where you invest your love, you invest your life

Capita raramente di ascoltare dischi nuovi scritti di cuore e di pancia. Quando cerco carne e poesia, di solito mi rifugio in certezze musicali targate ’60s o ’70s. Ormai so perfettamente dove trovare quelle note sincere e potenti, che non scendono a compromessi.

Ecco perché, quando qualcosa, oggi, riesce a farmi vibrare di nuovo in quel modo, lo vivo come un piccolo miracolo, una di quelle scoperte da condividere col mondo intero.

Stamattina, mentre guidavo verso la redazione, Sigh No More dei Mumford & Sons mi riempiva la macchina di energia e scintille. Avevo i brividi. Roba da pelle d’oca, davvero.

E i brividi ce li ho anche stasera, mentre ascolto quello che per me è il disco migliore dell’anno e, dopo mesi, trovo finalmente il tempo di scriverne. Non c’entra il freddo milanese di questi giorni, quello che fa tremare è la semplicità dei testi incisivi, la trasparenza dei suoni. La debolezza e insieme la forza di queste 12 splendide canzoni folk.

Regalatelo per Natale, questo piccolo fuoco nella neve!  Condividetelo con tutte le persone che amate e che sanno ascoltare davvero.
E fatele tremare un po’ per l’intenso calore che emana.

“… in these bodies we will live, in these bodies we will die. Where you invest your love, you invest your life…”

on air! – numero zero (31/03/09)

Stasera, amici e parenti, dalle 20 in poi, stacco il telefono. Tra poco farò il mio debutto, più o meno ufficiale, con la mia trasmissioncina su RadioNation. Non potevo che sbucar fuori alla vigilia del 1° aprile, data di scherzi, nonché giorno del mio compleanno. Un pesce d’aprile anticipato insomma.

La musica sarà buona, lo prometto. Sui miei voli pindarici invece non garantisco.

Buon ascolto!

P.S. (delle 23.54) La puntata potete riascoltarla qui.

Once (in viaggio)

22 maggio 2008, ore 12.48

Ok, non sono in una sala cinematografica, ma su un Eurostar, in viaggio verso la capitale per una trasferta lavorativa. Niente Dolby Surround. Soltanto un paio di auricolari, nemmeno dei più raffinati. Spesso l’audio della pellicola si è mischiato al chiacchiericcio degli altri passeggeri, a insistenti squilli di telefonini e allo sferragliare del treno sui binari. Sicuramente la condizione non ottimale per guardare un film. Mettiamoci anche qualche parola strascicata, in un inglese non sempre facile da capire. Eppure Once di John Carney mi ha tenuto incollata allo schermo del portatile, dall’inizio alla fine. Mi ha coinvolto e commoso. Ho appena finito di vederlo, il treno è fermo a Bologna e ho già voglia di tornare a casa e imbracciare la chitarra.La storia è in realtà un album musicale, che si compone man mano. Musiche che nascono e si trasformano in fotogrammi. Una ragazza russa, i capelli biondi, lo sguardo luminoso e malinconico. Un ragazzo squattrinato, che suona la chitarra per le strade di Dublino, per curarsi le ferite e scappare da una storia finita male. Li lega la musica. Folk caldo, scarno. Essenziale. Note di chitarra e pianoforte. Li legano il cuore e le ferite.

Guardatelo! Per la musica soprattutto. Semplice, intimista, perfetta per questa pellicola che accarezza lungo il viaggio. E che mi porterò fino a Roma. E non solo.