nella mente di David Lynch

Entrare nella mente di David Lynch richiede una buona dose di coraggio (se avete visto anche soltanto un paio dei suoi film, ne converrete con me) e i registi di The Art Life (Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm) mi piacciono, perché sono dei temerari.

Anche se probabilmente (come la sottoscritta) si sogneranno di notte un paio di cosette:
1. La donna completamente nuda, con la bocca insanguinata, che David racconta di aver visto camminare davanti a casa sua quand’era bambino e viveva con la famiglia nell’Idaho.
2. Il racconto delle numerose vivisezioni che faceva (insetti, pesci, topi…), preoccupandosi di annotare minuziosamente le caratteristiche e la texture di ogni singolo frammento recuperato, viscere incluse.

[se la parentesi splatter vi ha turbato, non preoccupatevi: da qui in avanti è tutta discesa. mettetevi comodi, fate partire questa e rilassatevi]

Quello che mi ha colpito della regia

In questo documentario Lynch non parla, pensa. I suoi discorsi non hanno alcuna connessione col labiale (no, non è come negli urticanti fuori sincrono di Ghezzi), la bocca lui non la muove per nulla. La sua voce, registrata in altre circostanze, fa da tappeto sonoro alle sequenze in cui fuma (e quanto fuma!), a quelle in cui crea, mettendo mano a colla, vernici, smerigliatrice e gommapiuma. Fa da sottofondo ai vecchi filmati della sua infanzia e alle inquietanti animazioni dei suoi dipinti. Non siamo di fronte a una semplice intervista insomma (come quella a Iggy Pop in Gimme Danger, per intenderci), ma a un vero e proprio flusso di coscienza.

C’è molta luce in questa pellicola, una luce ostentata, spesso accecante. Tutta quella che non abbiamo (quasi) mai visto nei suoi film, qui trova spazio nel presente (nelle immagini di casa e nei giochi con sua figlia Lula) e fa da contrasto all’oscurità che avvolge il passato, le tele, le visioni e i sogni. Anzi, gli incubi.

Cose che sono rimaste

Un libro: The Art Spirit (Robert Henri). Consigliato a Lynch dall’artista e suo mentore Bushnell Keeler. Resterà per molti anni il suo testo guida.

Un fattaccio: Quando Lynch è studente, Peter Wolf, suo coinquilino per un breve periodo, una sera lo porta a un concerto di Bob Dylan e lui a un certo punto, nel bel mezzo dell’esibizione, prende e se ne va. “Nobody walks out on Dylan”, gli fa notare Peter. “I walk out on Dylan. Get the fuck out of here.”, risponde lui. Fine di una convivenza.

Le mie citazioni preferite

“The only thing that was important is what happened outside of school and that had a huge impact on me. People and relationships, slow dancing parties, big, big love and dreams, dark, fantastic dreams.”

“Accident or destroying something can lead you to something good.”

da grande (le radio pirata)

Ho sempre confessato di essere nata nell’epoca musicale sbagliata, ora mi accorgo di aver pure sbagliato lavoro. Giornalista? Macché… Ora lo so: da grande avrei voluto starmene su una barca, fuori dai confini delle acque territoriali, a trasmettere rock 24 ore su 24!

Ieri sera ho visto The Boat That Rocked (diventato qui in Italia I Love Radio Rock), una commedia niente affatto stupida e sorprendentemente divertente sul fenomeno delle radio pirata inglesi degli anni sessanta. Ho pensato: su una di quelle barche io ci sarei stata proprio da dio! Musica coi controca**i, una combriccola di amici con una passione comune e infiniti tramonti in mare aperto. Pirata musicale: meno profitto, ma più libertà.

Mi sarei presa la fascia notturna e avrei cominciato più o meno così:

“Dolci sogni a tutti! Il mare stanotte è una tavola. Una brezza leggera scompiglia i capelli e da qui, potete scommetterci, si vede uno stellato che mai. Questo pezzo è per tutti quelli che ogni giorno fanno piccoli gesti per conservare la propria libertà. Prima di addormentarvi, mi raccomando, mettetela sotto il cuscino e tenetevela stretta!”

Capodanno 2009 (strange days)

Nel film (Strange Days) si celebrava il Capodanno 2000. Juliette Lewis, sensuale e grintosa, cantava un bellissimo pezzo di PJ Harvey (Hardly Wait). Il 2000 noi ormai l’abbiamo passato da un po’ e in Strange Days le cose non andavano proprio tanto lisce.

Ciò nonostante auguro a tutti un inizio d’anno carico di buona musica e emozioni forti. Le vie di mezzo non ci piacciono. Che il 2009 sia un anno vissuto intensamente.

Once (in viaggio)

22 maggio 2008, ore 12.48

Ok, non sono in una sala cinematografica, ma su un Eurostar, in viaggio verso la capitale per una trasferta lavorativa. Niente Dolby Surround. Soltanto un paio di auricolari, nemmeno dei più raffinati. Spesso l’audio della pellicola si è mischiato al chiacchiericcio degli altri passeggeri, a insistenti squilli di telefonini e allo sferragliare del treno sui binari. Sicuramente la condizione non ottimale per guardare un film. Mettiamoci anche qualche parola strascicata, in un inglese non sempre facile da capire. Eppure Once di John Carney mi ha tenuto incollata allo schermo del portatile, dall’inizio alla fine. Mi ha coinvolto e commoso. Ho appena finito di vederlo, il treno è fermo a Bologna e ho già voglia di tornare a casa e imbracciare la chitarra.La storia è in realtà un album musicale, che si compone man mano. Musiche che nascono e si trasformano in fotogrammi. Una ragazza russa, i capelli biondi, lo sguardo luminoso e malinconico. Un ragazzo squattrinato, che suona la chitarra per le strade di Dublino, per curarsi le ferite e scappare da una storia finita male. Li lega la musica. Folk caldo, scarno. Essenziale. Note di chitarra e pianoforte. Li legano il cuore e le ferite.

Guardatelo! Per la musica soprattutto. Semplice, intimista, perfetta per questa pellicola che accarezza lungo il viaggio. E che mi porterò fino a Roma. E non solo.

Cosa resta (dylaniane visioni)

Cosa resta di I’m not there (Todd Haynes)? Quest’immagine, sopra tutte, impressa nella mente. Bianco e nero tra Méliès e Tim Burton.

Una pellicola surreale, emozionante, visionaria, intricata, densa e geniale, che lascia appesi tra cielo e terra come palloncini.

(qualche spiegazione qui)

“… The guilty undertaker sighs,
The lonesome organ grinder cries,
The silver saxophones say I should refuse you.
The cracked bells and washed-out horns
Blow into my face with scorn,
But it’s not that way,
I wasn’t born to lose you…”