua vita non cambierà assolutamente nulla. Continuerai a fare tutto quello che facevi prima. Lo lascerai alla nonna e alla bisnonna e saranno loro a crescerlo. Se invece ascolti tuo figlio, se comunichi con lui e te ne prendi cura in prima persona, non puoi non domandarti come sarà il mondo quando lui sarà grande. Potrebbe essere uno scenario spaventoso, se continuiamo a vivere con i paraocchi. Ecco perché, come dici, quegli album trattano tematiche più sociali. Oggi Tash (la figlia Natashya, n.d.r.) sta crescendo e so che è in grado di capire che esistono ferite e cicatrici che noi donne ci portiamo dietro. Prima sarebbe stato durissimo per lei rendersi conto che anche sua madre ha sofferto e può soffrire. In qualche modo ho voluto proteggerla e io stessa ero molto concentrata sul mio compito di “allevatrice”. Poi due anni fa l’America ha preso una decisione (riconfermare il mandato di George W. Bush, n.d.r.), non mettendo fine a un governo assolutamente irresponsabile. Quando è successo io vivevo in America e per me è stato come se un tomahawk (accetta da battaglia dei nativi americani, n.d.r.) fosse venuto fuori dal suolo e fosse caduto direttamente sui miei fianchi. Ho sentito che le mie antenate mi stavano parlando: “Tori, è giunto il momento di chiamare a raccolta le donne. Dovete ricordarvi chi siete. La vostra discendenza è fatta di donne forti”.

A proposito di Bush, la prima canzone dell’album (Yo George) è dedicata a lui.
George W. Bush è soltanto un dito del braccio che si estende fino ai media, alla propaganda e a ogni sfaccettatura dell’America e questo braccio è il cristianesimo, che zittisce le donne e chiede loro di essere remissive. Contempla solo due tipologie di donne: Maria Vergine e la Maddalena, la madre sacra e la puttana attraente. Ma tutte noi sappiamo che la questione è molto più complessa di così e nella mitologia greca per esempio esistevano più sfumature della femminilità. Ecco perché ho deciso di dare vita a questa banda di donne differenti, per contrapporla a un patriarcato imperante. In qualche modo sono riusciti a convincerci che la bugia è migliore di qualsiasi altra scelta e anche cambiare presidente non porterà a una soluzione finché non prenderemo coscienza del problema. La consapevolezza non può arrivare dall’esterno, ma deve arrivare da ognuna di noi e una madre che lavora e si occupa dei figli, quando torna a casa, non ha materialmente il tempo di guardare dentro se stessa. Ecco perché è nato questo disco: volevo che la mia musica fosse un ricostituente, volevo regalare un po’ di forza alle donne. Non sono una cospiratrice, ma sono certa che è più facile mettere a tacere una donna se la spingi a combattere una guerra interiore tra la sua razionalità e le sue passioni.

Il mio tempo sta per scadere. Mio malgrado tocca tornare ad argomenti più leggeri per così dire. Sento molto anche i Beatles in quest’ultimo tuo lavoro. Penso a Mr. Bad Man, Girl Disappearing, Programmable Soda. Dal vivo fai spesso cover delle loro canzoni. C’è un loro disco a cui sei più affezionata?
Sin da quando ero bambina, li ho ascoltati tantissimo e per me significa davvero molto vedere che te ne sei resa conto. Se devo coinvolgere degli uomini nel mio lavoro, loro sono sicuramente tra i più importanti. Assieme ai Led Zeppelin per You Can Bring Your Dog, i Doors per Father’s Son, David Bowie per Digital Ghost, i T. Rex per Body And Soul. Una lista che potrebbe continuare all’infinito. Avevo soltanto tre anni quando mio fratello mi faceva ascoltare tutti i dischi dei Beatles e mio marito suona continuamente la loro musica a nostra figlia. Lei li adora. Questa è la cosa incredibile: dagli anni sessanta fino ad oggi, i Beatles mettono d’accordo grandi e piccini, giovani e vecchi. Una delle canzoni che mia figlia preferisce di American Doll Posse è proprio Girl Disappearing e credo sia perché le ricorda quel genere di suono.

Come sarà il tour di un disco così complesso e pieno di donne?
Sarà una vera e propria esplosione rock. Ogni data inizierà con una delle donne della posse, che non sono io, ma poi a un certo punto verrà fuori anche Tori. L’idea è quella di raccontare una storia, non di portare tante ragazze sul palco. Non è una performance di bambole sexy, è una posse. È molto diverso.

Beatles: 50 anni e (non) sentirli. Spessissimo!

the beatles runningSono passati 50 anni dal loro primo singolo (Love me do) e i Beatles marciano ancora parecchi chilometri avanti a tutto quello che siamo abituati a sentire adesso. E bla bla bla… Queste cose, lo so, ormai sono banalità.

