sunglasses playlist

La primavera è in fiore. Le calze spariscono, le gonne si accorciano e appena il vento soffia un po’, da lontano arriva l’odore dell’estate. Anche la luce è cambiata: ora più decisa e abbagliante, fa la felicità di chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.).

La sottoscritta dunque non poteva esimersi dal cogliere la palla al balzo e confezionare una playlist di musica per gli occhi, anzi, per gli occhiali.

Loom (Ani Difranco)
Apre le danze lei, la ragazzaccia con la chitarra. E sfacciata canta: “Se mi prometti di levarti quegli occhiali scuri, non farò nulla che tu non possa raccontare a tua moglie.” (Quelli che… prima di provarci, voglio guardarti negli occhi. Non sarai mica strabico?)

Shades (Iggy Pop)
Prima dei comunisti col Rolex, c’era lui, il punk con un debole per gli occhiali da sei milioni di dollari. “Questi sono gli occhiali più belli che abbia mai visto. Puoi essere la mia ragazza per l’eternità! Non credevo di valere così tanto.” (Quelli che… per arrivare al cuore di un uomo a volte basta un paio d’occhiali. Costosissimo però.)

Cheap Sunglasses (ZZ Top)
Per loro gli occhiali da sole sono uno status symbol. Non c’è scatto o live in cui non li abbiano addosso. “Aveva un’andatura dolce come melassa, ma quello che mi ha conquistato davvero erano i suoi occhiali a buon mercato.” (Quelli che… se ne fregano delle griffe, perché sanno essere cheap and chic.)

Sunglasses After Dark (The Cramps)
“Ora vi spiego come essere davvero cool: occhiali da sole quando fa buio!”. Che detto da uno che si faceva chiamare Lux… (Quelli che… – per stravolgere Allan Poe – noi che mettiamo gli occhiali da sole di notte sappiamo molte cose che sfuggono a chi li mette soltanto di giorno.)

Dark Sunglasses (Chrissie Hynde)
Anche lei, che passava il sabato sera in lavanderia e lavorava sodo per racimolare qualche quattrino, non bada a spese quando si tratta dell’accessorio fashion per eccellenza. (Quelli che… niente è più glamourous di un paio d’occhiali scuri.)

Outlaw Blues (Bob Dylan)
Dylan ha sempre amato nascondersi e ha fatto degli occhiali neri il suo dettaglio di stile, un’indispensabile barriera tra il suo personaggio e il resto del mondo. “I miei occhiali scuri e il mio dente cariato come porta fortuna.” Del resto, che altro serve nella vita? (Quelli che… ritiro il Nobel solo se riesco a comprarmici un bel paio di Ray-Ban nuovi di zecca.)

Shades (Dean Martin)
Non hai mai visto un uomo piangere? (cit.) Continuerai a non vederlo, perché Dean le lacrime le nasconde dietro un bel paio di occhialoni da sole. Anche se “dietro a questi occhiali posso nascondere i miei occhi rossi, ma il mio cuore spezzato no”. (Quelli che… boys don’t cry.)

Take Off Your Sunglasses (Ezra Furman and the Harpoons)
E, per chiudere, una vivace canzonetta con tanto di armonica e paragone ardito: “Non chiedermi di levarmi gli occhiali, è come se chiedessi a te di togliere i lacci delle scarpe.”
(Quelli che… toglietemi tutto, ma non i miei occhiali da sole.)

La playlist la ritrovate tutta qui (quasi tutta, a dire il vero. la canzone di Dean Martin su Spotify non l’hanno proprio considerata. “povero Martin, meglio ripartire”.).
Buon sole e occhio agli occhiali!

donne, motori e donne motrici

Poco fa, ascoltando in auto un vecchio disco di Prince, l’orecchio mi è cascato su Little Red Corvette. Diciamolo, suona sempre dannatamente bene nello stereo. L’avrò cantata a squarciagola diverse volte, ma senza mai fare particolare attenzione al testo.

Oggi invece riflettevo sulla prospettiva ribaltata: il latin lover, colui che seduce e abbandona ignare fanciulle in una quantità spropositata di canzoni (italiane, inglesi, francesi, ostrogote…), questa volta lascia spazio a una donna supercar, con molti cavalli a disposizione. Lei accelera a tal punto che il malcapitato TAFKAP si ritrova a supplicarla: “honey, you got to slow down”.

