Hannah e il talento di Charlotte

Può un film reggersi a tal punto sulla bravura dell’attore che lo interpreta da far pensare che se al suo posto ce ne fosse un altro, magari anche solo un po’ meno straordinario, tutto l’impianto forse si sgretolerebbe?

È questa la domanda che mi ha accompagnato all’uscita della sala dopo la visione di Hannah, il film di Andrea Pallaoro interamente costruito su Charlotte Rampling. No, non è una mia illazione, lo ha dichiarato lui stesso poco prima della proiezione del film. A presentarlo a Milano c’erano proprio il regista e l’attrice (quella straordinaria).

“Sin dall’inizio ho voluto prendermi cura di Hannah, perché quello che è successo a lei può capitare a tutti nella vita. Certo, magari non una situazione così angosciante, ma si può provare lo stesso senso di totale smarrimento. (Charlotte Rampling)

E la cura che la Rampling ha per il proprio personaggio si percepisce sin dai primi fotogrammi che hanno per protagonista il suo volto inquadrato in primissimo piano. Hannah si regge su di lei, sull’andatura composta e incessante, sul corpo molle e sincero. Si regge sui suoi occhi spioventi, sul suo pianto strozzato e soprattutto sui suoi silenzi (non a caso la pellicola le ha fatto guadagnare la Coppa Volpi come migliore attrice alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia).

Quanto al film, l’ho lasciato decantare un po’, di proposito non ne ho scritto a caldo. Poi, ispirata dallo stile del regista, ho deciso di sospendere il giudizio, lasciare a lui la parola e di conseguenza a ognuno di voi la possibilità di rispondere in maniera personale al quesito iniziale. Andando a vedere anche il film, certo. Perché un film che lascia con buone domande va visto sempre e comunque.

Segue il botta e risposta post proiezione tra gli spettatori in sala e il regista Andrea Pallaoro.

Il fatto che il titolo sia palindromo è casuale?
Assolutamente no. All’inizio avrebbe dovuto chiamarsi The Whale, ma poi non volevo fosse un invito a ricercare significati che avrebbero distolto l’attenzione dalla protagonista. Il nome palindromo rappresenta perfettamente il desiderio che il film venga penetrato da punti di vista differenti.

Sbaglio o c’è stata una cura estrema del suono?
Il suono doveva essere il più oggettivo possibile per fare in modo che arrivasse allo spettatore esattamente come lo sentiva Charlotte. Ecco perché non esiste una colonna sonora. È stato fatto un lavoro di diffusione a trecentosessanta gradi per far immergere completamente lo spettatore nella storia.

C’è stata un’ispirazione artistica in particolare?
Henri Cartier-Bresson per me è stata l’ispirazione visiva forse più forte per questo film. Soprattutto la sua capacità di dar vita a immagini che eccitano lo spettatore più nascondendo che mostrando. Tra i punti di riferimento cinematografici ci sono sicuramente Antonioni, Tsai Ming-liang, Béla Tarr e Carlos Reygadas.

Non esistono indicazioni geografiche nel film. Come mai?
Inizialmente avremmo dovuto girare a San Francisco, ma poi abbiamo girato in Belgio, a Bruxelles. Non si vedono cartelli, nessuna pubblicità. Abbiamo scelto di non dare alcun indizio specifico del luogo delle riprese: quello che è importante è la storia di Hannah, che potrebbe svolgersi in qualsiasi luogo.

La Rampling nel film non viene quasi mai inquadrata in maniera convenzionale…
Sì, è vero. Spesso viene vista riflessa negli specchi, di spalle, oppure attraverso primissimi piani e dettagli di parti del corpo. C’è stato uno studio molto scrupoloso sulla frammentazione del personaggio.

