(un)Faithfull: le confidenze troppo poco intime di Marianne

– “Cosa pensi del fatto che stiamo facendo un film su di te?”
– “Non mi piace affatto, ma sarò sincera.”

Si apre con questo scambio tra la regista (e attrice) Sandrine Bonnaire e Marianne Faithfull il documentario che ha per titolo il cognome di quest’ultima. A dire il vero apre con lei che recita il primo canto dell’Inferno dantesco, ma questo primo dialogo tra le due ci dice molto della direzione che prenderà la pellicola.

Seduta su una sedia, sul sedile di un’automobile o in una poltrona accanto a un caminetto, Marianne potrebbe essere Anna di Confidenze troppo intime (Patrice Leconte, 2004), il film in cui la Bonnaire recita la parte di una donna che prende appuntamento con uno psicanalista, ma poi sbaglia porta e si ritrova a raccontare la sua vita privata a un consulente finanziario. La Faithfull qui racconta la sua a una regista (la Bonnaire appunto), ma lo fa con una certa riluttanza.

“È dura parlare del passato e non voglio farlo. È passato ormai.”

Nel mezzo scorrono filmati in bianco e nero e scatti degli anni Sessanta/Settanta, estratti di live più recenti e vecchie registrazioni in cui la sua voce e il suo modo di cantare erano indubbiamente diversi. “Non voglio rinnegare i miei primi lavori”, commenta, “vado molto fiera anche di quelli.” E qui vorremmo sentirle spiegare un po’ la Marianne di quel periodo, ma niente, si passa oltre.

Seguono i racconti dell’esordio. Aveva soltanto 17 anni, Andrew Loog Oldham le diede da incidere As Tears Go By e le presentò Keith Richards e Mick Jagger. Di quando più avanti con loro scrisse Sister Morphine, che fu, a suo dire, la prima vera lezione musicale.

Naturalmente non mancano i riferimenti alla relazione con Jagger (per il quale confessa di aver messo completamente da parte la sua carriera) e al figlio che aspettavano, ma hanno perso. “Per Mick è stato uno shock. Voleva tanto un figlio”. Poi però la butta sul ridere: “Direi che oggi sappiamo tutti che i figli gli piacciono molto” (il cantante al momento ne ha 8). Dice di averlo lasciato poco prima che fosse lui a farlo e di essersi trasferita da sua madre per superare il momento particolarmente difficile (altro discorso che però non approfondisce).

Racconta anche di come la lettura de Il pasto nudo di Burroughs le cambiò la vita, ma non in meglio. “Lo presi un po’ troppo alla lettera: decisi che sarei diventata una drogata e avrei vissuto per strada. Diversi anni dopo incontrai Borroughs e gli dissi: ‘Lo vedi cosa mi hai fatto?’ E lui: ‘Non l’avevo mica scritto per te. E comunque è finzione.”
Un periodo da homeless e l’unica cosa di cui noi spettatori veniamo a conoscenza è che non fu mai costretta a prostituirsi.

Faithfull vorrebbe essere fedele a Marianne. Alla persona, più che all’artista, alla donna, più che alla sua musica. Ma non ci riesce.

“Potrei dire di aver recitato tutta la vita, ma ora sono stufa. Amo i miei fan, ma non voglio più vivere per loro. Non più.”

Effettivamente non sembra una pellicola recitata, con contenuti concordati a tavolino, ma in alcuni momenti si ha la netta impressione che sia davvero un po’ troppo improvvisata. Non decolla. La Bonnaire non va mai davvero a fondo. La protagonista non le permette di entrare e lei si accontenta di fermarsi sulla soglia.

C’è poesia in Faithfull, sta nei primissimi piani del volto di Marianne, nei sorrisi bambini, negli occhi ancora lucenti, ma non trova mai forma nei dialoghi con la regista, che rimangono il più delle volte sospesi e, in quanto a capacità rivelatoria, fanno soltanto rimpiangere la sua musica. Persino l’amore, quello per cui in passato ha sacrificato anche se stessa, qui viene fuori come un accrocchio di luoghi comuni: “Il punto è l’amore, il vero amore”.

Soltanto sul finale, quando ormai ci si era dati per vinti, arriva una piccola scintilla. Marianne racconta la genesi di There’s no moon in Paris (una delle canzoni che faranno parte del nuovo album) e lo fa mentre in sottofondo Ed Harcourt suona e canta una versione demo del pezzo.

“L’ho scritta a Natale. Ero completamente sola, lontano dalla mia famiglia e Parigi mi è sembrata così triste.”

Per un attimo Marianne, da dentro casa, sembra tenderci la mano, ma è un vero peccato che lo faccia proprio ora che la porta sta per chiudersi sui titoli di coda.