Al di là del fatto che la maggior parte della musica di Prince, come ben sappiamo, trasuda sesso da tutti i pori, ma non è questo il punto, ho cominciato a pensare ad altri pezzi (non suoi), che hanno messo l’uomo in ginocchio e (me lo dico da sola) ne è venuta fuori una playlist (tra il serio e il faceto) niente male. Al grido di “non di sole Florence Nightingale è fatto il mondo!”.

Little Red Corvette (Prince)
“I guess I must be dumb, ‘cause you had a pocket full of horses.” Una che, per parafrasare uno dei nostri, ha più clienti di un consorzio alimentare.

Femme Fatale (Velvet Underground)
“You’re put down in her book, you’re number thirty seven, have a look!” Quella che, per tenere il conto dei suoi incontri galanti, addirittura gira con l’agendina.

Cactus Tree (Joni Mitchell)
“There’s a lady in the city and she thinks she loves them all.” Tra le mie preferite, l’intellettuale con un uomo per ogni stagione.

Malafemmena (Totò)
“Si dolce come ‘o zucchero, però sta faccia d’angelo te serve pe’ngannà.” Naturalmente non poteva mancare la femme fatale partenopea.

Contessa (Decibel)
“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te. Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.” E, dulcis in fundo, la donna egocentrica piuttosto golosa che ha fatto arrabbiare Enrico Ruggeri.

(ne avrei molte altre da aggiungere, ma il mio tempo dedicato al cazzeggio per oggi finisce qui). Buon ascolto!

coccole e musica a colazione

La colazione, che per un periodo ho completamente trascurato, saltandola anche a piè pari, da qualche anno ha raggiunto il podio nella mia personale classifica dei pasti più desiderati e irrinunciabili.

Io che sono sempre stata quella del “meglio 10 minuti di sonno in più e qualcosina di meno nella pancia”, oggi non mi accontento più di cappuccio e brioche consumati velocemente al bar, né tanto meno di un caffé trangugiato cinque minuti prima di uscire di casa.

Oggi la mia colazione è assai desiderata e pensata. Si tratta di una coccola tutta per me, dolce quanto basta e soprattutto sana. Sì, sana. Non sono mai stata una salutista: tra un vasetto di yogurt e uno di nutella, il mio cucchiaino ha sempre scelto il secondo. Ma aprire le danze in maniera salutare per me è un po’ come dire al corpo (e alla mente): “Anche se non sappiamo come andrà il resto della giornata, io e te stiamo cominciando col piede giusto”.

In tavola
Il latte che bevo da un annetto a questa parte è quello di mandorla. Denso, nutriente e leggero. Una vera delizia per il palato. Il mio preferito al momento è quello della cooperativa siciliana Valdibella. Esiste in due versioni: dolcificato con sciroppo d’uva e al naturale. Io ho scelto la seconda.

I biscotti sono una scoperta più recente, che risale più o meno all’estate scorsa. Li confeziona una pasticceria biologica di Lecco, il laboratorio artigianale Manzi. Da provare i baci grano saraceno e mandorle, i frollini miglio e mandorle e i fior di riso al cocco. Tutti prodotti rigorosamente vegani.

E per finire, anche lo zucchero fa la sua parte. Quello che uso io è di canna grezzo, arriva dalle filippine e ha un nome che è tutto un programma: Mascobado. Doppi sensi a parte, me l’ha fatto conoscere un po’ di anni fa il Bordonchio e da allora è un must anche a casa mia.

Nelle casse
Le note della colazione sono quelle che accompagnano i primi raggi di luce dalla mia finestra, gli occhi che si stropicciano e le gambe che pian piano si rimettono in movimento (Rhymes of an hour – Mazzy Star).

Note che fanno da sottofondo al primo getto d’acqua fresca sul mio viso (Dead Already – Thomas Newman).

Che mi seguono in cucina, mentre apro il frigorifero per recuperare il cartone del latte (Here’s looking at you, kid – The Gaslight Anthem).

Il caffé sta salendo sul fuoco e con esso arrivano anche le energie di cui ho bisogno per cominciare la giornata (The seeker – The Who).

Primi sorsi, primi morsi (Why do fools fall in love? – Joni Mitchell).