In 45 anni Charlotte Rampling interpreta un’altra storia di forte destabilizzazione. Ha preso qualche spunto per Hannah?
In realtà no, perché l’idea di Hannah è nata prima. Poi per motivi economici abbiamo dovuto posticipare le riprese del film e nel frattempo a Charlotte è stato proposto di girare 45 anni. Si tratta di un’affinità puramente casuale.

il cinema e le bugie su Joni Mitchell

Era un po’ che volevo farlo. Ne sentivo tremendamente il bisogno. “Fare cosa?”, vi starete chiedendo. Raccogliere le scene dei film in cui viene citata Joni Mitchell e raccontare gli stereotipi legati alla sua musica.

Lo so, molti di voi probabilmente non sanno nemmeno chi sia Joni Mitchell (mi riferisco a quelli che hanno avuto poco a che fare con la sottoscritta, dato che gli altri sono stati prontamente evangelizzati) (beh, che aspettate? googlatela immediatamente!), ma sono quasi certa che tutti abbiate visto almeno uno dei film che sto per citare qui sotto. Ecco perché non posso permettere che viviate nella menzogna. Schiavi di sceneggiature tendenziose e colme di fake news. Questo è un post per farvi aprire gli occhi.

“Sieeeeti caaaldi?” Ok, let’s start!

1. Joni Mitchell è complicata

“Io non potrei mai stare con qualcuno a cui piaccia Joni Mitchell. ‘Son nuvole false, se non sbaglio. Io le nuvole non le conosco.’ Cosa vuol dire? È un pilota, per caso? Dev’essere una metafora, ma non so cosa voglia dire.”

Lo dice Tom Hanks in You’ve Got Mail (concedetemi di lasciare soltanto il titolo originale. tanto ci siamo capiti. la traduzione si è troppo defilippizzata per i miei gusti), mentre una Meg Ryan piuttosto basita, che più volte fa riferimento alle canzoni di Joni nel film (qui, per esempio, cita River), sembra pensare “questo è proprio un cretino presuntuoso”.

Troppe metafore, signora Mitchell. Perché servirsi di tutti quei sottotesti, quando si potrebbe parlare forte, chiaro e a tutti indistintamente?
A Pascoli e a Montale avreste detto la stessa cosa forse? Ah, no? Sessisti!

2. Joni Mitchell è triste

Il film in questione è Love Actually (L’amore davvero). Marito (Alan Rickman) e moglie (Emma Thompson) stanno scartando i regali di Natale assieme ai figli. Premessa: in una scena precedente a questa, tra i due c’è già stato lo scambio verbale che segue: “Cos’è che stiamo ascoltando?”, chiede lui. “Joni Mitchell.” “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” “La amo… e il vero amore dura tutta la vita. Joni Mitchell è la donna che ha insegnato alla tua gelida moglie inglese cos’è un’emozione.” “Davvero? Ah… bene, un giorno o l’altro le scriverò per ringraziarla.” (fa anche lo spiritoso…). Già la povera Joni non partiva proprio benissimo. “Non posso credere che tu ascolti ancora Joni Mitchell.” suona come “dai, è musica da ragazzine. Sei una donna adesso.”

Ma torniamo ai regali di Natale. Emma scarta il dono che le ha fatto il marito e cosa trova nel pacchetto? Both Sides Now, disco orchestrale di Joni del 2000. A quel punto si allontana, fa partire il cd in camera da letto e si ritrova in lacrime (la canzone incriminata, quella che dà il titolo al cd, peraltro è la stessa delle nuvole che infastidivano Tom Hanks). Le canzoni di Joni Mitchell sono tristi. Joni Mitchell vi farà piangere. Eh, no! La verità è che Emma si aspettava un gioiello che invece è finito al collo di un’altra donna, l’amante del marito. Quindi, mettetevi il cuore in pace, avrebbe pianto comunque. Anche su un pezzo di Elio E Le Storie Tese, per dire.

3. Se sei un uomo e ti piace Joni Mitchell, sei gay

Agli uomini, quelli alfa dominanti, Joni Mitchell non può piacere. Lo sostiene senza troppi giri di parole la pellicola The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene). Anche se, come abbiamo visto nei filmati precedenti, si tratta di una teoria gettonatissima.

