il tuffo

dive
[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:26 circa]

“… feels like a little baby bird fallen from the nest …”

Esistono due tipi di persone: quelle che sfidano la vita per incoscienza e quelle che lo fanno con cognizione di causa. Le prime quasi mai sperimentano la paura, ma si perdono buona parte del brivido che ogni avventura pericolosa si porta appresso.

Le seconde invece prendono tempo. Pensano. Soppesano. Salgono lentamente ogni gradino. Passo dopo passo. E una volta sul trampolino olimpionico, si fermano.
Restano lì immobili per diversi minuti, i piedi saldamente poggiati, noncuranti degli sguardi sorpresi dei presenti. Osservano a lungo la piscina, ne studiano la profondità.

“… but I’ve had a lack of inhibition, I’ve had a loss of perspective…”

Guardano la trasparenza dell’acqua come si guarda un precipizio in una giornata limpida e colma di luce. Annusano a pieni polmoni l’odore dell’aria che si mescola ai vapori del cloro. Per qualche istante riescono persino a percepire sulla propria pelle tutta la potenza dell’impatto con l’acqua. E forse vacillano. Pur non avendo mai saltato prima da quell’altezza, loro sanno esattamente cosa li aspetta. E nello stesso tempo non lo sanno affatto.

“… ‘cuz they can call me crazy if I fail all the chance that I need…”

Quello che segue è il tuffo per antonomasia. È una spinta decisa, tremante e vigorosa. Un impeto che tutto il corpo respinge e insieme agogna. Un gesto ponderato e istintivo, un volo fragile, ragionato e disperatamente folle. È l’unico tuffo degno di essere definito tale. E non stiamo parlando di abilità, di eleganza, di acrobazie o di prestazione fisica. Niente di tutto questo. Qui il punto è esserci. Di una presenza vera e integra, che unisce il tangibile all’impalpabile. È una compattezza fatta di fiato e sangue. È disarmonia che si fa meravigliosamente musica.

Questo è l’unico spettacolo per cui la somma dei numeri sulle palette alzate non sarà mai davvero abbastanza.

“… I’m just gonna get my feet wet until I drown…”

(soundtrack: Ani DiFranco, Swan dive. photo: Marjorie Gestring diving. Berlin Olympics, 1936)

just a little green

little green[consigli di lettura: fate partire questa e cominciate a leggere a 0:42 circa]

“… and it’s your face I’m looking for on every street…”

Il vicino del piano di sopra, esattamente come ogni giorno che Dio manda in terra, più o meno a quest’ora smette di suonare la chitarra e di borbottare qualcosa alla donna che divide l’appartamento con lui. Non so bene quale sia il rapporto tra loro, ma di certo non è roba facile. Nonostante lui la svegli suonando il pianoforte al mattino e le dia la buonanotte con un arpeggio di chitarra ogni sera, quel che accade in mezzo ha poco a che fare con la musica: si avvicina piuttosto a un rumore di uragano.

Le discussioni che li trovano coinvolti sono agitate e ricorrenti, ma quasi mai superano i cinque minuti: se hanno qualcosa di poco carino da dirsi, di solito lo fanno in fretta e in maniera sbrigativa, anche se con toni per nulla pacati. Poi riprendono le loro faccende esattamente da dove le avevano interrotte.

Dalle voci sembra abbiano più o meno la stessa età, a occhio e croce una sessantina d’anni. Lei spesso chiede attenzioni, infastidita dal tempo che lui dedica ai suoi strumenti musicali. Lui, di contro, ripete ossessivamente l’inciso di quel pezzo che ancora non gli viene come vorrebbe.

Stanno insieme da parecchi anni, lo svela il loro modo di litigare: procede su binari paralleli, battuti migliaia di volte, che portano a stazioni vicine, ma non troppo. Stanno una di fronte all’altra, ma con in mezzo un fiumiciattolo sempre in piena.

Il momento che preferisco è quello in cui ognuno dei due scende dal proprio treno e si ferma nella propria stazione personale. È l’istante immediatamente successivo all’affievolirsi della tempesta.