Ecco perché oggi, che è l’anniversario dei loro primi passi, ho deciso di limitare le parole, stilare la classifica dei miei pezzi preferiti e farveli soltanto ascoltare. Mi sono data un limite (necessario per non star qui una settimana) e ho scelto soltanto due canzoni per ogni album (una fatica immane!).

Potete far partire la mia Beatles list e riascoltare subito una serie di capolavori assoluti. Se poi qualcuno osa ancora dire che sono stati un gruppo sopravvalutato, alzo le mani (su quel qualcuno)!

Beatles List: Happy birthday Fab Four!

Giù dalla collina (Fool on the hill)

Qualcosa di cui vado un po’ fiera. E non è quello che ho scritto, ma il motivo per cui l’ho scritto. E’ stato pubblicato su Penisola: trimestrale dell’Associazione Anffas “Villa Gimelli” Onlus di Rapallo.  Grazie a Francesco Grandi. Per la bella introduzione (esagerato!) e per avermelo chiesto.
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Giù dalla collina

“… Day after day,
Alone on a hill,
The man with the foolish grin is keeping perfectly still…”

(“… giorno dopo giorno, da solo su una collina, l’uomo col sorriso stupido se ne sta completamente immobile…”)

Mio padre mi faceva ascoltare spesso questa canzone quand’ero bambina. Quando l’inglese per me era soltanto un insieme di suoni attraenti e incomprensibili, che mi stuzzicavano le orecchie. La marcetta dolce e orecchiabile ci mise comunque pochissimo a prendermi il cuore.

Man mano che diventavo più grandicella, da semplice canzone, divenne una storia. Papà l’ha sempre raccontata magistralmente, tanto che ancora, se chiudo gli occhi mentre ascolto, rivedo le immagini perfettamente nitide.

La giornata è splendida: sole caldo, vento che muove le fronde e cielo di un turchese da mozzare il fiato. In fondo a un prato verde sterminato c’è una collina. Sulla cima un albero dall’ampia chioma. Appoggiato al tronco, all’ombra, se ne sta un uomo minuto, con gli occhi grandi come ciliegie. Fermo immobile, guarda al di là del verde, dove comincia la città, che è tutto un brulicare senza sosta. E fuori da quel bailamme di anime, si gusta tramonti, profumi e colori che la maggior parte non è nemmeno in grado di vedere.

“… But the fool on the hill,
Sees the sun going down,
And the eyes in his head,
See the world spinning ‘round…”

(“… eppure lo sciocco sulla collina si gode il tramonto, e i suoi occhi osservano il mondo che gira vorticosamente…”)

Per quanto poi, una volta cresciuta, abbia letto molte interpretazioni del pezzo dei Beatles e miriadi di presunti retrosignificati nascosti nel testo, lo scemo sulla collina per me è rimasto quell’uomo speciale, diverso dai più, spesso tenuto a distanza, perché in qualche modo nella sua diversità si cela un mistero insondabile. Il depresso, l’autistico, il disabile… Tutti “folli”abitanti di una collina, a pochi passi dalla città, che troppo spesso dimentichiamo di visitare.

“… And he never listens to them,
He knows that they’re the fools…”

(“… lui non li ascolta mai. Sa che i veri stupidi sono loro…”)

E questa sera, le mani sulla tastiera, provo a osservare questi “sciocchi” dal basso. Alzo gli occhi verso la collina, sicura di comprendere poco o nulla da quaggiù. E basta un attimo per sentirsi piccola e stupidamente normale.

dancing on a hot tin roof

Passano giorni, compleanni degni di nota (il suo), notti insonni a scrivere. Sfila via anche la moda milanese. Scivolano il tempo e le sue mille sfumature. Cambiano le persone che hai attorno, mutano i riferimenti (non sia mai che ci si annoi). Passano persino cose che non credevi.

Neve, pioggia, vento che scompiglia i pensieri… Poi, finalmente, sole.
E pensi che oggi, a Milano, è una giornata da ballar sui tetti.

Amarcord (potere della musica)

Ricordo, come fosse ieri, i pomeriggi passati da bambina nella cameretta a casa dei nonni paterni e il “mobiletto giradischi” bianco anni ’50, nell’angolo a sinistra, accanto all’armadio. Sul piatto non giravano moltissimi dischi. Il nonno era sicuramente meno fanatico di me per la musica.

Eppure, mentre in radio passano Pregherò, mi sembra ancora di essere lì, accovacciata sul letto, e di sentire il fruscio del vinile, che accompagna la voce di Celentano.

Penso che davvero potrei catalogare la mia vita in canzoni. E ho un ricordo dolcissimo di mio nonno, seduto al tecnigrafo, mentre questa cover di Stand By Me dei Beatles riempie la stanza.