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Karen Dalton e la canzone dell’amore perduta
Karen Dalton è una delle voci che più amo. In assoluto. This Is Our Love una delle canzoni che non ha mai inciso. Ci è rimasto soltanto il testo (lo scrivo sotto. In rete non si trova). Della melodia, di come l'avesse immaginata, ahimé, non sappiamo nulla. Un brano orfano che non avrà mai voce, non la sua perlomeno: Karen è morta di AIDS il 19 marzo del 1993, a 55 anni. Non ha avuto una vita facile: la dipendenza da alcol e droghe, l'allontanamento dei suoi due figli, diversi anni vissuti per strada. Nel 2015, parole originali alla mano, Diane Cluck ha composto una struggente interpretazione di questa canzone…
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where you invest your love, you invest your life
Capita raramente di ascoltare dischi nuovi scritti di cuore e di pancia. Quando cerco carne e poesia, di solito mi rifugio in certezze musicali targate ’60s o ’70s. Ormai so perfettamente dove trovare quelle note sincere e potenti, che non scendono a compromessi. Ecco perché, quando qualcosa, oggi, riesce a farmi vibrare di nuovo in quel modo, lo vivo come un piccolo miracolo, una di quelle scoperte da condividere col mondo intero. Stamattina, mentre guidavo verso la redazione, Sigh No More dei Mumford & Sons mi riempiva la macchina di energia e scintille. Avevo i brividi. Roba da pelle d’oca, davvero. E i brividi ce li ho anche stasera, mentre…
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on air! – numero zero (31/03/09)
Stasera, amici e parenti, dalle 20 in poi, stacco il telefono. Tra poco farò il mio debutto, più o meno ufficiale, con la mia trasmissioncina su RadioNation. Non potevo che sbucar fuori alla vigilia del 1° aprile, data di scherzi, nonché giorno del mio compleanno. Un pesce d’aprile anticipato insomma. La musica sarà buona, lo prometto. Sui miei voli pindarici invece non garantisco. Buon ascolto! P.S. (delle 23.54) La puntata potete riascoltarla qui.
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Once (in viaggio)
22 maggio 2008, ore 12.48 Ok, non sono in una sala cinematografica, ma su un Eurostar, in viaggio verso la capitale per una trasferta lavorativa. Niente Dolby Surround. Soltanto un paio di auricolari, nemmeno dei più raffinati. Spesso l’audio della pellicola si è mischiato al chiacchiericcio degli altri passeggeri, a insistenti squilli di telefonini e allo sferragliare del treno sui binari. Sicuramente la condizione non ottimale per guardare un film. Mettiamoci anche qualche parola strascicata, in un inglese non sempre facile da capire. Eppure Once di John Carney mi ha tenuto incollata allo schermo del portatile, dall’inizio alla fine. Mi ha coinvolto e commoso. Ho appena finito di vederlo, il…