Allora sento i passi di lui, inconfondibili per peso e “strascicamento”, dirigersi verso un’altra stanza. Mi sembra quasi di vederlo: si avvicina allo stereo, lo accende e fa partire il suo disco preferito (una raccolta dei Dire Straits). Poi si siede in poltrona, chiude gli occhi, ascolta l’assolo di Knopfler e nella sua mente parte una pellicola in super-8.

“… and it’s your face I’m looking for on every street… and it’s your face I’m looking for on every street…”

Hanno quarant’anni di meno e sono vestiti in quel modo un po’ buffo, quello di cui ci si vergogna sempre riguardando vecchie foto. Stanno correndo insieme su un prato immenso, di un verde acceso che con il riflesso del sole fa quasi male agli occhi. La tiene per mano e ridono come due bambini, di un riso sciocco, fragoroso, contagioso. Corrono e corrono a perdifiato. Senza un perché e senza una meta, che non sia quella di buttarsi a terra per rotolare l’uno nelle braccia dell’altra. E lei è bella da mozzare il fiato, lo guarda di nuovo con quell’espressione intensa che lui non ha mai saputo vedere in nessun’altra. Gli stringe la mano e dice soltanto: “Ora però riportami a casa”.

Poi la musica sfuma e lei approfitta del volume basso per chiamarlo: “Vuoi spegnere quella musica, che è pronto in tavola!?!”

Riapre gli occhi e la raggiunge in cucina, ancora col sorriso stampato in faccia: “Che c’è di buono per cena, amore mio?”. Lei lo guarda con aria un po’ perplessa, poi ride e gli mette nel piatto una bella fetta di parmigiana di melanzane.
“È davvero squisita, tesoro! Ora però riportami a casa”.

il sole di Cat Power (rimedi antipirateria)

La Rete, la musica e i download frenetici: un trittico che terrorizza le case discografiche.

Non riesco a smettere di ascoltare Sun di Cat Power.
Il cd masterizzato, di quelli senza alcuna scritta sopra, campeggia nello stereo della mia macchina da due mesi ormai (mi hanno mandato gli mp3 per lavoro – N.d.R.): parte ogni volta che giro la chiave e mi fa compagnia tutte le sere, quando parcheggio per tornare a casa.

Oggi però ho deciso che quel disco “anonimo” non mi bastava più. Dopo l’ennesimo ascolto di Cherokee, Manhattan e Peace and Love a tutto volume, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di accostare l’auto, entrare in un negozio e comprare il cd originale.

Fanculo la crisi! – mi sono detta – Prendilo per te, Vale! Anzi, prendine due copie e regalalo a qualcuno a cui tieni! I dischi come questo non vanno soltanto ascoltati, vanno gridati al mondo.

Non l’avete ancora capito? La Musica, quella vera, combatte la pirateria, la debella, la straccia!
Tutto il resto è soltanto una gran perdita di tempo e di note.

[e voi, se potete, la gatta, non perdetevela dal vivo!]

la neve (odi et amo)

[dedicato a tutti quelli che… “la neve è bella, ma in montagna”]

La neve divide. C’è chi la ama e chi la odia ferocemente, ma quasi mai lascia indifferenti. Io faccio parte della prima categoria. Per esempio, non ho mai sognato di vivere in un posto che vanta una media di 30 gradi all’anno.

Non solo, a sciare sono una bestia, quindi la montagna alla lunga mi dà noia. Sono quel genere di persona che, ogni volta che nevica, rischia di esser presa a sberle dai più. Il manto bianco io lo voglio in città o al limite al mare. Nei posti in cui non te l’aspetti insomma. Nei luoghi in cui arriva come una sorpresa (nonostante le previsioni meteo).

E lo so che in città complica parecchio le cose (prima di riuscire a partire in auto, stamattina ho passato mezz’ora a grattar via il ghiaccio dal parabrezza), appena fuori poi le rende impossibili. Per non parlare di tutti quei casi in cui fa danni molto più consistenti. Ma con la neve è un po’ come con l’amore o con il Natale: quando si è grandi si vedono soprattutto le magagne, chi fa fatica a crescere invece, quando li guarda, fa partire pure la colonna sonora.