Cose che sono rimaste

Love More Or Less (da Give My Love To London, 2014). Una struggente ballata arpeggiata a cui non avevo mai dato l’attenzione che meritava. (vale la pena riprendere l’intero album che porta le firme, tra gli altri, di Steve Earle, Roger Waters, Nick Cave e Leonard Cohen)

Il modo in cui descrive quella volta che con Jagger e gli altri fu arrestata nella tenuta che Richards aveva comprato nel Sussex: “Doveva essere un tranquillo weekend di acidi con i miei amici, quando arrivarono 24 poliziotti a rovinare tutto.”

Le mie citazioni preferite

– “Cos’hai imparato dal matrimonio?” – “Che non fa per me.”

“La vita mi ha travolto con una tale rapidità che ho avuto appena il tempo di fare un figlio.”

“Se non avessi lasciato Mick sarei morta. Era troppo per me, non potevo farcela.”

“Non sono una vittima, non sono una ragazzina stupida. Sono Marianne Faithfull.”

“Sono cambiata. Ecco perché non sono più una ribelle. Mi sono arresa.”

2017: la playlist mai datata

“Io non appartengo a un periodo storico. I problemi su cui rifletto possono essere comuni a certe persone, ma mai a tutti, e non sono mai questioni sociali. Sono sempre questioni psicologiche, romantiche o esistenziali. Sono immutabili. Se il film è brutto, lo sembrerà sempre. E se il film è bello, non sembrerà mai datato.” (Woody Allen)

Lo stesso vale per la musica. Da sempre, quella che amo non ha né stagione, né età. Ecco perché contravvengo alla regola ferrea dei post musicali di fine anno: nella mia playlist non troverete pezzi usciti nel 2017 (a parte qualche rara eccezione), ma 20 canzoni di qualsiasi anno e provenienza che hanno attirato la mia attenzione proprio nell’anno che sta per finire.

Brani che non avevo mai ascoltato prima, scovati nei film, citati in qualche libro, pescati da nuove serie tv, o che magari mi avete fatto conoscere voi condividendoli sui social. Pezzi che per qualche oscuro motivo non mi avevano colpito a tempo debito, ma si sono rifatti vivi al momento giusto. La triste verità è che non vivrò mai abbastanza per scoprire tutta la musica bella davvero, però ogni anno che passa regala sorprese sonore in grado di farmi battere il cuore.

Per farla breve, vi auguro un intenso 2018 con questa playlist che, un po’ come i film di Allen, è fatta di suoni psicologici, romantici o esistenziali. Se la trovate brutta, ahimé, sarà brutta sempre. Ma se vi piace, vi farà compagnia anche per i prossimi vent’anni e non sarà mai datata.

Sangue, whisky e nicotina

Marianne Faithfull mi piace. Perché ha il coraggio di essere. L’ha sempre avuto, anche quando per tutti era solo la donna di Mick (Jagger). E’ passata attraverso il fuoco e quel fuoco, oggi, le ha reso più luminoso lo sguardo. Mi piace il suo timbro di voce, che sa di sangue, whisky e nicotina, con cui continua a cantare di tutto: dal rock al jazz, dal blues a Brecht, dal pop a Weill. Marianne non è un viaggio facile, né un piacevole sottofondo. Alcune volte è un pugno ben assestato nello stomaco, altre è sale grosso in zollette. Niente in lei è leggero, di quella leggerezza che urta i nervi.

Ascolto il nuovo disco, Easy Come Easy Go, mentre leggo una sua intervista per Repubblica. Cover, inediti e prestigiose collaborazioni: Keith Richards (Sing Me Back Home), Cat Power (Hold On, Hold On), Antony (Oo Baby Baby), Jarvis Cocker (Somewhere), Rufus Wainwright (Children of Stone). Sean Lennon e Teddy Thompson suonano la chitarra in un paio di brani. Poi, per chiudere in bellezza, Warren Ellis fa infiammare il suo violino in tre canzoni, mentre Nick Cave mette la voce in The Crane Wife.

Dopo il primo giro, nelle mie vene circola in loop la cover di Hold On, Hold On. Pura scarica di adrenalina.

“… the most tender place in my heart is for strangers
I know it’s unkind, but my own blood is much too dangerous
Hanging around the ceiling half the time…
In the end I was the mean girl
or somebody’s in-between girl…”

E nella testa resta una recente dichiarazione (sacrosanta!) di Marianne:
“Con l’ugola puoi anche fare i fuochi d’artificio come Barbra Streisand, ma a che serve se non riesci a comunicare delle emozioni?”.

www.easycomeeasygothealbum.com