Ed eccomi pronta per affrontare la frenetica metropoli (Hoedown – Emerson, Lake & Palmer).

Buona giornata a tutti!

Beatles: 50 anni e (non) sentirli. Spessissimo!

the beatles runningSono passati 50 anni dal loro primo singolo (Love me do) e i Beatles marciano ancora parecchi chilometri avanti a tutto quello che siamo abituati a sentire adesso. E bla bla bla… Queste cose, lo so, ormai sono banalità.

Ecco perché oggi, che è l’anniversario dei loro primi passi, ho deciso di limitare le parole, stilare la classifica dei miei pezzi preferiti e farveli soltanto ascoltare. Mi sono data un limite (necessario per non star qui una settimana) e ho scelto soltanto due canzoni per ogni album (una fatica immane!).

Potete far partire la mia Beatles list e riascoltare subito una serie di capolavori assoluti. Se poi qualcuno osa ancora dire che sono stati un gruppo sopravvalutato, alzo le mani (su quel qualcuno)!

Beatles List: Happy birthday Fab Four!

La compilation perfetta: istruzioni per crearne una

Di compilation nella mia vita ne ho fatte davvero tantissime. Per parenti, amici, compagni di scuola, professori, colleghi… Ho cominciato con le musicassette per poi passare ai cd. Al momento le playlist le carico direttamente sui loro iPod.

Così, prendendo spunto dalla celebre scena di Alta fedeltà, ho deciso di stilare, in 10 punti, le mie personalissime (e discutibilissime) indicazioni per dar vita a una buona compilation.

Nick Hornby scriveva: “Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile. Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione (all’inizio pensai di cominciare con Got to get you off my mind, ma poi mi resi conto che c’era il rischio che Laura non andasse mai oltre la prima canzone del lato A, se le davo subito quello che si aspettava, così finii col seppellire Solomon Burke in mezzo al lato B), poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, a meno che la musica bianca non sembri musica nera, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie, e… beh, ci sono un sacco di regole.”

Io la penso più o meno così:

1. Il primo pezzo dev’essere grande. Non straordinario, per non bruciare il resto della compilation, ma grande abbastanza per far capire che stai facendo sul serio.

2. Diversamente da un regalo, la musica va scelta secondo i propri gusti e non secondo quelli dei potenziali ascoltatori. Non mettere canzoni, che secondo te sono brutte, soltanto perché sai che piaceranno agli altri. Più una compilation è sentita, più coglierà nel segno.

3. Non aver paura di mischiare i generi: rock, pop, jazz, lirica… La musica è così incredibilmente variegata. E una playlist eclettica difficilmente rischia di risultare noiosa.

4. Non far troppo riferimento alla stagione, al contesto o a eventuali ricorrenze. Punta piuttosto su mood e atmosfera. La compilation natalizia perfetta può anche non contenere nemmeno una canzone di Natale.

5. Una playlist è un po’ come una lettera: se ci metti parole, non metterle a caso. Sceglile in modo che diventino parte integrante del messaggio che vuoi far passare.

6. Non sottovalutare anche aspetti più tecnici: normalizza sempre le tracce, prima di masterizzarle. I repentini cambi di volume da un pezzo all’altro possono decisamente compromettere la buona riuscita di un ascolto.

7. Non cercare a tutti i costi di essere trendy. Non mettere un brano, senza nemmeno averlo ascoltato, solo perché su Pitchfork lo definiscono un capolavoro. E’ la tua compilation: il tuo giudizio personale conta più di tante classifiche.

8. Non aver paura che la playlist risulti datata, solo perché ci hai messo dentro anche i Beatles o i Rolling Stones. Guardiamo in faccia la realtà: le cose musicalmente più innovative non sono roba dei giorni nostri.

9.
Ci sono pezzi che pensi di conoscere soltanto tu? Se li ritieni speciali, mettili. Che importa se sarai l’unico a canticchiarli. Una playlist è anche un’ottima occasione per condividere cose belle. La volta successiva a conoscerli sarete almeno in due.

10.
Chiudi sempre in bellezza. L’ultimo brano deve sì accompagnare le orecchie alla porta, ma anche lasciare un’eco che continueranno a sentire per un po’.

(grazie a PJ per avermi ispirato questo post)