“… I see something of myself in everyone
just at this moment of the world
as snow gathers like bolts of lace
waltzing on a ballroom girl…”

ON AIR: Hejira (Joni Mitchell)

io credo (no easy run)

[pensieri dopo una bellissima serata di chiacchiere a ruota libera con un’amica]

Credo nel potere del comunicare.
Nella voglia di condividere, scambiarsi pensieri e sensazioni.
Credo negli slanci, nel comprendere e nel saper(si) commuovere.
Sempre. Nonostante tutto.
L’unica vera fede.
L’unica politica in grado di cambiare il mondo.

There’s no such thing as an easy run
for a treetop flyer.

ON AIR: Treetop Flyer – Stephen Stills

Grazie a theleeshore per l’ispirazione. E per la chiacchierata.

l’amore a spizzichi e bocconi

Le cose che ami hanno profumi familiari. Colori che non dimentichi. Strade che non ti stanchi mai di percorrere. Sono luoghi del cuore innanzitutto. Poco importa se agli altri non piacciono, tu ci vedi misteri che sfuggono ai più. E segretamente gongoli per aver avuto accesso a questa corsia preferenziale.

Le cose che ami hanno nomi domestici che risuonano caldi tra mura di Casa. Sono eterni ritorni, infinite partenze. Sapori, odori e bisogni primordiali.

Sono così tante che vorresti mani, occhi, labbra e orecchie in abbondanza per gustarle a fondo. Dio solo sa se lasceresti volentieri da parte tutto il resto. Quel dannato resto che sta nel mezzo e ruba soltanto tempo prezioso. Classificabile come lenta e snervante attesa.

Sottolinei, scatti, annusi, registri… Ascolti chi davvero ha qualcosa da dire. Fissi nell’anima tutto ciò che puoi, domandandoti se lo spazio sarà davvero abbastanza. E costantemente vivi con la paura di perdere pezzi per strada.

Scelte. Maledette scelte. Se non fossimo obbligati a farne, saremmo immortali.

On air: Badlands (Bruce Springsteen)
“… don’t give a damn for the same old played out scenes.
I don’t give a damn for just the in-betweens…”

something to talk about

“… e mi perdo in un laico pensiero: quando sfondi le pareti dell’emozione la vita diventa una palla di Natale…”

Emozioni intense ne ho avute diverse in questi ultimi mesi. Eccone un paio che vale la pena condividere.


Mumford & Sons
@ Covo (Bologna)

Ricordate quando vi consigliavo di comprare e regalare il loro Sigh No More? Bene. Il 30 aprile scorso ho organizzato una piccola trasferta emiliana per vederli dal vivo. Sapevo che non mi avrebbero deluso e così è stato.

La mia prima volta al Covo. Un corridoio lungo e sul fondo il palco. L’acustica è a dir poco scadente, eppure i ragazzi ci hanno messo pochi istanti a rubarci il cuore. A me e a tutti i presenti. Persino a Paola, che li conosceva appena e che ho trascinato a Bologna “con la forza”. Folk rock duro e puro, ben suonato, visibilmente sentito, come piace a me. E quei cori caldi, all’unisono, che ti fanno pensare che Crosby, Stills e Nash non siano poi così lontani.

Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino

Un libro, consigliato da un amico, che si rivela una delle migliori cose lette negli ultimi anni. Di quelle pagine che ti ritrovi inconsciamente a centellinare per paura di terminarle troppo in fretta.

E poi lui: Tony Pagoda (aka Tony Pisapia). Proprietario della frase che apre questo post. Un personaggio fatto di carne, semplice ed estremamente complesso. Una figura quasi mitologica, che riesce a snocciolarti perle di saggezza, con facilità, così… anche ogni due pagine. Che mescola grettezza, ironia e poesia, come fossero ingredienti di un impasto di impura saggezza. Quella popolare, che viene dalla strada. Molto diversa da quella erudita, sfoggiata ad hoc e fatta di luoghi comuni.

Nelle cose che dice Tony ti ci ritrovi in pieno. Lo senti vicino, come vi conosceste da sempre. Quasi foste facce della stessa medaglia. Con la differenza che lui le sue mille sfaccettature riesce a farle convivere in armonia. Mentre tu, alla tua età, ancora barcolli e non hai deciso che strada prendere. Tony la strada sembra conoscerla da sempre. E, più che un libro, diventa una seduta di psicanalisi col tuo migliore amico.