Ma vediamo che succede in questo film. Annette Bening trova Blue tra i vinili di Mark Ruffalo, padre biologico dei suoi figli, e se ne compiace (lei e Julianne Moore interpretano una coppia lesbo che è ricorsa appunto a un donatore per procreare). A dire il vero, Annette rimane piuttosto sorpresa, dato che, come dice, “è difficile trovare ragazzi etero a cui piaccia Joni Mitchell”. L’emozione di aver figliato con un animale raro è talmente grande, che si mette subito a cantare dalla gioia. Intona All I Want, il pezzo che apre proprio quel disco del 1971. E Julianne Moore, pur essendo lesbica, per l’entusiasmo ci va a letto (con l’animale in via di estinzione). Morale: alla stragrande maggioranza dei “veri uomini” Joni Mitchell non piace, anche se quei tre gatti che invece l’apprezzano potranno trasformare l’acqua in vino e moltiplicare pani e pesci. E ho detto tutto.

Decisamente, mi sento autorizzata ad affermarlo, tra Joni Mitchell e il grande schermo non è mai corso buon sangue.

nella mente di David Lynch

Entrare nella mente di David Lynch richiede una buona dose di coraggio (se avete visto anche soltanto un paio dei suoi film, ne converrete con me) e i registi di The Art Life (Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm) mi piacciono, perché sono dei temerari.

Anche se probabilmente (come la sottoscritta) si sogneranno di notte un paio di cosette:
1. La donna completamente nuda, con la bocca insanguinata, che David racconta di aver visto camminare davanti a casa sua quand’era bambino e viveva con la famiglia nell’Idaho.
2. Il racconto delle numerose vivisezioni che faceva (insetti, pesci, topi…), preoccupandosi di annotare minuziosamente le caratteristiche e la texture di ogni singolo frammento recuperato, viscere incluse.

[se la parentesi splatter vi ha turbato, non preoccupatevi: da qui in avanti è tutta discesa. mettetevi comodi, fate partire questa e rilassatevi]

Quello che mi ha colpito della regia

In questo documentario Lynch non parla, pensa. I suoi discorsi non hanno alcuna connessione col labiale (no, non è come negli urticanti fuori sincrono di Ghezzi), la bocca lui non la muove per nulla. La sua voce, registrata in altre circostanze, fa da tappeto sonoro alle sequenze in cui fuma (e quanto fuma!), a quelle in cui crea, mettendo mano a colla, vernici, smerigliatrice e gommapiuma. Fa da sottofondo ai vecchi filmati della sua infanzia e alle inquietanti animazioni dei suoi dipinti. Non siamo di fronte a una semplice intervista insomma (come quella a Iggy Pop in Gimme Danger, per intenderci), ma a un vero e proprio flusso di coscienza.

C’è molta luce in questa pellicola, una luce ostentata, spesso accecante. Tutta quella che non abbiamo (quasi) mai visto nei suoi film, qui trova spazio nel presente (nelle immagini di casa e nei giochi con sua figlia Lula) e fa da contrasto all’oscurità che avvolge il passato, le tele, le visioni e i sogni. Anzi, gli incubi.

Cose che sono rimaste

Un libro: The Art Spirit (Robert Henri). Consigliato a Lynch dall’artista e suo mentore Bushnell Keeler. Resterà per molti anni il suo testo guida.

Un fattaccio: Quando Lynch è studente, Peter Wolf, suo coinquilino per un breve periodo, una sera lo porta a un concerto di Bob Dylan e lui a un certo punto, nel bel mezzo dell’esibizione, prende e se ne va. “Nobody walks out on Dylan”, gli fa notare Peter. “I walk out on Dylan. Get the fuck out of here.”, risponde lui. Fine di una convivenza.

Le mie citazioni preferite

“The only thing that was important is what happened outside of school and that had a huge impact on me. People and relationships, slow dancing parties, big, big love and dreams, dark, fantastic dreams.”