J.D. Salinger (or if HE just flew away)


Difficile spiegare come e perché certe cose ci restino dentro più di altre, lasciando segni indelebili. Parole, istanti, immagini. Tutto ciò che esperiamo viene filtrato da carne, anima, sensi e cervello. Rinasce attraverso di noi. Irrimediabilmente corrotto dal nostro personalissimo sguardo.

Il giovane Holden è stato la mia prima lettura davvero consapevole dopo insopportabili schede di libri forzate. Sfogliando quelle pagine, senza nemmeno accorgermene, ho cominciato a intravedere l’universo oltre la carta. A sottolineare frasi a matita, a percepire la profondità sconfinata delle parole.

Salinger mi ha preso per mano, proprio come faceva mio nonno quand’ero bambina, e, dalla sponda di quel laghetto in Central Park, in qualche modo ha cambiato per sempre il mio sguardo sul mondo.

Ora se n’è andato. Forse è solo volato via assieme alle sue papere newyorkesi. Lontano dal ghiaccio, a cercare il caldo. Ma andarsene dopo aver cambiato lo sguardo di qualcuno (anche fosse una persona soltanto) è una gran bella cosa.

“… I live in New York, and I was thinking about the lagoon in Central Park, down near Central Park South. I was wondering if it would be frozen over when I got home, and if it was, where did the ducks go? I was wondering where the ducks went when the lagoon got all icy and frozen over. I wondered if some guy came in a truck and took them away to a zoo or something. Or if they just flew away…”

ON AIR: The Boy In The Bubble (Peter Gabriel)

Da Glastonbury a Woodstock, passando per Michael

Il tempo libero è sempre malauguratamente poco e il blog langue. Succedono cose assolutamente degne di nota e dovrei riuscire a scrivere un post al giorno, forse anche due. Ma niente da fare… Provo a riassumere qui un po’ di arretrati.

1) Michael Jackson
Della sua improvvisa scomparsa si è parlato tanto e si continua a parlare, ipotesi di complotto e altre faccende annesse. Michael per me è un concerto, il primo da sola (o quasi) allo stadio (Brianteo di Monza). I miei genitori e mio fratello se ne stavano sulle gradinate. “Ma’, io vado sul prato, ok?”. E mentre mi gustavo il concerto dalle primissime file, loro se ne stavano col patema che potessi essere una delle ragazzine svenute, che venivano trascinate via in barella dal servizio di sicurezza. Michael Jackson per me è Off The Wall, album che trovo migliore del pluriosannato Thriller. E anche una discussione con la prof. di latino e greco del ginnasio (la Parlafanti). Lei sosteneva che non valesse una cicca e io, nei miei soliti slanci di “ribellione”, passai l’intervallo a cercare di spiegarle il contrario. Il giorno seguente, per protesta, mi presentai in classe coi cerottini bianchi sulle dita… eh eh eh…

2) Glastonbury Festival
Sono convinta di essermi persa il vero evento dell’anno. Una 4 giorni di musica da urlo. Oltre alla line-up, a dir poco invitante, un duro colpo me lo hanno dato queste splendide foto della manifestazione. E le sue. Neil Young, Crosby Stills & Nash, il Boss, Blur, Fleet Foxes, Nick Cave… Taccio e continuo a mangiarmi le mani.

3) Woodstock
Sempre a proposito di festival, ad agosto saranno passati 40 anni dal celebre raduno musicale di Bethel. Il re di tutti i festival (per fama più re del Monterey). E la sottoscritta, pur non essendoci stata (nel senso che ancora non era nata nemmeno), in fondo è da lì che arriva. La mia anima musicale è intrisa dei suoni che in quei giorni si mescolavano al fango. Ho un cuore, marchiato 70’s, che batte a ritmo di rock. Datemi una chitarra (acustica) e vi solleverò il mondo.

Se non li avete già, caricatevi anche solo questi 6 pezzi nell’iPod e poi sappiatemi dire:
Susie Q.
– Creedence Clearwater Revival

Kosmic Blues – Janis Joplin
My Generation – The Who
White Rabbit – Jefferson Airplane
Suite Judy Blue Eyes – Crosby, Stills & Nash
Fire – Jimi Hendrix