“Accident or destroying something can lead you to something good.”

da grande (le radio pirata)

Ho sempre confessato di essere nata nell’epoca musicale sbagliata, ora mi accorgo di aver pure sbagliato lavoro. Giornalista? Macché… Ora lo so: da grande avrei voluto starmene su una barca, fuori dai confini delle acque territoriali, a trasmettere rock 24 ore su 24!

Ieri sera ho visto The Boat That Rocked (diventato qui in Italia I Love Radio Rock), una commedia niente affatto stupida e sorprendentemente divertente sul fenomeno delle radio pirata inglesi degli anni sessanta. Ho pensato: su una di quelle barche io ci sarei stata proprio da dio! Musica coi controca**i, una combriccola di amici con una passione comune e infiniti tramonti in mare aperto. Pirata musicale: meno profitto, ma più libertà.

Mi sarei presa la fascia notturna e avrei cominciato più o meno così:

“Dolci sogni a tutti! Il mare stanotte è una tavola. Una brezza leggera scompiglia i capelli e da qui, potete scommetterci, si vede uno stellato che mai. Questo pezzo è per tutti quelli che ogni giorno fanno piccoli gesti per conservare la propria libertà. Prima di addormentarvi, mi raccomando, mettetela sotto il cuscino e tenetevela stretta!”

Capodanno 2009 (strange days)

Nel film (Strange Days) si celebrava il Capodanno 2000. Juliette Lewis, sensuale e grintosa, cantava un bellissimo pezzo di PJ Harvey (Hardly Wait). Il 2000 noi ormai l’abbiamo passato da un po’ e in Strange Days le cose non andavano proprio tanto lisce.

Ciò nonostante auguro a tutti un inizio d’anno carico di buona musica e emozioni forti. Le vie di mezzo non ci piacciono. Che il 2009 sia un anno vissuto intensamente.

Once (in viaggio)

22 maggio 2008, ore 12.48

Ok, non sono in una sala cinematografica, ma su un Eurostar, in viaggio verso la capitale per una trasferta lavorativa. Niente Dolby Surround. Soltanto un paio di auricolari, nemmeno dei più raffinati. Spesso l’audio della pellicola si è mischiato al chiacchiericcio degli altri passeggeri, a insistenti squilli di telefonini e allo sferragliare del treno sui binari. Sicuramente la condizione non ottimale per guardare un film. Mettiamoci anche qualche parola strascicata, in un inglese non sempre facile da capire. Eppure Once di John Carney mi ha tenuto incollata allo schermo del portatile, dall’inizio alla fine. Mi ha coinvolto e commoso. Ho appena finito di vederlo, il treno è fermo a Bologna e ho già voglia di tornare a casa e imbracciare la chitarra.La storia è in realtà un album musicale, che si compone man mano. Musiche che nascono e si trasformano in fotogrammi. Una ragazza russa, i capelli biondi, lo sguardo luminoso e malinconico. Un ragazzo squattrinato, che suona la chitarra per le strade di Dublino, per curarsi le ferite e scappare da una storia finita male. Li lega la musica. Folk caldo, scarno. Essenziale. Note di chitarra e pianoforte. Li legano il cuore e le ferite.

Guardatelo! Per la musica soprattutto. Semplice, intimista, perfetta per questa pellicola che accarezza lungo il viaggio. E che mi porterò fino a Roma. E non solo.

Cosa resta (dylaniane visioni)

Cosa resta di I’m not there (Todd Haynes)? Quest’immagine, sopra tutte, impressa nella mente. Bianco e nero tra Méliès e Tim Burton.

Una pellicola surreale, emozionante, visionaria, intricata, densa e geniale, che lascia appesi tra cielo e terra come palloncini.

(qualche spiegazione qui)

“… The guilty undertaker sighs,
The lonesome organ grinder cries,
The silver saxophones say I should refuse you.
The cracked bells and washed-out horns
Blow into my face with scorn,
But it’s not that way,
I wasn’t born to lose you…”